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Se non basta la legge, ecco le linee guida

15 Gennaio 2014

Se non basta la legge, ecco le linee guida

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Arrivano anche le linee guida per l'utilizzo del software open nella pubblica amministrazione. Non se ne vanno i pregiudizi.

Nel mondo ideale, l’adozione di una legge dovrebbe essere sufficiente per far capire ai cittadini gli obblighi da essa derivanti e quali le sanzioni per la loro non osservanza. Nel mondo reale (specie italiano) oltre alla legge è necessario attendere uno o più decreti attuativi, una manciata di circolari ministeriali, a volte anche una sentenza del Tar Lazio o della Corte Costituzionale. E quando la materia ha risvolti particolarmente tecnici, spesso bisogna aspettare l’esito dei lavori di commissioni di esperti e tavoli di studio che rilascino linee guida e indicazioni tecniche chiare e specifiche.

Le rivoluzionarie riforme sull’adozione di software open source nel settore pubblico di cui abbiamo parlato più volte su queste pagine erano entrate anch’esse in questo limbo. I decreti adottati nel 2012 dal governo Monti per modificare il Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD) hanno finalmente dato una direzione univoca, che pone la legislazione italiana come una delle più avanzate in Europa per l’adozione di soluzioni open nel settore pubblico; tuttavia, indicare la direzione non è sufficiente se il conducente non sa ancora bene come si guida il veicolo. Così nei mesi scorsi sono stati avviati i lavori di una commissione di esperti per arrivare finalmente nelle scorse settimane alla pubblicazione della Circolare 63/2013 relativa alle Linee guida per la valutazione comparativa prevista dall’articolo 68 del CAD.
Queste linee guida constano di un corposo documento di 70 pagine, in cui oltre alle dovute premesse (finalità del documento, contesto di riferimento, metodologia applicata) vengono fornite indicazioni specifiche e dettagliate affinché le pubbliche amministrazioni siano in grado di effettuare un’efficace valutazione comparativa tra le soluzioni software disponibili e optare, dove possibile, per quella più conforme ai principî dell’apertura e dell’interoperabilità. Vari sono i criteri applicabili descritti dal capitolo 3 del documento e complessa è la loro combinazione e armonizzazione; tra essi troviamo:

il costo complessivo della soluzione, l’utilizzo di formati aperti, l’utilizzo di interfacce di tipo aperto, l’adozione di standard per l’interoperabilità e la cooperazione applicativa, le garanzie offerte dal fornitore in materia di livelli di sicurezza, la conformità del fornitore alla normativa sulla protezione dati personali e in generale l’ampiezza e la qualità dei servizi offerti dal fornitore.

Interessante nel documento pubblicato è anche l’elenco dei vari contributori tra i quali, a riprova della sua autorevolezza e solidità, compaiono davvero tutti i maggiori esperti italiani del settore (docenti universitari e ricercatori di alto livello), nonché i rappresentati delle categorie interessate, i portavoce di alcune tra le principali aziende attive sul territorio italiano (compresi nomi come Microsoft, Oracle, IBM) e – per fortuna – anche quelli delle principali community del software libero.
Ora mi pare che gli alibi siano davvero esauriti (perfino Free Software Foundation Europe ha emesso un comunicato per dire che l’Italia dà priorità al software libero nel settore pubblico) e i dirigenti delle varie amministrazioni possano smettere di pensare che l’open source è solo una bella utopia scritta nel CAD (battuta udita di persona).
Il testo di questo articolo è sotto licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

L'autore

  • Simone Aliprandi
    Simone Aliprandi ha un dottorato di ricerca in Società dell’Informazione ed è un avvocato che si occupa di consulenza, ricerca e formazione nel campo del diritto d’autore e più in generale del diritto dell’ICT. È responsabile del progetto copyleft-italia.it, è membro del network Array e collabora come docente con alcuni istituti universitari; ha pubblicato articoli e libri sul mondo delle tecnologie open e della cultura libera, rilasciando tutte le sue opere con licenze di tipo copyleft.

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