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Ramonet e la Tirannia della comunicazione

04 Giugno 1999

Ramonet e la Tirannia della comunicazione

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La comunicazione come oppressiva ideologia dominante è il tema dell'ultimo libro di Ignacio Ramonet, Direttore di "Le Monde Diplomatique"

Ignacio RAMONET
“La Tyrannie de la communication”
Editions Galilée. Collection “L’espace critique”, 1999
pp.208
138 FF

Si può acquistare on line presso il sito della libreria Alapage.com

Articolato in agili ma densi capitoli, scandito in paragrafi dallo stile asciutto e senza fronzoli, questo libro uscito qualche mese fa in Francia si legge tutto d’un fiato.
Contiene concetti forti, ed è probabile che alcuni passaggi risultino un po’ duri da mandar giù con disinvoltura. Il fatto poi di sapere che chi li ha scritti è il direttore del prestigioso “Le Monde Diplomatique” nonché professore di Teoria della Comunicazione all’Università Denis-Diderot (Paris – VII) non può che risultare ulteriormente stimolante.

La comunicazione, ci dice Ramonet, per molto tempo è stata sinonimo di libertà: significava diffusione del sapere, della conoscenza, dei lumi della ragione contro superstizioni e oscurantismi di ogni sorta. Oggi però, nell’era della cosiddetta “comunicazione planetaria” molte cose sono cambiate. La comunicazione, diventata idea tanto forte da apparire quasi un dogma, sta rimpiazzando silenziosamente l’utopia sino a ieri dominante e ormai criticata da ogni parte del “progresso”.
La comunicazione rischia di diventare essa stessa la grande superstizione del nostro tempo.

Come è potuto accadere questo? Ramonet passa in rassegna ed analizza una serie di fenomeni tra i quali:

  • le grandi mutazioni tecnologiche (informatizzazione galoppante in ogni settore di attività, rivoluzione digitale) ed economiche (operazioni di fusione e di concentrazione nelle quali sono implicate tutte le imprese che hanno a che fare con la comunicazione) che hanno sconvolto, a livello macro, tutto l’insieme del sistema di comunicazioni di massa;
  • la crisi crescente di tutti i media tradizionali (stampa, televisione, radio) che perdono audience e nei cui confronti aumentano lo scetticismo, la diffidenza, l’incredulità;
  • la progressiva scomparsa della specificità della professione del giornalista, determinata anche dal fatto che Internet permette a chiunque non soltanto di essere effettivamente, a modo suo, un giornalista, ma anche di ritrovarsi a capo di media di portata planetaria.

Tutto ciò ha determinato lo stravolgimento dell’idea stessa di informazione.

Di fronte all’esigenza di fare sempre più in fretta e prima degli altri, di considerare “reale” solo l’attualità non c’è più tempo per analizzare, pensare, elaborare. A questo si aggiunge la fascinazione dell’immagine e l’illusione che vedere equivalga a comprendere. Informazione ed intrattenimento tendono a confondersi e l’importanza degli avvenimenti viene di fatto considerata proporzionale alla quantità di immagini disponibili. Il reale obiettivo dei telegiornali non è quello di informare ma di “intrattenere”. All’intelligenza razionale e all’astrazione dei concetti e delle parole si sostituisce “l’intelligenza emozionale” chiamata in causa da immagini – choc.

In un contesto dominato dalle leggi del profitto e nel quale l’informazione non è dunque altro che merce, al giornalismo “di investigazione” (di ricerca, cioè, della verità) si va sempre più sostituendo un giornalismo “di rivelazione” (lo scoop in grado di fare audience, e dunque guadagno). Ed è proprio questo modo di intendere e fare giornalismo che ha portato alla costruzione di veri e propri falsi anche clamorosi.

Di grande attualità sono, purtroppo, le pagine dedicate ai numerosissimi casi di notizie e immagini false costruite ad hoc da telegiornali e/o da alcune testate giornalistiche in situazioni di guerra. Il falso del massacro di Timisoara al tempo della caduta di Ceausescu in Romania nel 1989 non può non evocare gli innumerevoli interrogativi che sorgono sull’attendibilità, la credibilità di molte delle notizie che ci vengono fornite sulla nuova guerra dei Balcani.

Ormai infatti una notizia viene considerata vera non perché obbedisce a criteri oggettivi, rigorosi e verificati alla fonte, ma semplicemente perché tutti i media la ripetono e la “confermano”. Alla dimostrazione si sostituisce dunque, come criterio di attendibilità, la ripetizione.

Vivere in un paese libero che rispetta la libertà di espressione e di opinione non vuol dire affatto che non esista la censura.
Nelle “democrazie catodiche” si esercita un “censura democratica” basata sull’accumulo, la saturazione, l’eccesso e la sovrabbondanza di informazioni. Il giornalista — ma anche l’utente — ne viene letteralmente asfissiato, crolla sotto una valanga di dati, rapporti, dossier che lo tengono occupato e saturano il suo tempo in modo tale da distrarlo da ciò che è essenziale. Sono invece le immagini, considerate più potenti delle parole, ed in particolare le immagini di guerra, che la censura politica e militare taglia e proibisce.

Gran parte delle reazioni dell’opinione pubblica che si ebbero contro la guerra del Vietnam erano state determinate da ciò che alcuni celebri reportage avevano fatto vedere. Dopo quella lezione, è diventata norma non mostrare le vere immagini delle guerre, e soprattutto di quelle in cui siano coinvolte potenze occidentali. La Guerra del Golfo fu infatti un evento mediatico senza immagini di morti

Ci si chiede, dice Ramonet, se non si sia entrati in una fase in cui tutte le qualità della comunicazione non si stiano trasformando in difetti e tutte le sue virtù in vizi.

“Comunicare” tutti con tutti viene imposto come un imperativo categorico ed è diventato un obbligo assoluto che invade tutti gli aspetti della vita sociale, politica, economica, aziendale e culturale.
Questa sorta di “ideologia della comunicazione totale”, questo “imperialismo comunicazionale” finisce per esercitare una vera e propria oppressione.
Non siamo dunque soggetti, allora, ad una vera e propria tirannia?

Il libro di Ramonet ha il grosso pregio di recuperare e portare in primo piano, a proposito di media, comunicazioni di massa e comunicazione globale di Internet, l’analisi di aspetti che spesso vengono posti in secondo piano: quello del potere dell’economia e del potere di censura e del controllo delle tecnologie che rendono materialmente possibile la rete di collegamenti e la circolazione delle informazioni. Da questo punto di vista, esso costituisce una lettura complementare, ad esempio, al “Cyberculture” di Lévy il quale, nella sua introduzione, aveva dichiarato esplicitamente che nel suo testo non venivano trattati i temi degli obiettivi economici e industriali e del potere politico e militare.

Può darsi che qualche entusiasta della comunicazione “sempre e comunque” venga colto dalla tentazione di appiccicare a “Tyrannie de la communication” un’etichetta di pessimismo o (peggio) di conservatorismo. Sarebbe un giudizio frettoloso e un po’ superficiale.
Questo è invece un libro che ricorda a noi tutti che la buona informazione costa fatica per chi la fornisce ma anche per chi la riceve, e che non dobbiamo mai abdicare al nostro diritto/dovere di analisi critica. Dobbiamo controllare, verificare, analizzare, interpretare. Non accontentiamoci di prendere per buona una cosa solo perché “lo dicono tutti”. Non è un caso che l’ultimo capitolo del libro abbia per titolo “s’informer fatigue”, (informare stanca). Perché informare (e informarsi) vuol dire lavorare per non essere strumenti passivi del Potere.

Alla fine, nel chiudere il libro, viene spontaneo augurarsi che la parola “comunicazione”, svuotata di significato, non diventi il nuovo “oppio dei popoli” del quale parlava, tanto tempo fa, un certo signor Karl Marx..

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