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Sindrome Cinese. Prima Tappa: sognando il Pianeta Rosso

31 Dicembre 2004

Sindrome Cinese. Prima Tappa: sognando il Pianeta Rosso

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La prima tappa del mio quinto giro intorno al mondo alla ricerca delle novità tecnologiche, coniugate ad un sano relax, ha luogo in Florida

Qualche giorno di rilassamento al caldo sole di Miami ha rappresentato un ottimo inizio per il mio viaggio.

Qui ho assistito a un appassionante incontro di End Season NFL tra i mitici Miami Dolphins e i vincitori dell’ultimo Super Bowl, i fortissimi New England Patriots (vinto per la cronaca all’ultimo minuto 29 a 28 dai Delfini di Miami). Ovviamente l’acquisto dei biglietti era avvenuto online e con largo anticipo dall’Italia (stadio strapieno – tutto venduto già dieci giorni prima dell’incontro), potendo scegliere su Ticketmaster.com il tipo di biglietto, il posto e potendo ritirare con comodità al counter i biglietti prenotati, qualche minuto prima dell’inizio dell’incontro.

Niente di speciale, da tempo anche in Italia è possibile effettuare questo tipo di operazione: la grande differenza è che negli USA, ormai, buona parte dei biglietti venduti passa attraverso l’acquisto online, tanto che all’entrata del famoso Pro Bowl Stadium di Miami sono presenti una decina di botteghini unicamente destinati alla consegna dei biglietti acquistati online.

Dopo la parentesi di Miami, giungo quindi nella Florida Centrale nei pressi di Orlando, località conosciuta da buona parte degli italiani che decidono di pianificare una vacanza negli Stati Uniti.

È un occasione per poter nuovamente visitare il Kennedy Space Center di Cape Canaveral a soli 45 minuti di macchina dal mio hotel. A proposito, anche qui a Orlando come a Miami, l’albergo mi offre una connessione Wi-Fi, all’interno della mia camera. Mentre la disponibilità di tale tecnologia è ormai data per scontata nella maggior parte degli hotel (dalle 3 stelle in su), cambia la politica di pricing: a Miami, benché fossi in un ottimo resort in Collins Avenue (il cuore di Miami Beach), la connessione mi è costata 9 dollari al giorno (piuttosto caro anche con l’Euro fortissimo di questi ultimi tempi), a Orlando posso invece beneficiare di un’ottima e velocissima connessione gratuita.

Il Kennedy Space Center (KSC) è il principale Spazio-Porto del nostro pianeta, da qui sono partite le missioni della serie Apollo, quelle cha hanno visto giungere l’uomo sulla Luna e tutte le missioni dello Space Shuttle.

Il KSC è da anni anche una grande attrazione turistica, a tutti gli effetti un Parco a Tema dedicato allo Spazio. Dalla mia ultima visita, questa vocazione è ulteriormente cresciuta, con la tipica perfetta organizzazione americana che prende per mano il turista e lo trasporta con capacità in un mondo fantastico che può far sognare anche i bimbi più cresciuti.

Ma il contrasto tra il sogno e la realtà da più di un anno a questa parte è divenuto ancora più stridente. Dopo l’11 settembre un’altra tegola è caduta sulla NASA con la tragedia dello Shuttle Columbia nel febbraio 2003. Da quel momento, come per il Challenger nel 1985, la possente “macchina spaziale” si è fermata al pit-stop.

I fondi per portare a termine la costruzione della Stazione Spaziale Internazionale sono stati tagliati, a favore della ricerca militare, con il rischio del tutto reale di non vedere mai completata la più grande opera dell’uomo nello spazio: gli stessi astronauti presenti sulla stazione internazionale hanno rischiato in questi giorni di rimanere senza cibo se non fosse stato per il provvidenziale rifornimento inviato dal cargo russo.

Anche l’industria spaziale italiana che tanto aveva contribuito negli ultimi anni alla costruzione dell’ISS ha accusato il colpo entrando in crisi (triste pensare che anche in questo caso l’eventuale rivitalizzazione giungerà grazie agli investimenti in campo militare).

Il KSC è un luogo di particolare interesse nazionale e come tale è soggetto ai controlli di sicurezza riservati agli aeroporti con relativo scanning accurato dei visitatori.

È incredibile e nel contempo triste vedere una nazione così grande e potente “prigioniera” delle proprie paure, sembra di essere tornati ai tempi del proibizionismo: per entrare sono stato scannerizzato per ben tre volte.

Quando, dopo aver tolto scarpe e maglietta, secondo il metal detector la mia mano continuava a risultare una potenziale arma di offesa, mi è stato chiesto se avevo un microchip impiantato nel palmo (fortunatamente la domanda era tecnologico-scherzosa, visto anche il luogo in cui il tutto avveniva), ho risposto con serenità e sorridendo (sempre visto il luogo) che forse ero stato a mia insaputa rapito dagli alieni e che mi sarei fatto visitare la mano per verificare se vi fosse stato un impianto extraterrestre (se avessi detto questo all’aeroporto mi avrebbero probabilmente arrestato).

La qualità della visita turistica al KSC è di gran lunga migliorata rispetto alle mie precedenti, ma proprio per questo motivo è fortissima la dicotomia tra la fastosa celebrazione di un glorioso passato e l’attuale situazione: non è con tali introiti che si può mandare l’Uomo su Marte.

La prima volta che visitai il KSC nel 1993 era affermazione certa quella dell’uomo sul Pianeta Rosso entro 20 anni. Bene, di anni ne sono passati 10 ed ora si ipotizzano date che vanno dal 2020 al 2025. KSC non è una base inattiva, anzi, i lanci scientifico-commerciali continuano ad avere luogo, ma la prossima partenza dello Shuttle per lo spazio è prevista per la primavera del 2005 e tale data è il risultato di rinvii susseguitisi negli ultimi mesi.

E i cinesi? Bene i cinesi proprio con i rimanenti 3 Space Shuttle americani “appiedati”, hanno inviato il loro primo Uomo nello Spazio e annunciato l’attivazione di una Missione per la Luna.

Ricordando che la corsa allo spazio degli anni sessanta ha generato una incredibile messe di ricadute tecnologiche di cui oggi beneficiamo tutti i giorni, spero ardentemente che presto i cinesi annuncino anche un piano per la conquista di Marte: è una questione di orgoglio, e gli americani lo sanno bene altrimenti non avrebbero investito così tanto in passato per “conquistare” il nostro arido e spoglio satellite.

Forse se l’uomo non fosse andato nello spazio io non starei scrivendo, in questo momento, con un portatile che pesa meno di 3 chili.

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