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Red Hat: come fare i soldi con il lavoro degli altri

13 Settembre 1999

Red Hat: come fare i soldi con il lavoro degli altri

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Un sogno si è infranto, quello di un sistema libero, puro, in mano ai tecnologi e non compromesso nei meccanismi del potere e dei potentati economici. È ora forse di smettere di sognare Linux e lasciare che rimanga il peggior incubo di Bill Gates.

L’entrata in borsa di Red Hat ha ripetuto il successo di altre stock option delle nuove tecnologie. Grande antesignana del fenomeno fu Netscape che, ben prima che il suo prodotto venisse rilasciato, aveva riscosso un enorme interesse tra gli investitori.

Si sa che quello delle nuove tecnologie e in particolare quelle legate ad Internet e ai fenomeni cosiddetti “aperti”, sta risultando una nicchia speculativa e nello stesso tempo un soffietto di transazione per i periodi in cui risulta difficile l’investimento sui titoli tradizionali. Red Hat é stata con ogni approssimazione la prima impresa informatica a tradurre in pacchetto commercializzabile il frutto degli sforzi di migliaia di sviluppatori e supporter di Linux. Così facendo ha gettato nella polvere il mito del sistema operativo “anarchico” frutto della collaborazione disinteressata di appassionati dell’informatica libera.

Nello stesso tempo ha acceso l’interesse di un numero notevole di utilizzatori per i quali Linux era un prodotto troppo distante dalle proprie possibilità tecniche e relazionali. Il suo esempio é stato seguito a ruota da diverse aziende come SUSE, Caldera, Mandrake e l’ultima arrivata, Corel, che offrirà il sistema operativo a quanti acquisteranno gli applicativi che la software house canadese creerà per esso. Inoltre, diversi produttori di computer fra cui IBM e Compaq, si sono seriamente interessati al fenomeno tanto da includere alcuni di questi pacchetti nell’installazione delle loro macchine.

Non era certo sicuro che all’idea di commercializzazione shareware avesse fatto seguito un vero successo commerciale. Sembrava anzi che la casa lamentasse un troppo scarso ritorno di contratti “paganti”, al punto di interrompere la distribuzione di pubblico dominio per passare a quella esclusivamente commerciale. Ora che i suoi tre principali investitori – il maggiore, Frank Batten Jr. e con lui Marc Ewing, capo dell’ufficio tecnico e il CEO Robert Young – sono diventati megamiliardari (Batten ha visto i 15 miliardi investiti trasformarsi in 1000 in meno di un mese), e la crescita continua, il problema della vendita commerciale del prodotto potrà essere considerato un hobby.

Secondo una legge economica ormai da anni consolidata, infatti, solo il 2% del denaro mobilitato in Borsa ha a che fare direttamente con la produzione di beni e servizi. Insomma, il signor Torvalds e le torme di genialoidi smanettoni che hanno originato questa fortuna, non faranno un quattrino da tutto ciò, mentre lo faranno proprio gli stessi che ieri investivano solo nel “nemico” Microsoft e da oggi, anche e soprattutto, nell’antagonista shareware e nelle sue stock options. Per recuperare qualche soldo, se ne hanno da investire, possono aspettare che tocchi alla tedesca SUSE o a Mandrakesoft, oppure possono anticipare l’uscita della versione per Linux della CorelSuite investendo fin da subito in azioni Corel.

Quello che non riusciranno a recuperare é la delusione del sogno infranto di un sistema libero, puro, in mano ai tecnologi e non compromesso nei meccanismi del potere e dei potentati economici.

È ora forse di smettere di sognare Linux e lasciare che rimanga il peggior incubo di Bill Gates. Si può pensare al bel RiscOS dei laboratori di ricerca ORL di Olivetti (sulle orme del PARC di Xerox di Dunglebartiana memoria), al neo-Amiga o alle alternative commerciali come Warp, BeOS o il tradizionale MacOS.

Ma, inutile illudersi, non sarà mai più lo stesso. Un mito si é infranto e con esso i sogni di una generazione, quella ben descritta da Douglas Coupland nel suo Microservi a cui la newtech non può più dare risposte. Nessun sogno cyber, nessuna via di fuga dal sistema. Muore con Linux un periodo dell’informatica come laboratorio e del cyber come movimento e, come spesso capita, questo corrisponde al declino del suo nemico. E, come spesso capita, la sconfitta del nemico, più che con una liberazione, coincide con un lutto, quello della perdita della gioventù. Il re é morto, dunque. Viva il re.

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