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Ribassi borsistici, ristrutturazione a LinuxCare, rinuncia Corel-Borland: forse in crisi l’open source?

22 Maggio 2000

Ribassi borsistici, ristrutturazione a LinuxCare, rinuncia Corel-Borland: forse in crisi l’open source?

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Non accennano ad attenuarsi i problemi sul fronte commerciale per il mondo Linux.

Prosegue la caduta libera dei titoli delle varie aziende presenti a Wall Street. Crisi sparata per LinuxCare: dopo la rinuncia all’IPO e l’abbandono di primi dirigenti ora licenzia una fetta consistente della forza lavoro. Ma la ciliegina sulla torta è la notizia del dietro-front sulla fusione Corel/Inprise-Borland, quella che avrebbe dovuto dar vita alla “Linux Powerhouse” spazzatutto. Resta da vedere se e come tutto ciò influirà sulla crescita del movimento open source in generale e soprattutto come procederà il lavoro degli sviluppatori.

È certamente il caso di partire dalla rottura del patto tra la Corel di Ottawa e la californiana Borland-Inprise, rottura annunciata ufficialmente il 16 maggio scorso. Seppur non proprio inatteso per gli addetti ai lavori, il dietro-front appare certamente un grosso smacco per l’intero giro Linux. Capitalizzata come scambio di titoli per un valore complessivo (allora) di circa 1 miliardo di dollari, l’operazione avrebbe dovuto dare grosso impulso all’alternativa a Windows capitanata dal lavoro pro-Linux di Corel. Da qualche tempo quest’ultima spingeva infatti sull’allargamento dell’utenza di base, mirando in particolare all’ambiente desktop e ai server di portata medio-bassa. Pur proseguendo nella produzione di software Windows (vedi il successo di WordPerfect8), si prospettava l’affermazione di Linux in quanto sistema operativo per i client, di fianco alle innovazioni previste per gli applicativi Office e il settore grafico (entrambi in avanzata fase di sviluppo). Il tutto potendo contare su un’affermata catena distributiva e sulla buona diffusione di Corel Linux, venduto a 50 dollari, basato su Debian e dotato di un gradevole installer grafico assai vicino al Lizard di Caldera, oltre a un file manager in stile Windows. In tal senso la prevista fusione con Borland/Inprise avrebbe dovuto esplodere nella cosiddetta Linux Powerhouse, proprietaria di una serie completa di tool che le avrebbe garantito una posizione unica nell’imprenditoria di settore, almeno per qualche tempo.

Tutto ciò tuttavia sulla carta, senza fare i conti con l’oste di turno. Ovvero gli investitori, l’altalenarsi borsistico, il dinamismo del mercato. In questi tre mesi seguiti all’annuncio della fusione, i titoli Corel sono scesi di ben il 73 per cento, in parte per la crisi dell’high-tech a Wall Street ma soprattutto per i dati negativi dell’ultimo trimestre di attività (oltre 18 milioni di dollari in rosso) e lo scetticismo sulle effettive capacità di guadagno dalle applicazioni Linux. Guarda caso, però, appena 24 ore dopo l’annuncio della rinuncia, i titoli Corel erano già risaliti dell’11 per cento (6 dollari per azione), rispetto ad un massimo storico di 44.50. In leggera risalita anche quelli di Borland del 4,8 per cento (6.125 ad azione). Ma quel che è peggio, le previsioni appaiono tutt’altro che rosee per l’azienda canadese. È allo studio un piano di ristrutturazione generale che prevede drastici tagli di 40 milioni ai costi operativi. Con la riproposizione delle inevitabili voci di acquisizione in toto, pur nella disapprovazione del noto Michael Cowpland, fondatore e CEO dal 1985, attualmente detentore del 12 per cento delle quote azionarie della società.

Proseguono intanto in caduta libera le quotazioni in borsa degli altri distributori Linux, confermando il trend al ribasso attivo fin da gennaio e l’apice negativo di fine aprile (https://www.apogeonline.com/openpress/articoli/art_52.html). Rispetto alle settimane immediatamente precedenti, a inizio maggio le quotazioni di Red Hat erano sostanzialmente invariate, circa 28 dollari ad azione. In leggera salita gli altri: VALinux (+ 5 punti, 65 dollari), Andover (+2 punti, 23 dollari), Caldera (+1 punto, 16 dollari). Questi invece i dati di mercoledì 17 maggio: 21 dollari per Red Hat, 50 dollari per VALinux, 10 dollari per Caldera. Unica eccezione, almeno in data odierna, il gruppo Andover: 28 dollari ad azione. Cifre che si commentano da sole. E anche in questo caso, gli esperti sono tutt’altro che fiduciosi sulla ripresa dei titoli open source, che paiono aver esaurito l’impatto travolgente dello scorso autunno.

Last but not least, la crisi prolungata di LinuxCare. La rinuncia ufficiale del 1 maggio alla IPO è praticamente concisa con l’improvvisa dipartita prima del CEO Fernand Sarrat e poco dopo del chief information officer Doug Nassaur. Sulla falsariga del tonfo di Corel, anziché tirar su bei soldoni (oltre 50 milioni di dollari per 4,5 milioni di titoli a un prezzo iniziale di 13-15 dollari a testa), ora LinuxCare è alle prese con un complesso piano di ristrutturazione generale che ha appena causato il licenziamento di circa 70 programmatori, a fronte di una forza lavoro che a dicembre toccava le 130 unità e che si prevedeva di portare a 250 entro l’estate. È vero che costoro avranno pochi problemi a trovare immediata occupazione presso le molte società informatiche dedite in qualche modo a Linux. Ma è altrettanto ovvio che un tale percorso negativo continui a suscitare l’attenzione e le reazioni del mondo open source.

L’ultima uscita è una lunga lettera aperta di Tim O’Reilly, liberamente disponibile online. (http://www.oreillynet.com/pub/a/linux/2000/05/09/lessons.html). Più che dare la colpa agli errori gestionali e alla debolezza commerciale di Linux, secondo l’editore ci si trova di fronte a una lezione di segno opposto: le opportunità di servizi per il software open source richiedono approcci più ampi e diversificati. Anziché puntare a servizi per l’utenza medio-bassa, ora “il business model di LinuxCare si va giustamente riposizionando a livelli più alti, creando ‘versioni private’ di Linux”. A conferma del fatto che tali opportunità spesso risiedano in tutt’altro ambito da quello previsto inizialmente. Oltre qualche schermaglia polemica, la rapida replica (http://oreilly.linux.com/pub/a/linux/2000/05/09/lessons_followup.html) di Dave Sifry, co-fondatore di LinuxCare, tende in sostanza ad avvalorare tale ipotesi: “il potere del modello open source attira molte entità, ma per farlo funzionare occorre lavorare sodo”. Purché, è il caso di aggiungere, a rimetterci non sia in qualche modo la produzione del codice e la libera circolazione del software.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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