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Silenziosamente, Web Marketing Tools chiude

17 Novembre 2004

Silenziosamente, Web Marketing Tools chiude

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Paesaggi di mutamento sociale che hanno accompagnato la percezione dell'e-business e dell'Internet professionale

La notizia è stata divulgata ai collaboratori dalla redazione e si presume che presto raggiungerà anche gli abbonati, visto che, salvo per qualche edicola di Milano e Roma, Web Marketing Tools è stato distribuito soltanto per posta.

“DPM e il suo gruppo di riferimento hanno rifocalizzato le proprie attività nell’ambito dell’It security. Questo significa che non intendono più operare in settori che non siano strettamente rientranti nel core business. In questo ambito anche WMT e tutte le attività editoriali collegate sospendono le pubblicazioni”.

La cosa potrà non dire molto ai più, proprio perché non si tratta né di una pubblicazione di massa e neppure di una rivista di consumo sulle nuove tecnologie. A metà strada fra la pubblicazione specialistica da scomparto di libreria e quella divulgativa su Internet, WMT si rivolgeva, non tanto ai tecnologi delle reti, quanto ai professionisti del business che utilizzano la rete. Non solo “marketing”, quindi, anche organizzazione, formazione, trend e scenari, immagine, semantica, analisi, ricerca, sviluppo…

In pratica si trattava di una rivista unica nel suo genere non solo perché non ce ne sono altre in commercio che trattino questi temi, ma anche perché non ce ne sono di così fresche e autorevoli, “smart & trendy”, interdisciplinari ed eclettiche, classiche e innovative.

Serve comunque a poco tessere elogi funebri quando si vorrebbe cercare dei continuatori che raccolgano il testimone. C’è piuttosto da chiedersi se il fatto possa produrre riflessioni più estese. Non è la prima volta che WMT chiude i battenti. Nata anticipando il fenomeno delle nuove economie, ha continuato a esistere all’insegna dell’intraprendenza e del pionierismo in un momento in cui tutto sembrava possibile, come passare dal gestire un albergo a diventare guru del marketing online.

Il “come eravamo” ci riporta istantanee a metà fra l’hippy e lo yuppy, convinti che il mondo stava cambiando davvero, che le regole dell’economia non fossero più le stesse e che, nello stesso tempo, si poteva affermare di conoscere quelle nuove e che tutto quel fervore non era che un inizio di un’avventura lunghissima, ricca e arricchente.

Quando quasi due anni fa WMT chiuse per la prima volta le foto erano già cambiate. I filibustieri delle start-up erano già scappati con la cassa, mentre gli idealisti assomigliavano a quei patetici pentiti del ’68 cui Nanni Moretti contrapponeva il suo essere “uno splendido quarantenne”. Bisognava ricominciare dai fondamentali, superare la fase degli indiani metropolitani dell’e-business e ricostruire uno stile editoriale più vicino alle professionalità. Questo era possibile soprattutto grazie alla serietà del gruppo che guidava le attività editoriale, che da questo momento addirittura si differenziavano su più iniziative.

Il miracolo economico era stato dimenticato e forse proprio questa rimozione è stata la ragione principale della perdita di interesse che si trova alle spalle della chiusura della rivista, e non solo.

Il mondo della finanza e con esso quello del business assomigliano troppo a quello dei casino: se non c’è la possibilità di realizzare grandi bottini, anche al prezzo di grandi rischi, l’attrattiva decade. L’Italia poi, in particolare, rimane il paese delle lotterie e dei “gratta e vinci”. L’impressione che chi scrive trae spesso dai comportamenti di molte aziende è che ci sia un diffuso disinteresse per le attività che corrispondono un guadagno proporzionale al lavoro svolto. Gli anni ’80 e poi la fine dei ’90 con il fuoco fatuo della new economy ci hanno sedotto con i guadagni facili e nutriti anche per chi era incompetente, anche se non si aveva fatto nulla per meritarselo. Si sa che chi lavora per vivere, tanto che sia un impiegato, un professionista o l’amministratore di un piccola impresa, non ha di che arricchirsi. Per definizione ci si arricchisce con i colpi di fortuna o con le speculazioni, le più spregiudicate possibile. I margini per questo tipo di manovre si sono molto ridotti e non sono pochi che hanno interpretato questa condizione come un incipiente stato di povertà: “Non ci sono i soldi. Non si paga più”. Tuttavia dei soldi vengono impiegati, ma per fare cosa?

Non è un mistero che le iniziative nel nostro paese stiano rallentando, che l’intraprendenza sia abbandonata in uno scenario di pessimismo rassegnato e spesso indolente.

Eppure gli anni in cui nel nostro paese fiorivano le imprese, crescevano le opportunità di lavoro e di affari, ferveva l’entusiasmo per la crescita economica sono stati i mitici ’60. In quel periodo la gente era incredibilmente più povera di oggi. Un televisore valeva sei mesi dello stipendio di un operaio e mediamente c’era solo un lavoratore per famiglia. Persino i ricchi veri erano poi abbastanza pochi e i benestanti erano quelli che potevano pagarsi una berlina o un’auto sportiva, mentre erano agiati quelli che disponevano di un’utilitaria. Eppure c’era ottimismo e si guardava a un futuro ancora tutto da scrivere. Non c’erano molte ricchezze e gli stipendi non lasciavano grandi possibilità di risparmio, ma lavoravano un po’ tutti, soprattutto al centro-nord, dove non erano molte le famiglie sotto la soglia della povertà.

Nel 2000 non ci si può considerare figli degli anni ’60, ma piuttosto eredi degli anni ’80, quelli delle tangenti, delle speculazioni finanziarie, dei BOT, dei CCT, dell’acquisto del marco in crescita, dell’aumento geometrico del debito pubblico, dell’abuso a volte disonesto degli aiuti CEE, dei soldi facili che arrivavano nelle tasche di tutti e in alcune in maniera vergognosamente esagerata.

Dice Akroyd in “Una poltrona per due”, “Niente fa peggio a un ricco che trovarsi improvvisamente povero”, e questo è quello che ci sta accadendo in questo inizio di millennio. E ci impoveriamo sempre più quanto meno riusciamo ad accettare di non poter essere ricchi con facilità. Ci stordiamo a guardare le vite degli altri nei reality show per non guardare alla nostra e meno che mai a quella di chi ci sta vicino.

Siamo stanchi di impegnarci, stanchi di lavorare, stanchi di studiare, stanchi di fare le cose sul serio, sfiduciati sul futuro e sul successo delle iniziative, incapaci di apprezzare gli sforzi altrui, demotivati e demotivanti, squalifichiamo il lavoro degli altri e cerchiamo di non pagare le tante cose che non smettiamo di desiderare, anche se spesso in casa abbiamo più oggetti inutilizzati che spazio.

Nelle nostre edicole non andiamo più per comprare giornali, ma gadget che finiranno presto buttati per fare spazio negli armadi e nessuna rivista ha speranza di vendere se non abbina un CD, una cassetta, una borsa o degli orecchini di plastica. Le pubblicazioni senza gadget costano meno del prezzo di costo perché l’obiettivo della vendita è quello di sostenere il mercato pubblicitario, sempre più patinato. Ci sono più riviste di informatica che cose da dire sull’argomento e chi le compra il più delle volte non se ne farà niente di quello che vi legge dentro, salvo desiderare ancora una volta altri oggetti da comprare o software da scaricare che non verrà mai usato.

Non si comprano più pubblicazioni per ragionare, per riflettere, per imparare, per cambiare, per lavorare: non si vuole far fatica, non ci sono stimoli, non c’è curiosità.

Insomma, se è vero che i principali inserzionisti e stakeholder di Web Marketing Tools hanno abbandonato, chiuso i battenti o semplicemente convertito i loro investimenti, la ragione principale della chiusura della rivista la si può ritrovare in questa stanchezza, in questo disinteresse per un mondo senza miracoli facili, in questo ripiego in una piatta ignoranza, nell’elettroencefalogramma piatto da reality show: in due parole, nell’attuale e nel modale.

E allora WMT doveva proprio chiudere. Era diventata anacronistica e inattuale, fuori target; parlava di un mondo di nicchia che finirà per non esistere più. Andava chiusa perché attiene a un passato antico almeno di tre o quattro anni, poco importa se abortito ancora prima di conoscerne il sesso o il senso.

Quale rivista possiamo consigliare al suo posto? Dipende… Probabilmente, se si vuole vendere, allora qualche rivista di psicologia femminile, di gossip, di benessere, sesso e muscoli… Se invece si cerca una missione da compiere, allora bisognerebbe parlare alla gente di valori, di civiltà, di scelte sociali, di etica e della morale dietro alle scelte professionali; bisognerebbe raccontare loro come sarà il mondo che vanno lasciando ai loro figli e di cosa si può fare nel caso non piaccia. Una rivista che nessuno farà mai assieme a tante altre che non esistono più e ai siti che non si ha più voglia di aggiornare.

Mentre una rivista di e-business chiude anche l’e-business sta poco bene, probabilmente perché, in maniera silenziosa, spesso marginale, il mondo di Internet sta cambiando in una società che altrettanto silenziosamente e marginalmente sta prendendo le distanze da se stessa, dal pensiero, dalle responsabilità.

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