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Quei creativi fai-da-te che insidiano l’industria

06 Agosto 2010

Quei creativi fai-da-te che insidiano l’industria

di

Quando una cantante all'ultimo grido vede minacciata la sua notorietà da due sconosciuti californiani. Studio intorno a un iPod decorato di strass

Avevo giurato, ascoltando Joe Strummer ritmare «with the trenches full of poets, the ragged army fixin’ the bayonets to fight the other lines», che quando fosse venuto il tempo non avrei fatto come mio padre. Non avrei disprezzato la musica che mio figlio avrebbe ascoltato. Anzi avrei cercato di capire e, quando possibile, condividere e apprezzare i suoi gusti. Ho una lista sul mio tavolo di canzoni da caricare su un vecchio iPod decorato di strass. È di Sofia, nove anni. Shakira, Kelis, David Guetta e Lady Gaga. Addio Zecchino d’Oro.

Se telefonando

La storia della musica procede per strappi violenti, persitenze e ritorni, incomprensioni, irrispettose manomissioni, tributi commossi e spiazzamenti che generano reazioni molto simili a quelli dell’amore e dell’odio. Ma ho giurato e Lady Gaga sia. Non conoscendo a fondo l’opera di Lady Stefani Joanne Angelina Germanotta Gaga mi affido alla rete. La ricerca di YouTube alla richiesta Lady Gaga Telephone restituisce due link che destano interesse. Uno, il video ufficiale insieme a Beyoncé diretto da Jonas Akerlund uno dei numerosi enfant prodige del mercato discografico. Nel curriculum il regista svedese ha collezionato Madonna, Christina Aguilera, U2 e diverse altre star. L’altro link, verso il fondo della pagina è rappresentato da un paio di occhi cerulei su un viso piuttosto acqua e sapone che risponde al singolare nome di Pomplamoose.

Trascuro per un attimo lo sguardo ceruleo e mi dedico alla fatica di Akerlund. Prima che cominci la canzone passano tre minuti. Un vero e proprio film dalla patina holliwoodiana, ambientato in una prigione americana con comparse, scenografie ed elicotteri nel cielo. Un incipit stracolmo di quel barocco contemporaneo che solo una società iperconsumista poteva immaginare. L’impressione è che sia un ambaradan un po’ sproporzionato per una canzoncina che dice «non ti sento, il telefono non prende e qui c’è casino». La canzoncina viene interrotta dall’inserimento di scene drammatizzate con protagoniste le due cantanti. Recitano con la naturalezza di due barbie un po’ idiote. Ma sono sicuro che anche questo fa parte dello stile.

Sono certo che Akerlund abbia passato lunghe notti a spiegare alle due il senso della recitazione straniata di fronte a un Vhs sgranato dell’Homelette for Halmlet di Carmelo Bene. Poi si ricomincia in una moltitudine di colori, inquadrature, balletti e belletti, costumi in un rutilante senso di rinfusa. Un’abbondanza che diventa paradossale quando le due accennano passi di danza intabarrate in costumi velatissimi che non fanno che impacciarle. Resisto e giungo alla fine. Che non finisce. L’autore promette un To Be continued. Rimango con la sazietà che prende in quei pranzi di nozze in cui cominciano a servire cappelletti panna e prosciutto alle sei del pomeriggio. Dopo un infinito corteo di antipasti.

Occhi cerulei

È questa la musica di mia figlia? È questo il mercato musicale al quale si rivolge? Sempre più ricco, imperante, abbondante che persino sulla rete straborda con video che sembrano colossal? Torno indietro di un clic. Clicco sugli occhi cerulei. Telephone riparte. Subito. Subito è musica. Una miscela sottile, analogica, homemade. La canzonetta qui dura due minuti e undici a fronte dei quasi dieci dell’opera di Askelund. Protagonisti Pomplamoose, un duo formato dalla proprietaria del ceruleo sguardo, Nataly Dawn e dal polistrumentista Jack Conte. La tecnica è quella che Conte ha sintetizzato in due semplici regole: quello che vedi è quello che senti e se lo senti prima o poi lo vedi. Il video è la pura rappresentazione della musica nel suo divenire. Nessuna sovrastruttura, nessuna giustificazione, solo la qualità della voce, dell’esecuzione e dell’arrangiamento. Il montaggio è fatto con niente di più che i semplici effetti di un qualsiasi video editor freeware per filmini familiari.

I due attivi dal 2008 con il nome di Pomplamoose (distorsione del nome francese del pomplemo) sono tutt’altro che improvvisati. Dando un’occhiata più attenta alle loro produzioni, si scopre che la regia dei video è sofisticata e coerente. Ambientata nella stanza della musica di casa, ogni elemento diventa significativo. Come lo sguardo della vocalist che viene utilizzato come una elemento di scena. Nel video My Favourite Things è evidente come esiste una sottile regia di sguardi che puntano in camera solo in momenti precisi. Quando si lavora con un numero minimo di elementi è necessario che ogni dettaglio sia significativo. Pomplamoose nasce e si sviluppa sulla rete. Su YouTube, che trattano con familiarità e anche un pizzico di ingenuità, come quando al fondo di My Favourite song annunciano la produzione del sapone al pompelmo fatto in casa dalla sorella di Jack. E su Itunes che li rende veramente un gruppo indie.

Lontani dal personaggio

Pomplamoose è solo uno dei tanti progetti al quale i due partecipano. Basta dare un’occhiata a My Terrible Friend, altro “nom de plume” di Nataly Dawn), che denota una certa libertà espressiva, lontana dalla necessità di essere personaggio. Un ottimo esempio di come si possa fare musica di qualità nell’epoca della coda lunga. Un momento nel quale le scarse risorse non solo non rappresentano un limite, ma se usate con intelligenza e qualità son una vera forza alternativa a un prodotto industriale ormai stantio e ripiegato su se stesso. E per chi è interessato ai numeri, Lady Gaga più Beyoncé più Askelund vincono su Pomplamoose con sei milioni e settecentomila visitatori contro i quasi quattro e mezzo dei due sconosciuti californiani. Un vittoria, è vero. Ma di misura e a quale prezzo?

Intanto nell’iPod decorato di strass ci finiscono entrambe le versioni. Sofia capirà.

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