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Stigmergia contagiosa

25 Novembre 2013

Stigmergia contagiosa

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Intelligenza collettiva e soddisfacimento dei bisogni di nicchia. Un percorso che in Italia è ancora in salita.

Uno stormo di multicotteri in una stanza piena di ostacoli e nessun operatore a pilotarli. Nessuno schianto o incidente; ogni oggetto volante si è comportato come un membro di una vera comunità, dotata di un’intelligenza collettiva.

Schivando gli ostacoli quando era opportuno farlo e riavvicinandosi ai propri simili se le condizioni lo consentivano. Questa è l’immagine che abbiamo ancora negli occhi dopo i video dimostrativi dei droni, pilotati dall’onnipresente Arduino, proposti al Maker Faire di Roma.

Quadricotteri maker

Quadricotteri autonomi in formazione, consapevoli di esserlo?

Se di gioco si tratta, è tutto molto serio. Perché è la concretizzazione di una forma di lavoro guidato da stimoli, la stigmergia, in cui l’ambiente è un fattore determinante del comportamento di singoli, o piccole nicchie d’individui, che puntano a soddisfare precisi obiettivi tramite l’interazione.

Un vero segno dei tempi. Come dice Chris Anderson, guru della filosofia maker e ideatore della teoria della long tail (la coda lunga, nuova definizione statistica in contrapposizione al picco di una curva di tipo gaussiano che mediamente voleva rappresentare i bisogni di tutti), siamo in una fase storica in cui la massificazione è sulla via del declino. Sbilanciata dal sorgere di tante piccole attività di individui che possono emergere in tutta la loro numerosità grazie alla Rete globale. Una stigmergia tra soggetti che sanno benissimo cosa vogliono e che hanno finalmente strumenti per essere soddisfatti, nel reciproco rispetto e usufruendo ciascuno del proprio spazio.

Stigmergia robotica

Sciami di robot stigmergici, al tedesco Karlsrhuer Institut für Technologie.

La produzione distribuita dei microartigiani resi attivi dai nuovi strumenti open source è una strada anche economicamente interessante e, probabilmente, obbligata. Che sia il caso di concentrarci sul fenomeno con maggiore attenzione lo esemplifica splendidamente lo stesso Anderson, in una intervista rilasciata ultimamente a Il Mondo:

Non conosco bene il mercato italiano, ma in effetti le vostre “pmi” potrebbero adattarsi bene alla rivoluzione dei maker. Però dopo Arduino [che ricordiamo essere un’impresa italiana] non ne sono nate molte altre. Vedo tecnologie interessanti, per esempio nella stampa 3D, e ottimi team accademici, ma non imprese.

Ha ragione Anderson: le nostre piccole imprese sono ancora troppo al traino delle grandi, già rischiosamente in crisi, e l’eccellenza della creatività che le ha sempre distinte si deve quotidianamente scontrare con una mentalità che ancora guarda ai bisogni di massa e non alle più numerose nicchie. Perché, alla fine, di questo stiamo parlando: soddisfare la long tail e non la mediocrità a cui siamo stati abituati dai vecchi modelli di business. Abituandoci a guardarci intorno, a interagire con stimoli e suggerimenti, a diventare veri maker.

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