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Studio chiede impegno

28 Giugno 2013

Studio chiede impegno

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Android cambia piattaforma di programmazione con scelte che aumentano le prestazioni, ma anche le problematiche.

Una delle novità (a dire il vero poche) presentate all’ultimo Google I/O è stato sicuramente Android Studio, ovvero un nuovo IDE – ambiente integrato di sviluppo applicativo – per la creazione delle applicazioni Android.

Una variazione di una certa importanza per chi sviluppa è che Android Studio non è più basato sul sistema di programmazione Eclipse ma su IntelliJ IDEA, una piattaforma già utilizzata in numeri evidentemente tali da convincere Google a basare il proprio nuovo ambiente di sviluppo su questo prodotto.

Android Studio non dovrà essere più utilizzato per il build dell’applicazione – uno dei passaggi tra il codice sorgente e il file binario eseguibile – ma solamente per la stesura del codice. Il build è invece responsabilità di un tool molto potente, che si chiama Gradle e permette la configurazione dei vari task dell’applicazione attraverso l’utilizzo di un linguaggio di programmazione interno. Così lo descrivono gli autori:

Gradle è automazione evoluta del build. Può automatizzare build, test, pubblicazione, dispiegamento e altro ancora di pacchetti software o altri tipi di progetto, purché soggetto a una fase di generazione, come siti statici o documentazione e in pratica qualsiasi altra cosa.

Come mai la scelta di gestire il build attraverso un tool di questo tipo? La risposta è legata alla ormai nota frammentazione, problema che attanaglia la piattaforma da lungo tempo. Attraverso opportuni script, miniprogrammi che automatizzano e diversificano il comportamento di un sistema, sarà possibile specializzare i sorgenti e le risorse di una applicazione in base a diversi criteri come possono essere le dimensioni del display, se si tratti di una versione di debug o di release, se vi sia abilitazione all’acquisto in-app di espansioni e aggiornamenti e altro ancora.

Non è ancora il migliore dei mondi possibili tuttavia, per due ragioni. La prima è che delegando la fase di build a Gradle si è aggiunto un ulteriore livello di complessità allo sviluppo per Android, in contrasto con la semplificazione che Xcode porta ai programmatori iOS. Eseguire un build ora è un vero e proprio lavoro che può piacere a noi nerd, ma non è detto piaccia a tutti.

Il secondo aspetto è legato alla poca stabilità del prodotto. Escono nuove release e bug fix quasi ogni giorno ed è al momento davvero difficile utilizzare realmente questo tool per applicazioni professionali. La sensazione è che si sia voluto presentare Android Studio alla ultima Google I/O a tutti i costi. Una soluzione più stabile, magari a tempo debito, sarebbe stata certamente più apprezzata.

L'autore

  • Massimo Carli
    Massimo Carli, dopo essersi occupato per più di dieci anni di applicazioni enterprise in ambiente Java, nel 2003 ha iniziato a interessarsi alle applicazioni mobile, sviluppando per dispositivi Blackberry, iOS e Android. Ha lavorato come Software Engineer per Yahoo! e Facebook ed è attualmente Lead Mobile Engineer per Lloyds Banking Group.

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