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Se quel sé io fossi

29 Giugno 2006

Se quel sé io fossi

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Astrazioni fatali, ovvero analogie che partono da libri. Numero tre: se Internet è una Rete sociale, i nodi sono individui. Ma gli individui tendono a cambiare, elaborarsi, crescere e confrontarsi, creando e modificando continuamente uno spazio comune. Alcuni studi sull'identità nell'era digitale.

Nei giorni scorsi un po’ di conversazioni diverse mi hanno dato la sensazione di convergere su un aspetto in qualche modo centrale. Prima, in un post, The Constant Blogger mi chiamava in causa su una questione relativa alla presunta carenza di attrattività del virtuale rispetto alla realtà. Poi, a cena, Paolo mi rimproverava di sostenere che prima o poi tutti avranno un blog. In entrambi i casi, a mio modo di vedere, si sta discutendo di uno degli elementi forse più sottovalutati nei discorsi sulla società digitale: l’identità (e il suo modo di far funzionare le cose).

Nel discorso di Constant Blogger, riferito ai giochi, si postula una “minore esperienza” nell’online rispetto all’offline, motivata implicitamente da una considerazione di debolezza dei legami mediati dalle tecnologie. La questione, nel mio approccio personale di netgamer, mi sembra mal posta. Innanzitutto per una serie di considerazioni empiriche, a partire dal fatto che l’interazione online non esclude quella reale, ma è piuttosto una possibilità ulteriore. Una possibilità utilissima quando le distanze geografiche complicano la vita. Nel 2000, in un vecchio Mmorpg (Massively Multiplayer Online Role-Playing Game), ho conosciuto dei ragazzi della provincia di Bari e ancora oggi, Mmorpg dopo Mmorpg, giochiamo insieme. Ma il giocare online non ci ha affatto impedito di incontrarci per fare grigliate di carne o, per restare nella contrapposizione del post di Constant Blogger, di passare nottate a giocare proprio a Risiko. Tanto per confondere gli schemi, abbiamo persino passato un fine settimana insieme a casa mia, con 4 Pc in rete nel mio studio, a giocare in Lan ad Age of Empires (ma anche a mangiare bere e andare in giro). Il mezzo, direi, non determina il gioco. Nè la voglia di giocare. E sebbene mediate (inizialmente o a tratti) dalla tecnologia, le identità e le relazioni non mi sembrano affatto fragili.

Il discorso di Paolo, invece, partiva da una mia considerazione a tavola (i weblog sono il punto di identità in Rete), e faceva dei doverosi distinguo. «Non puoi postulare che tutti avranno un weblog», diceva Paolo, «perchè non tutti hanno qualcosa da dire o voglia di farlo». E, in ultima analisi, il weblog non va prescritto, ma solo offerto come possibilità. Sono chiaramente d’accordo con la saggezza di Paolo, ma vorrei aggiungere una piccola glossa al mio modo di intendere la questione. Se ormai siamo d’accordo sul fatto che la Rete sia una rete sociale, l’unico modo sensato che abbiamo per intenderne i nodi è attraverso un punto di presenza personale, che diventa il “link madre” cui puntano tutte le interazioni di una data persona. Questo punto di presenza può essere un weblog (è la cosa che, ad oggi, pare funzionare meglio), una pagina di curriculum (che qualcosa dice, persino nella scelta di essere una pagina di curriculum), una raccolta di foto su Flickr, o qualsiasi altra cosa che assecondi la nostra “abitudine culturale” a cercare di conoscere chi ci sta parlando, in assenza di corpo e altre amenità fisiche e tradizionali. L’ho definita abitudine culturale, ma è qualcosa di più: in rete, nei network digitali, è il “contesto” che utilizziamo per integrare le cose che ci dicono con chi ci parla. È, praticamente, una funzione di sistema. Il nostro modo di collocare un discorso nel mondo, e dargli una posizione nelle nostre conoscenze.

Ora, è chiaro che questo point of presence, questo modo nella Rete che ci rappresenta, possiamo scegliercelo e siamo liberi di farlo. Ma io mi sto convincendo che, nello sceglierlo, finiamo per collocarci su un’ipotetica retta che va da una certa stabilità (il weblog, per una serie di ragioni) a quella che Cory Doctorow definisce «una zona quantistica incerta». Cory si riferisce ai nodi delle reti peer to peer che «svaniscono appena il proprietario chiude il portatile e lo rimette nella valigetta» ma, se spostiamo il concetto di nodo dall’infrastruttura alla persona, il concetto descrive benissimo un’identità debole, frammentata e disseminata (nei commenti, nei vari nickname, nel silenzioso lurking) senza un punto di raccolta.

Per capire Internet l’identità, il come lo chiamano gli psicologi, è un concetto forse più importante di quello che intuitivamente siamo portati a credere, perchè è attraverso essa che si costruiscono le relazioni e persino il nostro modo di vedere il mondo. Ovvero, è (anche) attraverso l’identità che si definiscono i nodi e i rapporti tra i nodi in una rete sociale. Per questa ragione, a mio modo di vedere (e da profano di certi argomenti), le modalità in cui si esplicano le relazioni diventano un territorio da esplorare per capire bene che tipo di ambiente ci stiamo creando intorno e quale regole lo governano.
Hubert Hermans, il teorico dell’identità dialogica, sostiene che attarverso la mediazione delle tecnologie tutti effettuiamo un continuo posizionamento di noi stessi e ridefiniamo attraverso il confronto con gli altri (quello che io chiamo “l’esposizione alla diversità”) la nostra comprensione della realtà. L’esempio che io uso, solitamente a fini divulgativi, fa un paragone con la storia di non tanti anni fa. Dalle mie parti, per sottolineare che una persona conosceva il mondo ed aveva orizzonti più ampi del suo paesello, si diceva: «Ha viaggiato. Ha fatto il militare a Cuneo». Ed è un’affermazione meno pellegrina di quanto sembri. In origine, la leva lontana da casa era stata pensata proprio per unificare una cultura (e un Paese) diviso in tanti dialetti e tante piccole visioni locali. Il “militare a Cuneo”, in una società rurale in cui si viaggiava poco, era il viaggio che cambiava il viaggiatore. Oggi, saltando digitalmente gli spazi, tutto è Cuneo.

Ma che cosa significa posizionamento, e in quale modo negoziamo continuamente la nostra visione del mondo in Rete? Come costruiamo le relazioni? Quali sono i processi che contribuiscono a raccontare come, grazie ai network, cambia il nostro modo di pensare? In un libro che contiene persino troppi spunti (Identità dialogiche nell’era digitale), il professor Hermans e Maria Beatrice Ligorio raccolgono alcuni saggi spesso interessanti, che nell’insieme forniscono un quadro vasto delle dinamiche in cui ci stanno coinvolgendo i media digitali. La quarta di copertina, giustamente dice: «L’assenza dei vincoli della comunicazione, ha permesso la nascita di identità alternative e innovative”, che non comprendiamo ancora bene e che il volume esplora in alcune delle loro complessità. A cominciare da uno studio sulle interazioni nei MUD. Come spiega Beatrice Ligorio nell’introduzione:

I MUD sono ambienti che si prestano a molti usi in quanto, un po’ come il Logo di Papert, possono essere disegnati dagli utenti che li popolano con oggetti e personaggi vari, spesso determinati dagli obiettivi generali del MUD o da quelli specifici di una determinata interazione. […] In questo modo, sganciando il sè dalla reale corporeità, possono essere creati nuovi posizionamenti che risentono sia della contestualità dell’interazione, dei suoi specifici obiettivi, e del suo particolare dipanarsi a seconda delle fasi del compito proposto, ma anche -per esempio- del nickname utilizzato. Si osserva così un inedito intreccio tra realtà e fantasia che forse, a ben pensarci, così inedito non è. Infatti questo intreccio assomiglia molto a quello che sostiene il lavoro creativo degli scrittori di novelle e di romanzi o degli sceneggiatori di film. La differenza è che in questo caso la trama narrativa e identitaria non è a carico di un solo autore, ma tutti i partecipanti contribuiscono a definirla.

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Nella raccolta di saggi sono analizzati moltissimi aspetti, in ambienti diversi: dal forum, al weblog, persino alla televisione, che era il modo migliore che avevamo prima per negoziare la nostra posizione nel mondo, e che pure non chiamavamo virtuale. Tuttavia, per ragioni ovvie di spazio, sul concetto di posizionamento e sulla continua negoziazione della nostra identità (cui ci espone la Rete) mi limito ad una breve citazione che si limita a dare un’idea della necessità di un approccio problematico, rinviando gli interessati ad approndire con la lettura del libro:

[Nelle Reti] si accetta una visione dell’identità composta da molti posizionamenti, di varia natura (interni, esterni, sociali, privati, ecc). Ciascuno di questi posizionamenti è dotato di “voci” che intrattengono dialoghi tra di loro: inoltre le voci di ciascun posizionamento dialogano anche con i posizionamenti degli interlocutori con cui si ha occasione di interagire. In questo modo anche il dialogo con gli altri e le voci altrui entrano sistematicamente e decisamente a far parte del gioco identitario di ognuno di noi e gli strumenti di comunicazione amplificano questa polifonia, moltiplicando i posizionamenti ed equipaggiando ciascun posizionamento di nuove voci.

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Dunque, se già naturalmente negoziamo continuamente con gli altri la nostra posizione nel mondo (e persino il modo in cui vediamo noi stessi), i network digitali amplificano questo processo a dismisura. Ci permettono di essere, come diceva Pessoa, un «baule pieno di gente» e ci cambiano dall’interno, attraverso l’interazione con l’Altro e gli altri. Il blog stesso, per dirla con Beatrice Ligorio, diventa «un atto sociale che sancisce un posizionamento pubblico: altri blogger possono ritrovarvisi e contribuiscono alla sua definizione». Esattamente come quando finiamo per specchiarci nei giudizi dei nostri amici e dei nostri cari, ricavandone un’idea su “chi siamo”. Ma è valido anche per i lettori: chi visita una pagina web, alla fine, «ritrova, conferma e rielabora se stesso». È un processo che gli studiosi di media conoscono e che, sommando milioni di transazioni identitarie, ridisegna le culture. Su questo fronte, per quanto riguarda i network digitali, c’è ancora molto da studiare. Soprattutto per ciò che “gli psicopedagogisti definiscono costruzione della conoscenza” e per quella che Vincent Hevern e Susanna Annese, in uno studio contenuto nel libro, chiamano “ecologia digitale umana”. Anche perchè è attraverso queste interazioni che stiamo costruendo, tutti, un gigantesco spazio comune.

La copertina del libro

La copertina del libro

Titolo: Identità dialogiche nell’era digitale

Autore: M. Beatrice Ligorio, Hubert Hermans

Prezzo: 20 €

Giudizio: Per chi vuole avere una panoramica sulle dinamiche interpersonali in Rete e non teme il lessico degli psicologi

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