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Sulle microtv online arriva l’uragano Romani

28 Luglio 2010

Sulle microtv online arriva l’uragano Romani

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Le nuove regole per le web tv rischiano di compromettere un settore ancora giovane: autorizzazioni, attese, tante carte e 3.000 euro solo per iniziare. Per non parlare delle multe, che non fanno differenze tra grandi e piccoli. Scarso il margine di trattativa all'Agcom

Scade il 30 luglio la consultazione pubblica Agcom su nuove regole destinate a cambiare il mondo delle web tv italiane. In peggio, dicono gli interessati: l’ultima protesta formale viene dalla Femi, federazione italiana delle micro web tv presieduta da Gianpaolo Colletti, già fondatore dell’osservatorio AltraTv. Significa che fino al 30 luglio Agcom raccoglierà i pareri di vari soggetti: «Ne stanno già arrivando, a fine settembre avremo le prime audizioni con loro», spiega Stefano Mannoni, consigliere Agcom. Dopo, l’Autorità potrebbe modificare almeno gli aspetti più criticati del nuovo regolamento, ma ci sono poche speranze che questo cambi radicalmente.

Il nodo della polemica

Riassumiamo i termini della questione. L’Autorità garante delle comunicazioni era tenuta a trasformare in regolamento il decreto Romani che, tra le altre cose, ha equiparato le tivù sul web a quelle normali. Il decreto lasciava ad Agcom un po’ di margine di intervento, soprattutto per le norme che restavano ambigue. «Agcom avrebbe potuto smussare gli aspetti che nel decreto erano troppo rigidi e sfavorevoli alle web tv. Invece ha deciso diversamente», spiega Nicola D’Angelo, consigliere Agcom e uno dei due relatori della delibera che introduce le nuove regole sulla scorta del decreto (l’altro relatore è Mannoni). D’Angelo è una delle poche voci critiche all’interno dell’Autorità. Come spiega anche Giovanni Parrillo, dello studio Baker&McKenzie, «nel regolamento Agcom ci sono aspetti che non erano espliciti nel Romani». In sostanza, viene accentuata l’equiparazione tra web tv e tv normali, quanto a obblighi e regole. Agcom distingue tra web tv lineari (con palinsesto) e on demand. Le prime devono chiedere un’autorizzazione e aspettare 60 giorni la risposta di Agcom, prima di partire. Le seconde invece possono limitarsi a una dichiarazione di inizio attività. Tutte sono tenute a versare 3.000 euro per iniziare e a presentare una gran mole di documenti cartacei; inoltre devono sottostare agli stessi obblighi delle tv tradizionali quanto a rettifiche e tutela dei minori. Per la rettifica subiscono insomma lo stesso destino verso cui rischiano di andare i blog.

Che cosa sia o non sia una web tv lo dice il decreto: basta che sia a scopo di lucro oppure che faccia concorrenza alla tv tradizionale. È sufficiente che una sola di queste due condizioni sia soddisfatta, per rientrare negli obblighi previsti dal decreto. Vale quindi per le web tv con anche solo un banner. Oppure per quelle che a giudizio del ministero fanno concorrenza alla tv tradizionale. È un ventaglio molto ampio, a cui solo pochi possono sfuggire. Tra gli esclusi, ci sono i siti con contenuti creati dagli utenti (tipo YouTube e YouReporter). Come abbiamo potuto appurare ascoltando i pareri di numerose web tv italiane, a essere spaventate davvero sono soltanto quelle minori. Che sono anche la maggior parte, però, visto che in Italia è un fenomeno molto frammentato, con circa 5.000 web tv attive (secondo la stima Bruno Pellegrini, fondatore di TheBlogTv, che fornisce piattaforme tecnologiche a molte di loro).

I timori

I 3.000 euro possono essere una barriera per le web tv piccolissime, quelle affidate all’entusiasmo dei volontari (come Telestrada.it) o gestite da singoli nel tempo libero. Con questa norma forse non sarebbe mai nata Saronno.tv, ideata da un pensionato di 72 anni nel proprio condominio e ora punto di riferimento per le notizie cittadine. Il rischio di sbagliare qualcosa nel rispettare norme pensate per aziende molto più grandi scoraggia tv piccole e medio piccole. Anche le sanzioni sono infatti equiparate a quelle delle tv normali, da 15.000 a 2 milioni di euro per chi trasmette senza autorizzazione. Versiliaintv, con 1.200 utenti al giorno, non è tra le più piccole (che ne hanno 200-300), eppure dichiara di essere in rosso e di lottare per il pareggio. Una multa anche piccola potrebbe mandare ko una tv come questa, che fa giornalismo d’inchiesta. È quanto teme anche FuoriTv di Modena.

In alcuni casi sono spauracchio anche gli obblighi sulla tutela dei minori: «Stiamo pensando come fare. Credo che dovremo programmare un sistema automatico per mettere offline certi programmi nelle fasce orarie protette, come richiesto dal decreto», spiega Nicola Burgay, fondatore di Popcorntv, una delle maggiori web tv indipendenti (cioè non legate a emittenti tradizionali). Ha 860.000 visitatori al mese. «Dovremo assumere una persona in più solo per stare dietro alle nuove regole», aggiunge. È uno degli indizi di quanto sia anacronistico il decreto: stabilisce anche su internet, fasce orarie in cui non devono essere trasmessi alcuni programmi. Quali fasce orarie, poi? In base al fuso orario italiano?

Barriera all’ingresso

Si dicono più tranquilli i soggetti già consolidati, come C6 (5.000 utenti, 500.000 euro di fatturato previsto nel 2010) e ilFatto.tv, entrambi con notizie e inchieste. L’idea insomma è che il decreto creerebbe subito una barriera all’ingresso in un fenomeno appena nato e che sta già producendo creatività e fonti d’informazioni alternative. Molti potenziali autori di web tv si scoraggerebbero prima ancora di partire, visti i costi e i rischi; altre, già avviate ma ancora implumi, dovranno chiudere. Nessuna sorpresa: è un mercato ancora agli albori, che – tenuto conto solo dei soggetti indipendenti – potrebbe valere intorno ai 10 milioni di euro quest’anno. I soggetti italiani che indipendenti non sono, tra l’altro, finora hanno scommesso a piccoli passi sulle web tv. A differenza delle emittenti anglosassoni. Rai.tv, La7 e Mediaset hanno appunto intensificato la battaglia su questo mercato, offrendo però quasi soltanto video di programmi già usciti sulla tv tradizionale. Rai ha anche programmi in diretta simultanea su web e tv normale.

«Rai.tv a giugno ha avuto 4,3 milioni di utenti, più192% rispetto a giugno 2009. Nel 2010 la pubblicità porterà 6 milioni di euro. Non un gran numero, ma è il triplo di due anni fa», spiega Piero Gaffuri, amministratore delegato di RaiNet. «La7 tocca i 250.000 utenti al mese, quadruplicati da inizio anno», dice Gianluca Visalli, responsabile multimedia di La7. Video.mediaset.it ha avuto 3,5 milioni di utenti mensili (media gennaio-maggio). Rai.tv per ora ha fatto solo timidi test di programmi autonomi. «In autunno lanceremo Outdoor, il primo programma creato apposta per la web tv, dedicato ad attività sportive fatte dalla gente comune», ribatte Gaffuri. C’è anche TheFlopTv (150 mila utenti al mese), in una posizione particolare: è di Fox ma va avanti come un battitore libero, con una propria piccola struttura, trasmettento programmi con umorismo creativo. «Siamo pronti a soddisfare i requisiti del Romani, ma ci sembra l’ennesimo oltraggio alla libertà di espressione», dice Michele Ferrarese, direttore creativo di FlopTv.

La sensazione di fondo è che, in Italia, quelle che veramente scommettono sulla web tv e che forse, messe insieme, potrebbero essere davvero una minaccia alle emittenti tradizionali, sono le indipendenti. Cioè proprio le realtà che meno potrebbero reggere il colpo del decreto.

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