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Quando c’è la stoffa…

05 Luglio 2005

Quando c’è la stoffa…

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Può un vestito fornirci le vitamine che ci necessitano, combattere le radiazioni dei telefonini e idratarci le zone più delicate? Se ha la stoffa giusta, certo che sì...

Il grande pendolo storico dell’industria tessile sembra in procinto di invertire ancora una volta il suo corso, cambiare la rotta e le abitudini di consumo del pubblico.
Dopo un periodo di migliaia di anni in cui la natura era l’unica scelta disponibile, un periodo postbellico in cui le fibre sintetiche avevano sconvolto il panorama della moda e il prepotente ritorno delle fibre naturali in tutte le loro forme ed incarnazioni, ora sta forse per tornare il momento di nuove fibre artificiali, dalle caratteristiche tanto avanzate e futuribili da poter suscitare una certa incredulità. Ma il progresso, lo sappiamo, non può essere arrestato e dobbiamo probabilmente iniziare a farci la bocca (o meglio, la pelle) a nuovi materiali che cambiano il concetto stesso d’abito e le sue finzioni, chiedo scusa, funzioni.

Il tessuto con l’additivo

Una prima strada, perseguita dai fabbricanti di tessuti, è quella di prendere fibre esistenti e di impregnarle con additivi in grado di modificarne le performance. Evolvendo da quel punto di partenza che sono stati i tessuti in questo modo impermeabilizzati, la nuova frontiera è di scavalcare le banali performance attese da un tessuto per invadere mercati attualmente presidiati da altre categorie merceologiche.

In questo campo, per qualsiasi azienda, uno dei business a maggiore potenziale è quello della cura della persona e della bellezza. E se, come si dice, la bellezza è solo epidermica a maggior ragione è opportuno aver cura della propria pelle, quindi assolutamente appropriato inventare un tessuto impregnato di Aloe Vera, in grado di idratare e migliorare la pelle. E una pelle molto, molto delicata, visto che a mettere sul mercato il prodotto sarà Triumph International, noto fabbricante mondiale di biancheria intima.

L’effetto è garantito per 40 lavaggi il che vuol dire che, se il prodotto vi soddisfa e lo usate spesso, dopo un paio di mesi potete anche buttarlo via… sempre dalla stessa azienda anche una versione a base di burro di Karité (Butyrospermum paradoxum). Leggo infine che la prestigiosa ditta ha lanciato in Giappone un reggiseno “antifumo” che (cito testualmente dal comunicato stampa) “emette una misteriosa fragranza che toglie la voglia di fumare”. Purtroppo il prodotto non è in vendita, resta il dubbio se ciò non sia dovuto a misteriosi effetti collaterali della misteriosa fragranza…

In un’area analoga operano i tessuti intrisi di microcapsule aromatiche, che emettono delicati effluvi mentre vi muovete e che resistono a ben 15 lavaggi, grande opportunità per rinnovare spesso il proprio guardaroba e per rendere rapidamente obsoleti prodotti che altrimenti sarebbero in grado di durare anni… tanto che in Corea si stima in oltre 10 milioni di dollari il fatturato di capi d’abbigliamento prodotti con questo tipo di tessuti.

Un po’ più serio ci appare invece il progetto dell’Hohenstein Institute che ha sviluppato indumenti impregnati di un balsamo in grado di combattere i dolori reumatici o pantaloni (fortunatamente ricaricabili) che si incaricano di fornirci la nostra dose quotidiana di vitamina A,B, e C. Per la vitamina D invece dobbiamo tornare dai coreani di cui sopra, che hanno già il prodotto in pipeline.

Resta dunque aperta l’opportunità, per aziende innovative, di coprire le altre lettere dell’alfabeto con apposite confezioni paramedicali.

Terre, polveri, minerali e radiazioni

La ricerca tecnologica si presta però ad aree d’innovazione ben più radicali, ben rappresentate dal recente lancio di materiali impregnati di “terra gialla”. Questo particolarissimo materiale avrebbe la particolarità di emettere radiazioni nella gamma dell’infrarosso remoto, la lunghezza d’onda luminosa più lontana dalla luce visibile. E, come avrete sicuramente intuito, l’infrarosso scalda: quindi applicati in capi di biancheria, mantengono calde le parti sensibili. Non rispondete che basterebbero dei tradizionali mutandoni di lana: a detta del produttore la “terra gialla” (spero non si tratti di “Yellow Cake”, nome in codice dell’ossido d’Uranio U3O8… quello sì che emette radiazioni) questa polvere promuove la circolazione e favorisce un effetto deodorante (lessando i batteri responsabili dei cattivi odori cutanei?).

Immagino che avrei qualche difficoltà a spiegare a mia madre e alla donna di servizio che è perfettamente normale che i miei boxer siano polverosi ma, si sa, il progresso spesso comporta qualche polemica di retroguardia. Una versione femminile della mutanda ad infrarossi lontani è peraltro già sul mercato, posizionata per combattere i dolori mestruali grazie alle benefiche emanazioni applicate in sito.

E già che parliamo di terre e polveri, impossibile non citare la famosissima linea “Ki” prodotta sempre in Corea (paese all’avanguardia in questo settore): seri abiti da businessman che incorporano intelligenti contenitori di carbone attivo e polvere di giada, strategicamente posti nel cavallo dei pantaloni e sotto le ascelle, per garantire una freschezza a prova di sudest asiatico.

Tecnologia a prova di tecnologia

Tecnologia al galoppo, ma in un mondo così tecnologico come il nostro non si può pensare che non esistano effetti collaterali negativi generati dall’applicazione delle tecnologie nella nostra vita quotidiana. È il caso delle perniciose radiazioni elettromagnetiche emesse da computer e cellulari; niente paura – sono oggi disponibili fibre placcate di rame che agiscono sulle onde cattive trasformandole in una forma di energia positiva e tonificante per il proprietario dell’abito. Qualcosa di simile lo ha già lanciato, in Gran Bretagna, Levi’s con una gamma di Dockers a prova di telefonino.

Se invece, pur restando nel genere “Heavy Metal”, cercate qualcosa di ancora più sano sarete certo soddisfatto dai tessuti a base di argento che fa strage di germi e batteri. Qualora il vostro approccio all’Heavy Metal fosse nell’area di confrontarvi regolarmente con pallottole calibro 9 propulse nella vostra direzione, non potrete non apprezzare i jeans al Kevlar proposti da Polo Ralph Lauren.

Abiti a prova di caldo

Stando più prossimi alla scienza che alla fantascienza, molto lavoro si sta infine facendo sul miglioramento delle capacità di isolamento termico dei tessuti; dalla strutturazione di materiali multistrato allo sviluppo di abiti gonfiabili per isolarci meglio del freddo (ma sgonfiabili quando le esigenze sociali lo rendano consigliabile); vestiti che hanno il vantaggio di non dover essere riparati da costosi sarti ma da ben più umili gommisti (ridete pure, se volete, ma dietro all’idea ci sono quelli della Gore che, con i soldi che hanno fatto col Goretex, tanto scemi non devono essere).

A prova di radiazione, a prova di batteri, a prova di stress… i tessuti a tutta prova cambiano il concetto stesso di abito, ma la domanda che mi pongo è questa: per attaccarci i bottoni, potrò ancora andare dalla Mamma o dovrò richiedere l’intervento di un tecnico qualificato?

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