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Semi liberi come software libero

13 Maggio 2013

Semi liberi come software libero

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Il concetto di salvaguardia costruttiva della proprietà intellettuale ha implicazioni persino agricole.

Pensavo che dopo dieci anni di devota dedizione al tema, avessi ormai sviscerato ogni sua declinazione. E invece mi sono reso conto che un pezzo me lo sono perso: gli open seed, ovvero sementi open source.

Dal momento che è possibile brevettare le nuove varietà vegetali (si vedano per l’ordinamento italiano gli articoli 100 e seguenti del decreto legge 30/2005), qualcuno ha pensato di promuovere un movimento e realizzare un modello di licenza ispirati alla filosofia open.

Sul sito Open source seeds è possibile leggere gli obiettivi del progetto e una definizione del concetto di open source seed, nonché ascoltare un’efficace dichiarazione di Vandana Shiva (scienziata e attivista) sotto forma di filmato.

In sostanza, secondo quanto viene argomentato sul sito,

l’idea di “seme aperto” può realizzarsi attraverso una completa documentazione e un contratto di licenza che garantisca ai coltivatori alcuni diritti (anche incoraggiandoli a condividere i semi) e stabilisca vincoli sulle modalità di condivisione dei semi prodotti dalle piante nate dal seme originario.

Una sorta di share alike sui semi, insomma.

Sul sito si trova anche la licenza del progetto, Open Source seed licence, attualmente in versione 0.1. In effetti appare poco più che un abbozzo tratto e riadattato da una Creative Commons; tra l’altro il documento viene dichiarato nel preambolo come non più in uso e pubblicato solo come dato storico. Si attendono quindi la redazione della versione 0.2 e relative proposte (giuristi, fatevi avanti!).

A indirizzarmi su questo tema, per me davvero nuovo e curioso, è stato un recente post dell’insostituibile Glyn Moody dedicato alla notizia della discussione avvenuta nei giorni scorsi presso il Parlamento Europeo di una proposta di regolamento sulle nuove varietà vegetali. Il regolamento in questione richiederebbe macchinose e costose procedure di registrazione per le sementi di nuova invenzione. Se l’intento è quello nobile di permettere una maggiore sicurezza, qualità e tracciabilità dei ritrovati biologici, l’effetto collaterale è rendere questo particolare strumento di tutela giuridica di fatto difficilmente accessibile ai piccoli produttori, con danno anche per i promotori dell’idea di open source seed.

Il solito problema che troviamo anche negli altri ambiti della proprietà intellettuale: ciò che nasce per tutelare rischia di essere utilizzato per controllare o ancor peggio escludere.

Il testo di questo articolo è sotto licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

L'autore

  • Simone Aliprandi
    Simone Aliprandi ha un dottorato di ricerca in Società dell’Informazione ed è un avvocato che si occupa di consulenza, ricerca e formazione nel campo del diritto d’autore e più in generale del diritto dell’ICT. È responsabile del progetto copyleft-italia.it, è membro del network Array e collabora come docente con alcuni istituti universitari; ha pubblicato articoli e libri sul mondo delle tecnologie open e della cultura libera, rilasciando tutte le sue opere con licenze di tipo copyleft.

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