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Senza sinergia le reti stentano a crescere

13 Ottobre 2010

Senza sinergia le reti stentano a crescere

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Vodafone movimenta il settore con il suo piano per portare rete in mille comuni in digital divide, ma per il resto il problema è sempre lo stesso: manca una visione di sistema e gli sforzi dei singoli non risolvono il problema strutturale

Che cosa hanno in comune la lotta al digital divide e lo sforzo verso una rete di nuova generazione? L’incapacità dell’Italia di fare sistema. Da questo scoglio deriva l’eterno carosello che abbiamo visto negli ultimi anni e ora di nuovo riproposto, con notizie dei giorni scorsi: da una parte, il governo che continua a temporeggiare e non stanzia fondi; dall’altra, gli operatori che proseguono ognuno (o quasi) per conto proprio con iniziative e coperture.

I mille comuni di Vodafone

Consideriamo qui soprattutto un grande dimenticato: il digital divide. Circa 1.800 comuni e il 12% della popolazione italiana non possono navigare nemmeno a 2 Megabit al secondo con Adsl. La quota percentuale reale è forse anche più alta (secondo Between è pari al 15%, se calcoliamo solo quelli che effettivamente raggiungono i 2 Megabit quando si connettono). Comunque, l’ultima notizia che ha cambiato le carte sul tavolo da gioco è venuta non dal governo ma da un operatore, nei giorni scorsi: il piano mille comuni di Vodafone. In breve: un investimento da un miliardo di euro per coprire mille comuni entro il 2013 tramite banda larga mobile Hspa (standard 14.4 Megabit).

La promessa è una velocità media per utente di almeno 2 Megabit. Spesso nelle zone del digital divide le pareti sono più spesse, a danno delle prestazioni di banda larga mobile; d’altro canto, anche i doppini di rame sono più lunghi, il che rende l’Adsl difficile o impossibile anche se si facesse arrivare la fibra ottica fino alla centrale. Di per sé la mossa di Vodafone è una buona notizia e, tra l’altro, la dice lunga su come cambi il concetto di digital divide con il passare degli anni. «Se l’operatore investe lì significa che quelle zone non sono più a fallimento di mercato», spiega Stefano Quintarelli, tra i massimi esperti di tlc in Europa. I costi della tecnologia si riducono: Vodafone sfrutta per quel piano nuovi apparati Huawei- e così cambia la soglia di redditività di un investimento.

Reazioni sorprese

Che quello di Vodafone sia stato un annuncio sorprendente lo confermano anche le polemiche che sono seguite. Stefano Mannoni, consigliere di Agcom (Autorità garante delle comunicazioni) ha detto che questo piano non deve essere «argomento per rivendicare tariffe di terminazione più alte» (secondo Mannoni, quindi, Vodafone promette copertura nel digital divide per ottenere in cambio regole più favorevoli sul mercato cellulare). Telecom Italia ha ribattuto che non sarà da meno rispetto a Vodafone. Ha un piano a 27 mesi,  il cui impatto nel digital divide deve essere però ancora dettagliato.

C’è da chiedersi infine quale conseguenza avrà il piano Vodafone sugli investimenti pubblici, dal momento che riduce le aree effettivamente a “fallimento di mercato”. Le norme comunitarie consentono infatti finanziamenti pubblici solo in quelle zone. In realtà, la popolazione in digital divide è già inferiore a quello che dicono le statistiche basate sull’Adsl. L’Hiperlan e, in misura minore, il WiMax coprono già migliaia di comuni (3.136 quelli di Eolo, uno dei pochi operatori a dichiarare questo dato). Già questo aspetto conferma che l’Italia non fa sistema: basterebbe poco, al ministero dello Sviluppo Economico o alle associazioni provider, fare un censimento delle zone raggiunte da Hiperlan e Wimax.

Il vantaggio sarebbe duplice: si scoprirebbero i comuni che davvero richiedono l’intervento dello Stato o di privati operatori; gli utenti sarebbero meglio informati sulle offerte disponibili. In questa nebbia di informazioni, sono certo tanti gli utenti che credono di essere in digital divide mentre sono raggiunti da un operatore wireless. E si noti che le offerte Hiperlan e Wimax sarebbero sì vere e proprie alternative paritarie all’Adsl, a differenza della banda larga degli operatori mobili: hanno più banda reale e sono flat-rate. Il paradosso è acuito dal fatto che la mano destra non sa quello che fa la sinistra: alcune delle prime coperture Hiperlan sono state fatte con fondi pubblici di Regioni o Province (in Toscana, per esempio).

Il piano Romani

Non c’è azione di sistema, infine, perché mancano ancora all’appello gli 800 milioni del piano Romani da 1,47 miliardi. Infratel continua a portare la fibra nei pozzetti comunali (vicino alle centrali telefoniche), con i 383 milioni di euro che le restano in pancia. I quali dureranno fino al 2013 e permetteranno di dimezzare il digital divide (al 6% della popolazione). Peccato che il piano Romani prevedeva di portarlo allo 0,5% entro il 2012; ma per quest’obiettivo servono anche gli 800 milioni, appunto. Ci si dimentica spesso che dal governo è attesa un’altra azione contro il digital divide: bandire l’asta per assegnare alla banda larga le frequenze del dividendo digitale, ora controllate dalla tivù. Consentirebbero di coprire un territorio più vasto con tecnologie Hspa e Lte (fino a 100 Megabit) e di aumentare la banda reale disponibile agli utenti.

Sulla rete di nuova generazione (Ngn), l’incapacità di fare sistema è lampante, come abbiamo ribadito di recente. Le ultime notizie confermano le previsioni, purtroppo: Corrado Calabrò, presidente di Agcom al convegno Giochiamoci il futuro organizzato da Between ha detto che la “società della rete” non ha al momento i presupposti per partire. Era l’idea di costruire l’Ngn tramite una società partecipata dai principali operatori e da Cassa depositi e prestiti. Le posizioni di Telecom, da una parte, e di Fastweb, Wind, Vodafone e Tiscali sono al momento inconciliabili, sul come e dove investire assieme.

Il problema di fondo è che, senza sinergie, l’Ngn rischia di essere fattibile solo sul 50% degli italiani (come previsto da Telecom entro il 2018, con il suo piano). Le sinergie riducono infatti i costi di creazione dell’Ngn, aumentano gli attori disposti a investire ed eliminano alcune variabili che ne possono minare la redditività (per esempio, la concorrenza tra rame di Telecom e fibra ottica di altri operatori). L’incognita dei prossimi mesi sarà quindi se gli attori si riusciranno a mettere d’accordo, e in che modo (con o senza società della rete). Per il bene della banda larga futura, che gli utenti e le imprese vorrebbero più veloce e più estesa.

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