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Save the Data, sfumano i finanziamenti di Obama

05 Aprile 2011

Save the Data, sfumano i finanziamenti di Obama

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Il Congresso degli Stati Uniti sta per tagliare del 94% i fondi per l'open government. È la fine per i vari Data.gov, Apps.gov, IT Dashboard e USASpending.gov?

La notizia fa rumore: Data.gov, USASpending.gov e altri cinque siti simbolo delle politiche di open government dell’amministrazione Obama rischierebbero un’imminente chiusura. L’indiscrezione, ripresa da molte autorevoli fonti, è rimbalzata sui siti di tutto il mondo, diffondendo il panico tra i sostenitori del movimento open e i fautori della liberazione dei dati pubblici come strumento di trasparenza e di stimolo al sistema economico e imprenditoriale.

Un taglio del 94%

Il Governo americano starebbe pensando alla chiusura di questi siti (tra cui rientra anche Apps.Gov) entro il 31 maggio 2011, se il Congresso dovesse definitivamente approvare il disegno di legge di bilancio che prevede un drastico taglio (circa il 94%) dei fondi destinati all’e-government (da 34 milioni di dollari a soli 2 milioni fino alla fine dell’anno fiscale). I tagli al budget segnerebbero un ritorno al passato: ai tempi dell’amministrazione Bush, infatti, la spesa era di 2-3 milioni di dollari all’anno. Al contrario, Barak Obama, fin dalla sua esperienza come senatore, ha lavorato a politiche di trasparenza che prevedessero il massiccio impiego di internet, facendo poi dell’open government un tratto distintivo della sua presidenza. Nel 2010, Obama ha ottenuto dal Congresso lo stanziamento di quasi 35 milioni di dollari per i progetti di open gov, sicuro dei benefici che ne sarebbero derivati non solo per l’amministrazione ma anche per cittadini e imprese.

Proprio grazie alle politiche di trasparenza fin qui adottate, chiunque (anche i membri del Congresso) può vedere quanto siano costati i siti voluti da Obama: basta utilizzare la IT Dashboard, sistema attraverso cui monitorare la spesa per l’innovazione in ambito pubblico. Dai dati pubblicati risulta che Data.gov (il portale nazionale di accesso ai dati pubblici) è costato 8,3 milioni di dollari, Apps.gov (il marketplace del cloud computing dell’amministrazione) è costato 1,4 milioni e USASpending.gov (il sito da cui è possibile monitorare la spesa pubblica) circa 13,3 milioni. Dietro tale scelta, per alcuni, c’è la volontà di affossare politiche di Obama in materia di trasparenza, mentre per altri la scelta di tagliare i progetti in questione andrebbe ricercata nel feeling mai scattato da parte del Congresso per l’open government; non manca poi chi ritiene che i fautori dell’open data pagherebbero l’incapacità di produrre (o quantomeno di comunicare) risultati concreti e tangibili.

Una scelta irrazionale

Tale ultima analisi non convince affatto: la retorica anti-open gov è smentita da numerosi dati; basti pensare, ad esempio, a quelli contenuti nel rapporto dell’Onu sullo stato dell’e-government nel mondo per il 2010. I benefici delle politiche di open data sono molteplici e assolutamente evidenti; per restare nell’ambito dell’esperienza statunitense, Vivek Kundra ha recentemente dichiarato che proprio grazie all’IT Dashboard sono stati già risparmiati circa 3 miliardi di dollari. Oltre a una più efficiente allocazione delle risorse nel settore pubblico, le politiche di open data – in un solo anno – hanno già avuto effetti positivi per il sistema economico-imprenditoriale: sono oltre mille le applicazioni sviluppate e numerose start-up che utilizzano dati pubblici come MyCityWay e BrightScope; quest’ultima nel 2011 fatturerà più di 10 milioni di dollari, impiegando ben 6o persone.

Se si pensa che questi benefici sono prodotti spendendo meno di un millesimo del bilancio federale, si comprende perché la scelta di tagliare i relativi fondi appaia quantomeno irrazionale. Non si può ignorare, inoltre, che i siti a rischio chiusura producono vantaggi che non possono essere tutti valutati con esclusivo riferimento a parametri economici; queste iniziative aiutano l’amministrazione a operare in modo più efficiente ed efficace, risparmiando i soldi dei contribuenti e consentendo la loro vigilanza. Per non parlare dei benefici in materia di aumento di qualità della vita delle persone (basti pensare ai vantaggi derivanti dalla conoscenza dei dati relativi alla criminalità o alla salute) e che possono essere conseguiti al prezzo di un terzo di quanto gli Stati Uniti hanno speso per un solo giorno di attacchi missilistici in Libia nelle scorse settimane.

Salvate i dati

Naturalmente, l’open data statunitense non è esente da problemi e critiche, tanto che nei mesi scorsi alcuni soggetti come Sunlight Foundation e OMB Watch hanno lamentato alcuni limiti delle iniziative di Obama, pur riconoscendo all’amministrazione di lavorare nella giusta direzione. È per questo che, appena appresa la notizia dei tagli al budget, la Sunlight Foundation ha scritto una lettera aperta al Congresso americano in cui chiede di proteggere i siti a rischio chiusura, sostenendo che «un governo aperto e responsabile è un prerequisito per la democrazia. Mantenere in vita questi progetti costerebbe una miseria rispetto al valore che ha la trasparenza del governo federale». Parallelamente Sunlight Foundation ha promosso anche una mobilitazione di tutti coloro che hanno a cuore l’open data con una campagna dal nome significativo: Save the Data (Salviamo i dati); chiunque può aderire via internet, sottoscrivendo la lettera aperta al Congresso e coinvolgendo la stampa locale nell’attività di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sui rischi dei tagli al budget. È sufficiente ricercare su Twitter l’hashtag #savethedata per vedere quanto la Rete si stia mobilitando anche grazie a testimonial d’eccezione come Tim Berners Lee.

L’eventuale chiusura di Data.gov, infatti, non è solo una questione del governo americano, ma assume rilevanza globale in quanto il movimento open ha iniziato a diffondersi in tutto il mondo proprio partendo dall’esperienza statunitense. Per questo motivo, la notizia è stata ripresa anche fuori dai confini americani con toni apocalittici, quasi come se la fine di Data.gov rappresentasse la fine dell’open data.  Ebbene, così non è, nonostante l’enorme valore simbolico dei siti che rischiano la chiusura; come ha sostenuto Tim O’Reilly l’open government rappresenta il presente e il futuro di tutte le democrazie del mondo, anche perché, rafforzatosi negli Stati Uniti, è ormai diventato fenomeno globale. Basti pensare alla circostanza per cui, proprio mentre il Congresso discuteva dei tagli, un altro Paese, Honk Kong, ha inaugurato il proprio portale nazionale di dati pubblici, aggiungendosi alle decine di Stati e centinaia di regioni e municipalità che in tutto il mondo (in un solo anno) hanno già seguito l’esperienza dell’Amministrazione Obama.

L’inizio della fine?

Anche negli Stati Uniti l’eventuale chiusura di Data.gov e degli altri sei siti non segnerebbe la fine dell’open gov; al contrario, tutte le amministrazioni continueranno a essere tenute a pubblicare i propri dati online. La differenza con quanto sin qui accaduto risiederebbe soltanto nel fatto che mancherebbe un unico sito di accesso alle informazioni che sarebbero disseminate sui siti dei diversi enti. Si tratta di un dato che non deve scoraggiare: l’esperienza del sito inglese Where does my money go, realizzato da un soggetto privato (Open Knowledge Foundation), dimostra che se i governi rendono pubblici i dati, i privati possono fornire agli utenti i necessari servizi di aggregazione e visualizzazione; anche negli Stati Uniti, soggetti non-profit o imprese potrebbero prendere il posto di Data.gov.

La situazione è ancora in divenire ed è forse troppo presto per essere pessimisti; oltre alle proteste, i cittadini statunitensi possono far sentire la propria voce anche con gli strumenti tipici del Governo 2.0. Ad esempio, fino al 15 aprile, è possibile suggerire all’Amministrazione idee per innovare e rendere più efficiente la macchina burocratica; qualcuno ha già indicato (con diversi feedback positivi) la strada della sponsorizzazione dei privati per salvare i siti a rischio chiusura. Non basta un taglio di fondi per cancellare l’open government.

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