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Shared source contro open source

31 Luglio 2001

Shared source contro open source

di

Microsoft illustra, senza troppa fortuna, la propria posizione alla Open Source Convention di San Diego.

Si è svolta nei giorni scorsi in California un evento importante per la comunità open source. L’annuale edizione della Open Source Convention, organizzata dalle edizioni-network di Tim O’Reilly, stavolta ha avuto nella sempre piacevole San Diego dal 23 al 27 luglio. Al pari delle precedenti edizioni, un’ottima occasione per fare il punto sui vari progetti di sviluppo in corso, aprire al massimo i filoni di dibattito dentro e fuori la comunità globale e, perché no?, dar fuoco alle polveri di qualche polemica sempre viva. Tra queste, in primo piano le ultime battute a seguito della vivace iniziativa “shared source” lanciata qualche mese fa da Microsoft. Craig Mundie, senior vice-presidente di quest’ultima e propugnatore di tale strategia in chiara opposizione all’open source, si è recato della tana del lupo offrendo però toni chiaramente conciliatori. Pur mancando di convincere i numerosi presenti, per primo il giro di Red Hat, che non gli hanno certo risparmiato critiche anche feroci.

Va intanto ricordato come tipicamente l’evento di San Diego sia stato frantumato in una miriade di situazioni e meeting di diverso taglio. Tra queste vanno segnalate la Perl Conference 5, con Larry Wall sempre sotto i riflettori, la presentazione di Miguel de Icaza del Mono Project di Ximian, una vasta gamma di sessioni e tutorial intorno a Python, i vari interventi degli editor delle stesse edizioni O’Reilly, in particolare quello di Chuck Toporek centrato sulle modalità necessarie per dar maggior corpo alla “Open Source Alternative.” Senza ovviamente dimenticare non pochi incontri su tematiche sempre calde quali il gli spazi commerciali alla portata di Linux e dintorni, la proprietà intellettuale, il futuro dell’open source.

Ma ovviamente momento di spicco si è rilevato l’intervento di Mundie, con il relativo botta e risposta che ne è seguito. Iniziativa voluta dallo stesso Tim O’Reilly nel tentativo di porre faccia a faccia due posizioni nettamente contrapposte per l’avvio di un dialogo a tutto campo. Pur ribadendo come Microsoft non abbia nulla contro l’open source in sé, Mundie ha confermato i “problemi” posti dalla General Public License su cui si fonda l’intero movimento. “La nostra preoccupazione riguardo la GPL riguarda strettamente il fatto che questa rischia di creare una propria comunità chiusa all’esterno.” L’accusa poggia in pratica sulla clausola che impone ad ogni software aggiunto a programmi GPL la medesima condivisione pubblica del codice. Opzione che, lo scorso maggio, aveva spinto il CEO di Microsoft Steve Ballmer a bollare come “cancerogeno” l’intero progetto open source.

Spiegando l’alternativa della società di Redmond, o almeno provandoci, Mundie ha invece spinto la cosiddetta “shared source”, strategia basata su una raccolta di licenze diverse in grado di facilitare l’accesso ai sorgenti Microsoft per partner commerciali e programmatori, senza tuttavia imporre all’azienda di perdere il controllo sul proprio software — come invece imporrebbe l’adesione al modello GPL. Proposta che non ha affatto convinto tra gli altri il giro di Red Hat. Intervenendo immediatamente dopo Craig Mundie, Michael Tiemann, CEO del maggior distributore Linux, non poteva essere più esplicito:
“Questa storia dello shared source non ha nulla a che fare con la nascita di una comunità al di fuori di Microsoft. Non mi pare neppure possa considerarsi una vera e propria licenza, quanto piuttosto un trattatello messo in piedi dai suoi dirigenti nel tentativo di guadagnar tempo mentre si mette a tacere la ribellione interna che va divenendo una sorta di guerra civile in casa Microsoft.”

Negando prontamente esista alcuna lotta interna, Mundie ha sottolineato come la sua azienda punti ad imporre un modello ibrido a favore del software commerciale ma inclusivo di alcuni aspetti open source. Tra cui: il comune obiettivo intellettuale, la condivisone del codice con utenti e affiliati, un ampio gruppo di programmatori sempre più coesivo. A conferma del successo di tale iniziativa, Mundie ha infine detto che almeno 10.000 persone avrebbero prelevato online i sorgenti di Windows CE per usi non-commerciali nei primi tre giorni di “apertura”. Pur smorzando i toni della polemica, il vice-presidente Microsoft non ha però convinto nessuno. A nome un po’ di tutti, Brian Behlendorf, co-fondatore del progetto Apache, gli ha replicato dal parterre come lo shared source manchi della caratteristica-base dell’open source: quella cioè della “bidirezionalità”, rimettendo in circolazione il lavoro altrui, ponendo così “tutti i partecipanti sul medesimo livello.”

In definitiva le posizioni di Microsoft, pur se addolcite, hanno frustrato e preoccupato parecchi tra i presenti alla O’Reilly Convention. Anche se è vero che il dibattito ha attirato l’attenzione di importanti testate, tradizionali e nuove, dal New York Times a Wired a Red Herring. La sensazione generale rimane comunque quella che, al di là di possibili accordi sottobanco, Microsoft rimarrà per sempre una struttura commerciale interessata soltanto ad incrementare i propri profitti — non a far parte di una più vasta comunità. Mentre Tim O’Reilly ha ricordato come per ora l’importante sia dialogare in maniera aperta e serena pur nella differenza di opinioni. Un dibattito che quindi proseguirà in futuro, conservando sicuramente toni aspri.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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