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Se la televisione abdica, la Rete s’insinua

12 Marzo 2008

Se la televisione abdica, la Rete s’insinua

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La campagna elettorale si fa sul territorio, d'accordo. Ma qualcosa si muove anche in Rete, anche in Italia. La sensazione che alcune mediazioni non siano più così necessarie spinge a ripensare la partecipazione politica e a costruire ponti culturali. Restano indietro solo i partiti.

Sarà che la campagna elettorale è ancora giovane, ma alcuni segnali mi sembrano interessanti e ormai consolidati. Riguardano la tv, Internet e la nostra dieta in fatto di informazione e partecipazione politica. Per dirla in una metafora: andiamo in mensa molto meno spesso di prima e, magari solo una bistecca girata e voltata, ma stiamo ricominciando a cucinare. Di più: siccome l’igiene in mensa lasciava a desiderare e chi la frequentava ne era sempre più disgustato, ora per ripulirla gira tanto di quel disinfettante che non riesci nemmeno più a distinguere il sapore del cibo.

Fuor di metafora: ve ne siete accorti? È sempre più difficile far politica in televisione. Telegiornali, talk show e candidati di primo piano ballano una musica tutta loro: se improvvisamente ci zittissimo tutti quanti e spegnessimo pure lo stereo, probabilmente li vedremmo dimenarsi isterici ancora per qualche manciata di secondi, prima di accorgersi che li stiamo fissando divertiti. Rese più inutili che inoffensive nelle precedenti occasioni, quest’anno dovrebbero saltare perfino le messe cantate che ogni campagna elettorale celebra in tv da qualche decennio a questa parte: il confronto televisivo tra gli aspiranti premier, quintessenza del servizio pubblico. Dice: se le regole le fai blande, in Italia tutti se ne approfittano (o, quanto meno, non abbiamo indovinato il giusto mix di professionalità e capacità di rischiare, suggerisce Antonio Sofi). Allora tocca farle rigide, queste regole; ma talmente rigide e prive di buon senso che finisci per non aver bisogno di regolare più nulla, perché diventa impossibile organizzare alcunché.

La società civile perde un’occasione e la televisione, che di quell’occasione era il tramite, abdica al suo ruolo principe. Tant’è che a Mario Tedeschini Lalli è venuta un’idea: perché la società civile non si riprende la sua facoltà? La televisione non è l’unica opportunità: disintermediamo il processo e costruiamo un evento mediatico al di fuori dalla televisione – facendolo poi rientrare dalla finestra dei mass media per diritto/dovere di cronaca:

Immaginiamo ora di trovare in Italia due, tre, massimo quattro organizzazioni/associazioni o fondazioni, che non abbiano un profilo politicamente troppo schierato che si mettano d’accordo per organizzare loro i dibattiti. Meglio ancora: si mettano d’accordo tre o quattro università. Contattino i candidati, propongano delle regole (magari esattamente le stesse del 2006, o le regole dell’appena avvenuto dibattito spagnolo, o quelle dell’ultimo Clinton-Obama), affittino un teatro in qualche città italiana (se gli organizzatori sono università, questo problema neppure si pone) e stabiliscano la data. Al dibattito saranno invitati i cittadini che vorranno, in base a qualche criterio da stabilire. Siccome tutti gli interessati non entreranno nella sala, gli organizzatori organizzeranno una ripresa video per trasmettere le immagini nel foyer, o nella piazza antistante (tratterebbesi – n.b. – di circuito chiuso, non di broadcast). Capita tuttavia (toh!), che la tecnologia oggi consenta a molti più cittadini, singoli cittadini, di essere “presenti” pur senza trovarsi in loco. Dunque un cittadino “chiede di essere presente” via internet, collegandosi a un server di streaming e scaricando così (non ricevendo in broadcast) i dati video-audio che gli interessano.
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Magari non sarà quest’anno, ma la consapevolezza che quasi tutti i processi della società di massa oggi possono essere disintermediati in modo rapido ed efficace si sta diffondendo con velocità. E questa confusa primavera politica ne è testimone a diversi livelli. Perfino il mondo dell’informazione, notoriamente affetto da gigantismo e miopia, se n’è accorto. Due esempi? Da un paio di settimane, tutti i giorni Repubblica.it raccoglie e richiama in primo piano una rassegna di commenti, echi e idee presi dalla Rete, ovvero da blog, siti personali, webzine specializzate e in generale tutte quelle fonti che ancora non hanno un ruolo definito nei canali informativi. Non è una questione di fonti, è una questione di persone: le idee delle persone, così difficili da intercettare al di fuori della cronaca dei massimi sistemi, sono entrate a far parte del racconto della realtà – o quanto meno di una porzione di racconto particolarmente attuale – in modo approfondito, consapevole e digerito. È il primo riconoscimento della Rete come spazio pubblico, dice Giuseppe Granieri, un ponte prezioso che rende accessibile il pensiero dell’opinione pubblica in tutti quegli ambienti dove ancora l’opinione pubblica viene ignorata, perché non visibile da chi si ferma ai modelli di comunicazione consolidati.

Altro gruppo editoriale, altra sperimentazione, altro possibile ponte: Il Sole 24 Ore ha preso e adattato per l’Italia quel 10questions lanciato con successo negli Stati Uniti alla fine del 2007 da Techpresident, un blog che tiene traccia del rapporto sempre più complesso tra tecnologia e politica nella corsa per la Casa Bianca. Fino al 23 marzo chiunque può registrare la propria video domanda ai candidati presidenti del consiglio su 10 domande, sottoponendola al filtro diffuso degli altri visitatori. Le dieci più votate saranno girate ai candidati, che potranno cogliere questa opportunità – in qualche modo rassicurante, perché vestita con le insegne di una grande testata – e rispondere ai cittadini. Le centinaia di migliaia di americani qui da noi saranno probabilmente solo alcune centinaia di partecipanti, perché da questa parte dell’Oceano scala e consapevolezza sono in ritardo di qualche anno. Ma è un inizio – coraggioso – per chiunque lo utilizzerà per mettere in gioco le proprie idee, candidati compresi.

Chi non ha bisogno di ponti per avventurarsi nella Rete abitata dalle persone ha ulteriori possibilità per partecipare. Non soltanto il classico blog personale, nodo ormai consolidato in un circuito di attenzione e condivisione nel quale ciascuno può raccontare il mondo così come lo vedono i suoi occhi. Ma anche esperimenti che forse non hanno ancora i numeri per incidere, ma intanto provano a far girare meccanismi collettivi. Openpolis, per esempio, ottenne una discreta notorietà durante la campagna elettorale 2006 grazie a Voi siete qui, un test di posizionamento politico che proprio in questi giorni sta ponendo le basi (collaborative, neanche a dirlo) per l’edizione 2008. Ma questo progetto no profit è molto più ampio e sta dando vita, sulla falsa riga dei rodati OpenCongress o CongressPedia, a una enciclopedia collaborativa della politica italiana nella quale archiviare biografie, incarichi, dichiarazioni, programmi editoriali a tutti i livelli politici e amministrativi. Oppure Wikidemocracy, un altro progetto indipendente in forma di wiki che prova ad avvicinare i cittadini ai partiti promuovendo la scrittura partecipata dei programmi politici. Riconoscersi in un partito, in questo caso è essenziale: si può contribuire e discutere con altri iscritti soltanto all’interno di sezioni dedicate ai singoli movimenti, secondo una mappa politica che aderisce completamente all’attualità e non lascia molto spazio alla coda lunga degli indecisi o di chi privilegia le idee agli schieramenti.

Chi resta indietro, in tutto questo, sono proprio i partiti politici, ovvero chi più avrebbe da guadagnare dall’innovazione e dalla disintermediazione del rapporto con gli elettori. Non è un peccato tale, per carità: stiamo parlando di un sito, non di un programma di governo impresentabile. Però qualcosa un sito te lo racconta, e la collezione inverno-primavera 2008 della politica italiana online parla di una gran fatica a tenere il passo di una sensibilità che evolve con rapidità. Impressione confermata dall’ascolto di chi sta dall’altra parte della barricata (grazie a SherpaTv che ha intervistato i responsabili delle campagne elettorali su Internet): non stanno parlando con me, parlano ancora tra loro. Piccoli segnali, però vivaci, vengono invece dai circoli online («abbiamo deciso di dire in pubblico quello che avevamo da dire», chapeau!), piccola grande innovazione nel solco della tradizione, contemplata per ora dal giovane statuto del Partito Democratico e in predicato di contagiare presto altri movimenti. Ed è tutta ancora da verificare la strategia dei candidati in lista, che – complice una campagna elettorale che parte col fiatone – stanno aprendo o riverniciando il proprio nodo della Rete appena in questi giorni (e qui, dopo il recente excursus di Apogeonline, tornano preziose le antennine specializzate di Spindoc).

Meno cibo da mensa, un po’ più di cucina casalinga e persino un po’ di sana creatività culinaria: sta a vedere che un po’ alla volta forse ricominciamo a mangiare meglio. E, fuor di metafora, a farci governare meglio.

L'autore

  • Sergio Maistrello
    Sergio Maistrello, giornalista professionista, segue da oltre 20 anni l'evoluzione di Internet e le sue implicazioni sull'informazione e sulla società. È docente a contratto di Giornalismo e nuovi media all’Università di Trieste e insegna New media al Master in Comunicazione della Scienza della Sissa.

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