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Sperimentazioni open source a tutto campo

06 Maggio 2002

Sperimentazioni open source a tutto campo

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Il copyleft si raffina e guadagna sempre più spazio, dal sapere enciclopedico all'ambito legale alla musica

Open source è sinonimo di software, e il suo ambito è quello informatico. Giusto? Nient’affatto! Mai sentito parlare di OpenCola? O di OpenLaw, OpenAudio? E Wikipedia? Progetti collaborativi e aperti che sembrano prendere quota in campi alquanto diversi. La riprova che il movimento open source, pur se radicato nella nascita della Free Software Foundation di Richard Stallman (1984), costituisce qualcosa di assai variegato e dirompente. Una sorta di posizione politica a sostegno della libertà d’espressione, contro il potere delle corporation e la proprietà intellettuale. Un movimento che, riprendendo il teorico-programmatore Eric Raymond, rappresenta “una vasta visione libertaria delle appropriate relazioni esistenti tra individui e istituzioni.” Con annesse sperimentazioni senza rete verso mutamenti sociali, culturali, economici di ampia portata.

Wikipedia, ad esempio, si autodefinisce “The Free Encyclopedia” e in poco più di un anno di vita ha collezionato quasi 30.000 articoli firmati da autori diversi sui temi più disparati, dall’astrofisica allo sport, alle ‘breaking news’ di attualità. Un cumulo di risorse che chiunque può copiare, integrare o modificare purché vengano poi ridistribuite, nel pieno rispetto della General Public License che governa il free software. Nata quasi per caso a superamento dell’impasse in cui era caduta la più formale Nupedia (riservata agli accademici, in due anni ha raccolto appena 25 contributi su un tetto previsto di almeno 60.000 voci), Wikipedia prende il nome dal software open source WikiWiki che consente l’editing delle pagine direttamente sul web. “La gente è attirata dall’idea che la conoscenza possa e debba essere liberamente distribuita e organizzata,” spiega l’editor-in-chief Larry Sanger. Anche perchè, aggiunge, col passar del tempo ci penseranno gli stessi utenti a correggere errori e colmare lacune finché, appunto, si toccherà il livello di una vera e propria enciclopedia in aggiornamento continuo, con un target di almeno 100.000 articoli. Nota bene: “Il contenuto complessivo di Wikipedia è coperto dalla GNU Free Documentation License, il che significa che è free e tale rimarrà per sempre.”

La pratica del copyleft sembra funzionare bene anche in ambito legale, come testimonia l’iniziativa di OpenLaw avviata dal Berkman Center for Internet and Society presso la Harvard Law School. Il centro è specializzato nelle leggi sul digitale, hacking, copyright, crittazione e così via, operando in stretta collaborazione con la EFF e la comunità open source. Il progetto prese avvio nel 1998 quando il professore Lawrence Lessig (ora insegna alla Stanford Law School) accolse l’invito della Eldritch Press ad adire le vie legali per ridurre la tutela del copyright estesa mesi fa dai parlamentari. Eldritch pubblica sul web titoli il cui copyright è spirato, ma recenti disposizioni estendono questo limite da 50 a 70 anni. Invito prontamente esteso agli studenti di Harvard e di altri istituti tramite un forum aperto, che è poi sfociato nel progetto OpenLaw. È stato grazie ai documenti prodotti tramite questo processo che la Corte Suprema recentemente ha deciso di consentire l’audizione su tale caso (Eldred v. Ashcroft). Da qui il sito è cresciuto non poco, consentendo a utenti di ogni parte del globo di dire la propria e produrre materiale in grado di essere integrato in futuri argomenti legali a difesa della libera circolazione delle idee online. Un esperi mento esplicitamente “costruito sul modello del software open source”, decisamente unico nell’ambiente legale e che inizia a produrre buoni frutti.

Invece OpenAudio è il parto di EFF per incrementare scambi collaborativi e progetti sperimentali tra i musicisti coinvolgendo anche gli ascoltatori. Giusto un anno venne diffuso un modello di copyleft chiamato Open Audio License (OAL) mirato a sfruttare le potenzialità della musica digitale (estrema facilità di copia e distribuzione). Il concetto è sempre lo stesso: i pezzi rilasciati sotto la OAL possono essere copiati, eseguiti, modificati a piacimento, purché vengano poi rimessi in circolazione con la medesima licenza. Però nella musica non ci sono bug da scovare o errori da correggere o materiali da redarre a più mani, ragion per cui il progetto non è decollato più di tanto. Senza contare come i file presenti sul sito OpenAudio siano tutti in formato MP3 o Ogg Vorbis, ovvero consentono solo l’ascolto e non la modifica. E se è vero che “coloro a cui piacciono certe band continuerà comunque a sostenerle,” secondo Robin Gross di EFF, forse è troppo presto per dire se l’idea di OAL rimarrà una sorta di vetrina per artisti altrimenti condannati al silenzio. Oppure se, meglio, riuscirà a catturare l’immaginazione collettiva come accaduto per altre iniziative open source.

È il caso, dulcis in fundo, di OpenCola, primo consumer product in perfetto stile open source. La ricetta per fare in casa una bevanda assai simile alla Coca-Cola, modificabile liberamente per party e situazioni locali. Una parodia trasformatasi in realtà che ha preso di mira uno dei maggiori simboli del consumismo e del mondo industriale. Già, perché gli ingredienti originali rappresentano una formula segreta gelosamente custodita, pur se analoghi a quelli suggeriti da OpenCola. E le lattine argentate della frizzante bevanda circolavano anche in recenti LinuxExpo, suscitando curiosità e interesse. Dietro la parodia c’è però una start-up fondata nel 1999, attiva nell’ambito del Peer-to-Peer Computing, con oltre 13 milioni di dollari di venture capital e che si appresta a lanciare il primo search engine collaborativo. OpenCola promette di ricerche incrociate tra una dozzina dei maggiori search engine e centinaia di fonti informative online. Ma soprattutto consentirà di scartabellare tra i folder degli utenti che vorranno consentirlo. Un file-sharing reciproco che punta dritto al cuore del problema, la proprietà intellettuale. Funzionerà? Chissà, magari si evolverà in qualcos’altro. In ogni caso, una sperimentazione open source che merita di essere seguita da vicino.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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