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Quelle strane clausole delle licenze Microsoft

03 Settembre 2002

Quelle strane clausole delle licenze Microsoft

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Limitazioni alla libertà di espressione, obbligo di concedere l'accesso ai propri computer, violazioni della privacy: nelle nuove licenze Microsoft c'è un po' di tutto. Alcune domande su cui ogni utente Microsoft dovrà riflettere

Avete mai letto le licenze dei prodotti Microsoft che usate? No? Non temete, non siete certo i soli: sono capolavori di burocratese estremo che è difficile digerire. Peccato, però, perché leggendole scoprireste di aver accettato delle condizioni davvero sorprendenti.

Per esempio, nella licenza di Internet Explorer (per la versione 6 e per il Service Pack 2 della versione 5.5) e in molti altri aggiornamenti di Windows c’è questa clausola molto insolita:

L’utente non potrà divulgare a terzi l’esito di alcuna prova comparativa (Benchmarking) eseguita sul componente.NET Framework incluso nei Componenti del Sistema Operativo senza il consenso scritto di Microsoft.

Traduzione: se installate Microsoft Internet Explorer e alcuni aggiornamenti di Windows, dovete rinunciare ad esprimere la vostra opinione a proposito di un prodotto Microsoft. Solo i recensori benedetti da Microsoft possono pubblicare confronti. Che fine faccia l’obiettività delle prove comparative in queste condizioni è un dubbio che sorge spontaneo.

È un dubbio rafforzato dal fatto che questa non è l’unica clausola-bavaglio presente nelle licenze Microsoft. Come raccontato da InfoWorld, una delle licenze presenti in Microsoft FrontPage 2002 dice testualmente che non potete usare il programma in relazione a un sito che critichi Microsoft, MSN, MSNBC, Expedia o i loro prodotti o servizi (“You may not use the Software in connection with any site that disparages Microsoft, MSN, MSNBC, Expedia, or their products or services”).

Se il contratto di vendita della Fiat Multipla vietasse di parlar male delle linee della sua carrozzeria, ci sarebbe un coro di indignazione. Se andando da McDonald’s si fosse obbligati a mugolare di piacere come Meg Ryan in Harry ti presento Sally a prescindere dalla qualità del panino, si griderebbe al sopruso della multinazionale. Se un governo avesse forme di censura del genere nei confronti delle opinioni degli oppositori, sarebbe considerato totalitario. Ma nel caso delle licenze software, l’utente tace e acconsente con disinvoltura.

Strani compagni di letto

Le licenze dei Service Pack 1 e 3 di Windows 2000 (due importanti aggiornamenti di questo sistema operativo) contengono altri passaggi molto controversi. Per esempio, impongono all’utente di accettare che Microsoft installi automaticamente gli aggiornamenti futuri, anche se l’utente non li vuole, e che l’azienda di Redmond entri nel suo computer per vedere quali programmi Microsoft vi sono installati. Sì, avete letto bene.

La dicitura esatta, tratta dal recentissimo Service Pack 3, è infatti questa: “You acknowledge and agree that Microsoft may automatically check the version of the OS Product and/or its components that you are utilizing and may provide upgrades or fixes to the OS Product that will be automatically downloaded to your computer”.

Nella versione italiana: “L’utente prende atto e acconsente al fatto che Microsoft possa verificare automaticamente la versione del Prodotto del Sistema Operativo e/o dei suoi componenti in uso da parte dell’utente e possa provvedere ad aggiornamenti o correzioni al Prodotto che verranno scaricati automaticamente nel computer dell’utente”.

La parola magica è quell’“automaticamente”. Gli aggiornamenti ai sistemi operativi esistono da sempre e non sono certo un’esclusiva Microsoft. Quello che distingue le nuove licenze Microsoft è che l’installazione degli aggiornamenti non è più volontaria ma obbligatoria, e viene effettuata senza preavviso. Automaticamente, appunto. Se volete usare legalmente questi prodotti Microsoft, dovete accettare questa condizione.

È come se firmando il contratto Enel foste costretti a dare ai suoi addetti le chiavi di casa vostra, affinché possano entrarvi per cambiare l’impianto elettrico quando vogliono, magari di notte o mentre siete a letto con il vostro partner.

Le implicazioni in termini di sicurezza informatica individuale e soprattutto aziendale sono enormi. Sostanzialmente, siete obbligati ad accettare che Microsoft diventi amministratore di sistema dei vostri computer e dovete consentirle in ogni momento di scavalcare tutti i vostri sistemi di difesa contro le intrusioni.

Il bello è che secondo la licenza dovete concedere questi pieni poteri non soltanto a Microsoft, ma anche ai suoi “agenti designati”, chiunque essi siano (“you explicitly authorize Microsoft or its designated agent to access and utilize the necessary information for updating purposes”; nella licenza italiana, “L’accesso a tali funzionalità [quelle di aggiornamento] comporta l’autorizzazione esplicita a Microsoft o al suo agente designato ad accedere e a utilizzare le informazioni necessarie per le funzionalità di aggiornamento”). Viene da chiedersi quanta gente bazzicherà dentro i tanti computer che usano Windows 2000.

Dal punto di vista tecnico, rendere automatici e obbligatori gli aggiornamenti del sistema operativo non ha senso e anzi espone gli utenti a un maggior rischio di intrusione: se Microsoft ha un modo per entrare nel vostro PC come e quando le pare, quanto tempo passerà prima che qualche malintenzionato lo scopra e lo sfrutti?

È molto più prudente il metodo tradizionale che consiste nell’avvisare gli utenti e lasciare che siano loro, quando lo ritengono opportuno, ad andare a scaricarsi gli aggiornamenti che ritengono necessari. Lasciare una backdoor sempre aperta è contro i più elementari principi della sicurezza informatica. Difficile pensare che nessuno in casa Microsoft se ne sia reso conto. Viene allora da chiedersi perché la società di Redmond ha adottato lo stesso questa tecnica.

Senza paracadute

C’è poi la non trascurabile questione delle responsabilità. Se Microsoft o un suo “agente designato” introduce per errore un virus nei vostri PC aziendali, come è successo recentemente in Corea, che succede? Fate causa a Microsoft? Pensateci due volte, perché avete sottoscritto un accordo di licenza che dice che “il rischio derivante dall’utilizzo o dalle prestazioni dei componenti del sistema operativo e dei servizi di supporto è interamente a carico dell’utente”.

Giusto per ribadire il concetto, la licenza dice anche che “in nessun caso Microsoft o i suoi fornitori saranno responsabili per danni […] (compresi, in via esemplificativa, danni per: mancato guadagno, perdita di informazioni confidenziali o di altro tipo, interruzione dell’attività, danni fisici, perdita di privacy, omissione di rispetto di obblighi – incluso quello di comportarsi in buona fede o con ragionevole diligenza […] anche qualora Microsoft o i suoi fornitori fossero stati avvisati della possibilità del verificarsi di tali danni”.

In altre parole, se il software Microsoft non funziona, arrangiatevi: Microsoft se ne lava le mani, e pretende di farlo anche se viola obblighi come quello di “comportarsi in buona fede o con ragionevole diligenza” e persino qualora Microsoft sia stata preavvisata del difetto.

Nella sciagurata ipotesi in cui decideste nonostante tutto di chiedere un risarcimento, un’ulteriore clausola della licenza specifica che Microsoft risarcirà al massimo “il maggior importo tra quello pagato dall’utente per i componenti del sistema operativo e la somma di cinque dollari (US$ 5)”.

Va detto che questo tipo di clausole riguardanti la responsabilità è abbastanza diffuso nel software commerciale: non è un malcostume esclusivo di Microsoft. Tuttavia il fatto che “così fan tutti” non tranquillizza affatto il povero utente finale, la cui sopravvivenza lavorativa dipende da questo software. Immaginate di applicare queste clausole a un’automobile. Come vi sentireste se un concessionario vi chiedesse di firmarle?

Diritti digitali, ma di chi?

L’aggiornamento automatico e forzato ha senso soltanto se Microsoft vuole andare a braccetto dei discografici e di Hollywood e assicurarsi che il vostro computer sia in grado di riprodurre soltanto materiale multimediale autorizzato e protetto (il cosiddetto “Secure Content”).

Infatti la licenza di un recente aggiornamento-correzione (patch) di Windows Media Player dichiara che se lo installate, autorizzate Microsoft a scaricare automaticamente — ecco di nuovo la parola magica — sul vostro computer degli “aggiornamenti riguardanti la sicurezza”.

La sicurezza di chi? Non certo la vostra: la licenza infatti vi avvisa che questi aggiornamenti “possono bloccare la copia e/o la riproduzione dei Contenuti Protetti e bloccare l’utilizzo di altro software sul vostro computer” (“may disable your ability to copy and/or play Secure Content and use other software on your computer”).

Pertanto, se installate questo aggiornamento e un qualunque altro programma del vostro computer cessa di funzionare, non potete lamentarvi: eravate stati avvisati. Infatti la “sicurezza” di cui si parla qui è quella dei magnati dei media, non la vostra. La licenza dice chiaramente che gli scaricamenti avvengono proprio “allo scopo di proteggere l’integrità dei contenuti e del software protetto dalla gestione dei diritti digitali”.

In sintesi, se nel corso di questa nobile impresa è necessario sacrificare l’integrità dei vostri dati, del vostro software e del vostro lavoro, pazienza: è un dettaglio del tutto trascurabile.

La domanda fondamentale

Non ci vuole un principe del foro per rendersi conto che praticamente tutte queste clausole sono in aperto contrasto con le leggi vigenti, e qualsiasi clausola che contrasti con le leggi è nulla. Bill Gates non me ne voglia, ma le libertà di opinione, di espressione e di critica sono governate dall’articolo 21 della Costituzione italiana, non dalle licenze Microsoft.

Di conseguenza, queste condizioni di licenza verrebbero fatte a pezzi anche nel più scalcinato dei tribunali. È difficile credere che Microsoft non lo sappia (tant’è vero che la licenza dice che “le suddette limitazioni, esclusioni e dichiarazioni di non responsabilità sono applicabili nella misura massima consentita dalla legge in vigore”). Ma allora perché ci sono?

Questa è una domanda alla quale soltanto Microsoft può dare una risposta (che Apogeonline ospiterà volentieri). Può darsi che queste clausole siano soltanto il delirio di un avvocato megalomane che vuole coprire le spalle del suo ricco cliente, ma in mancanza di chiarimenti producono soltanto danni alla reputazione di Microsoft.

Così come stanno adesso, infatti, le clausole citate qui hanno soltanto un effetto intimidatorio e ingannevole, inducendo l’utente a credere che abbiano davvero valore legale. Se Microsoft spera di diventare, come dicono i suoi slogan, un fornitore di “trustworthy computing” (“informatica degna di fiducia”), intimidazione e inganno non sono certo buone basi di partenza.

L'autore

  • Paolo Attivissimo
    Paolo Attivissimo (non è uno pseudonimo) è nato nel 1963 a York, Inghilterra. Ha vissuto a lungo in Italia e ora oscilla per lavoro fra Italia, Lussemburgo e Inghilterra. E' autore di numerosi bestseller Apogeo e editor del sito www.attivissimo.net.

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