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Se Facebook allarga il digital divide

15 Maggio 2009

Se Facebook allarga il digital divide

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Soddisfare l'utente contemporaneo per un grande social network significa investire su connettività e tecnologia. Ma che cosa succede in quelle parti del mondo in cui (economicamente) il gioco non vale la candela?

Ho letto l’altro giorno un articolo pubblicato dal New York Times. Un pezzo che lancia con forza un tema importante, apre uno spiraglio su uno scenario che potrebbe avere conseguenze profonde sullo sviluppo dell’Internet e di conseguenza della società in quei paesi che non sono proprio all’avanguardia dello sviluppo economico. Lo scenario è molto semplice, perfettamente logico nella sua logica di business che non può guardare in faccia nessuno e portatore di sviluppi preoccupanti. In estrema sintesi, la storia è questa: per i grandi siti che si basano sulla diffusione di grandi moli di contenuti e interazioni, la clientela dei paesi in via di sviluppo è più un problema che un’opportunità.

Certo, in molti di questi paesi il traffico verso questi siti (da Facebook a YouTube a MySpace, tanto per fare qualche nome) è decisamente importante. E d’altra parte spesso questo tipo di siti offrono delle significative alternative ai media classici locali, aprono scenari di interazione, di socializzazione, di crescita personale attraverso l’esposizione a contenuti e concetti, una piattaforma di scambio di idee. Insomma dal punto di vista sociale credo proprio che svolgano un ruolo importante per la crescita della cultura. Ma questo traffico non è certo un successo. Anzi.

Quello che succede è che portare queste moli di contenuti in questi posti non proprio sviluppatissimi dal punto di vista delle infrastrutture tecnologiche è molto costoso, richiede investimenti corposi da parte di queste aziende. Abbiamo letto infinite volte in questi ultimi tempi discussioni sul modello di business di Facebook, di come farà a far tornare i conti a fronte di una quantità enorme di foto, video, post caricati dagli utenti, volumi di dati che vanno gestiti, archiviati, distribuiti. Sappiamo quanti fantastilioni di video vengono caricati ogni secondo da una massa di utenti mondiali assatanati nella creazione e distribuzione di contenuti.

Ma quel che è peggio è che ci si è ormai abituati troppo bene, ci si attende una rapidità e qualità di trasmissione di video e immagini di alto livello. E tutto questo non avviene da solo, e richiede mettere sotto il cofano dei pezzi molto costosi di tecnologia, da piazzare specialmente in quei luoghi dove le infrastrutture esistenti non consentono di dare quel livello di servizio che è ormai uno standard per noialtri fortunati abitanti del primo mondo. Purtroppo, in questi posti un po’ marginali del mondo, il gioco rischia proprio di non valere la candela. Nei paesi in via di sviluppo il modello di business basato sulla pubblicità rischia di essere ancora meno sostenibile che in luoghi più economicamente sviluppati.

Morale della favola: all’interno di un trend che vede profilarsi all’orizzonte in modo preoccupante un trend di pay per content (ne parlavamo poco tempo fa) – secondo il quale ad esempio il gruppo Murdoch parla apertamente di mettere a pagamento la versione online non solo del Wall Street Journal (che avrebbe un senso) ma anche di testate meno verticali quali il Sun, il Times eccetera – si sta pensando seriamente a un modello geolocalizzato di restrizione dell’accesso. La spietata logica di business non fa una grinza: se portare il mio servizio nella tua nazione mi porta dei costi e non mi porta dei profitti, io questo servizio non te lo dò più. Oppure te lo metto a pagamento. Oppure te lo dò in una versione fortemente ribassata, in modo da togliermi costi e tu ti devi far piacere una qualità che per il resto del mondo sarebbe inaccettabile.

Il modello “paga se vuoi vedere”, pay per content, pay per access sembrerebbe essere quello che ha più senso – seguendo ad esempio la strada di Flickr: non fosse che i 24.95 dollari che il sito di condivisione chiede per passare alla versione Pro per noi sono spiccioli, mentre in altri paesi possono essere un bel mucchio di soldi. Quindi uno scenario di acceso fortemente discriminante che solo classi agiate possono permettersi. E qui mi viene un parallelo o un contrasto con iniziative di democratizzazione, di stimolo di crescita delle classi disagiate come quella dell’One Laptop Per Child. Insomma, da un lato si cerca di aiutare società depresse a evolvere, ma dall’altro gli si tolgono strumenti. Nulla contro le aziende, di certo non si può chiedere loro di fare forzatamente beneficenza e di accollarsi forti perdite. D’altra parte la restrizione alle idee, alla condivisione non è certo un grosso aiuto per portare avanti una società.

Da un certo punto di vista dobbiamo considerare forse anche l’Italia nel novero dei paesi “sottosviluppati”? Questo è quello che apparentemente sembra pensare Last.fm, che fino a poco tempo fa distribuiva musica gratis per tutti, ma che con la nuova release aveva provato a mettere a pagamento il servizio per una serie di nazioni (anche se il progetto, di fronte alle vocalissime reazioni del mercato, è stato al momento rimandato a data da destinarsi). Per altre aziende nemmeno la strada del pay per content sembra essere sufficientemente interessante: siti come quello di Veoh (un servizio di video sharing) hanno semplicemente chiuso i rubinetti e inibito l’accesso all’Africa, Asia, America Latina ed Europa dell’Est. E non per questioni di diritti, come ad esempio Hulu, ma proprio perché la lira non girava. E ti saluto il modello della globalità/mondialità/accesso universale.

Ricompariranno dunque walled garden riservati a quelli che economicamente “fanno senso”. E, come dice il New York Times, se è vero che ci sono circa 1,6 miliardi di utenti Internet nel mondo, solo il 50% di questi hanno redditi sufficientemente alti da costituire un potenziale mercato. Quindi nel mondo un internet user su due deve prepararsi a stringere un po’ i denti e vedersi tagliato fuori all’accesso non solo di beni, ma anche di servizi made in the First World. Altri proveranno a perseguire il downgrading – come MySpace, che introdurrà una versione “leggera” meno ghiotta di banda, per paesi come l’India. Forse YouTube, accanto alla versione HD che ci stiamo godendo, introdurrà una versione low quality, che si ciucceranno i meno abbienti, quelli meno potenziali in termini di utenza pubblicitaria e quindi di revenue. Stessa solfa pare si ascolterà dalle trombe di Facebook e, con un effetto domino, probabilmente per tutti gli altri operatori con problemi comparabili.

Si aggraverà dunque, invece di alleviarsi, il digital divide. Che, in un mondo connesso significa avere un globo a due velocità, e differenze culturali che invece di amalgamarsi si differenzieranno ulteriormente. Non si può nemmeno pensare che i governi o le organizzazioni in qualche modo benefiche si mobilitino in massa per garantire l’accesso al videosharing o al social networking in paesi che devono affrontare emergenze ben più primarie come quelle dell’alimentazione, della casa o della salute. Voglio però essere un po’ ottimista: se c’è una cosa che ci ha insegnato la storia di Internet e delle persone, sopratutto delle persone che compongono la rete, è che il sistema ci ha sempre stupito, inventando soluzioni e opportunità nuove, dallo user generated al wiki. E forse, ancora una volta, da quello che sembra un problema irrisolvibile nascerà lo spunto per qualcosa di talmente nuovo che oggi non siamo in grado di immaginare. O almeno speriamolo.

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