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Quanto conta in fin dei conti Twitter?

18 Aprile 2011

Quanto conta in fin dei conti Twitter?

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Celebrato dai media mainstream, benedetto dalle rivoluzioni degli ultimi mesi, ma in fin dei conti ben lontano dal fenomeno di massa che si pensa. Come valutare, dunque, la portata dei cinguettii globali?

I siti di social network sono diversi fra loro, lo sappiamo. E le culture diverse che li attraversano (nazionali, locali, di genere ecc.) fanno sì che anche lo stesso social network sia utilizzato in modi diversi e dia vita a forme diverse di socialità ed informazione. Per questo farci un’idea precisa del loro funzionamento non può dipendere solo dall’esperienza fatta nell’abitarli né dalle narrazioni che i media mainstream costruiscono attorno. Prendete Twitter, ad esempio, e l’ipervalutazione della sua funzione nelle rivoluzioni del Nord Africa o il suo continuo presentificarsi nei racconti di quotidiani e telegiornali, come durante le prime giornate del disastro terremoto-tsunami in Giappone, dove qualche tweet dato in maniera sparsa stava a rappresentare (simulare?) la voce informativa delle persone in un momento come quello.

Centrale marginaltà

Quanto è centrale o marginale la realtà informativa di Twitter, allora? Scrive ad esempio Massimo Mantellini con la giusta dose di senso critico che si fonda sui dati degli iscritti attivamente al servizio:

Twitter è oggi una sorta di terra di nessuno, fortemente spinta dai media mainstream che si riferiscono continuamente ai messaggi delle star televisive e dello sport e dalle analisi sociologiche sulle emergenze del pianeta, ma di fatto assai più marginale di quanto si sarebbe potuto immaginare in termini di diffusione informativa e conversazioni di rete.

Questa sua marginalità è di fatto quantitativa, numerica «ci sono 56 milioni di profili Twitter che non seguono nessun altro utente e altri 90 milioni di profili che non sono seguiti da nessuno. Una sorta di deserto dei tartari digitale insomma». Sul versante “qualitativo” riscontriamo, invece, una sua centralità nella funzione di propagazione delle news per la posizione che Twitter ha assunto nel tempo nell’ecosistema mediale e, in particolare, per la funzione, talvolta, di fonte informativa per i media mainstream e, soprattutto, di rilancio delle notizie.

Chi scrive e chi legge

Mettere a fuoco Twitter in relazione al mondo informativo richiede quindi di rappresentarlo attraverso un racconto che tenga conto dell’esperienza effettiva che possiamo osservare tenendo bene a mente che si tratta di una realtà in evoluzione che ha a che fare con i comportamenti sociali e il continuo assestamento dell’ecosistema mediale. Così, in questo tempo alcune cose le abbiamo imparate.

Che c’è uno scarto fra chi produce attivamente contenuti, anche in relazione a fatti importanti vissuti in prima persona da fette ampie di popolazione, e chi li legge; e che spesso questi “pochi” sono amplificati dai media generalisti. Per esempio nell’informazione via tweet della rivoluzione verde in Iran solo il 10% dei tweeter iraniani ha prodotto il 65% dei tweet che abbiamo visto circolare (dati Web Ecology Project, 2009). Un’informazione sì dal basso ma non così “di massa”. Con i rischi di “manipolazione” del caso quando solo pochi, di fatto, comunicano.

Conversazioni

E abbiamo imparato che la capacità di creare conversazioni attorno a un tema diffuso riguarda, in realtà, pochissimi nodi, solitamente i primi che diffondono una news. Per il resto si tratta di operazioni di lancio di una news già letta senza che vi siano commenti specifici dalla propria rete di contatti e anche i semplici re-tweet della news tendono a dipendere dai principali nodi informativi, che spesso sono i media generalisti. Ce lo spiegano bene i lavori di ricerca Sigsna su Twitter, come quello in uscita sulla vicenda relativa ai minatori cileni (#mineros) che mostra una centralità dei broadcaster (anche locali, in epoca di globalizzazione) come nodi di peso e una scarsa capacità di attivazione conversazionale. Propagazione più che conversazione, insomma.

Abbiamo però anche imparato dalle ricerche che la scarsa attitudine conversazionale spesso dipende dal fatto che il nostro modo di osservare la realtà su Twitter si fonda sulla capacità di aggregare i contenuti a partire dagli #hashtag  e che molto spesso le @repliche  relative a un tema non includono l’hashtag. Come dire: c’è una certa differenza fra il peso pubblico che diamo a una informazione e il valore che attribuiamo a una conversazione, non sempre considerata di una rilevanza tale da essere segnalata attribuendogli un hashtag.

Equilibrio problematico

Un primo racconto che stiamo costruendo su Twitter sembra allora essere fatto di un equilibrio problematico tra una buona capacità di propagazione delle informazioni che trova il suo senso nell’ecosistema mediale più complessivo (e nella relazione con i broadcaster nazionali e locali) e l’attivazione di forme conversazionali che non sempre si segnalano alla vista “pubblica” rendendosi ricercabili da un hashtag ma che pure esistono, creando una relazione tra natura informativa e forme della relazione sociale.

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