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Quale neutralità nell’internet del futuro?

19 Dicembre 2008

Quale neutralità nell’internet del futuro?

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La notizia rilanciata dal Wall Street Journal s'è in qualche modo sgonfiata, a Mountain View non starebbero tramando agguati alla pari dignità di tutti i bit. Ma pratiche come quella in discussione un effetto ce l'hanno comunque: rafforzano la leadership e rallentano la corsa dei possibili sfidanti

C’è uno spiraglio di futuro in una notizia molto discussa, anche con toni polemici, nei giorni scorsi negli Stati Uniti e in Italia. La notizia, lanciata dal Wall Street Journal, è che Google vuole fare accordi di edge caching con gli operatori così da mettere i propri contenuti più vicino agli utenti finali e quindi migliorare l’accesso. Il dibattito si è incagliato su una domanda: questo viola o no la network neutrality, di cui Google è stato (e continua a dichiararsi) uno dei più strenui difensori?

Il terreno è scivoloso perché non c’è ancora una chiara definizione di network neutrality. Finora con questi termini si è inteso – come spiegato anche dalla Fondazione Bordoni, il thinktank del ministero delle Comunicazioni – il principio secondo il quale non debbano esserci discriminazioni tra i contenuti che viaggiano al suo interno. Discriminazioni che potrebbero essere fatte dagli operatori, a favore dei propri contenuti o di quelli di partner o clienti. La parola chiave è discriminazione. Non vuol dire che la rete debba essere stupida, per non essere discriminante.

La rete non è stupida da almeno dieci anni, sono ormai comuni pratiche di quality of service, traffic shaping e lo stesso edge caching (fatto da soggetti come Akamai e Level3 presso gli operatori, e poi venduto ai content provider). La rete non è uguale per tutti: per la legge della domanda e dell’offerta, chi ha più soldi, ovviamente, si procura i server migliori, contratta più banda, ottiene sulla rete una posizione privilegiata per fornire i propri contenuti. Discriminare è una cosa in più: è creare una priorità nei pacchetti, cosicché alcuni, quelli dei contenuti privilegiati, arrivano prima. È la differenza che corre tra avere auto più veloci e avere un vigile amico che ti fa passare prima degli altri.

Ora noi non sappiamo con esattezza quello che intende fare Google, se è l’edge caching tradizionale oppure uno più sofisticato e privilegiato. Però piuttosto che chiederci se questo violi o no la neutralità della rete, concetto come si è visto scivoloso ed equivoco, chiediamoci l’impatto che potrebbe avere sull’internet del futuro. Non è banale che Google abbia scelto di trattare direttamente con gli operatori per fare caching, invece di continuare a usare solo Akamai e gli altri. Significa, perlomeno, che la tendenza è sempre più a favore del caching, per la fornitura di contenuti e servizi internet. Content provider e operatori tendono a stringere di più i loro rapporti, a vantaggio di entrambi.

Se ne avvantaggerà anche la rete, che diventerà più efficiente? È possibile. Certo è che i contenuti (legali) più usati, quelli degli attuali big di internet, saranno veicolati meglio. Ma che dire del resto della rete? I contenuti che non sono dei big, i servizi magari di start-up promettenti non rischiano di essere penalizzati? È questa l’incognita. Anche David Isenberg, uno dei primi a correre in difesa di Google dopo l’articolo del Wall Street Journal, adesso esprime qualche dubbio.

Si dirà: già ora i big sono favoriti, rispetto ai soggetti minori. Sfruttano il proprio potere economico e la posizione acquisita per comprare collegamenti e server migliori e così perpetuano la propria leadership, in un circolo virtuoso. È vero, ma finora questo principio non ha minato più di tanto l’apertura di internet, la sua capacità di fare arrivare al successo start-up che, forti di pochi milioni di euro dei venture capitalist, possono ritagliarsi un ruolo di primo piano nel web. Si pensi a Twitter, a Facebook. Già adesso c’è una barriera all’ingresso, è vero, e infatti non è un caso che le start-up di successo planetario siano quasi tutte americane: lì possono contare di più sui fondi dei venture.

In un futuro in cui la barriera all’ingresso aumenterà, questo sarà sempre meno possibile. Se per essere competitivi bisognerà avere molti soldi di partenza, per permettersi un costoso edge caching presso l’operatore, non ci saranno speranze per possibili concorrenti di Google. Saranno destinati a una nicchia. Gli sfidanti dei big della rete non potranno essere nuovi entranti in senso assoluto, in quello scenario. Ma essere soggetti forti in altri business, magari tradizionali (si pensi a News Corporation). Forse è destino inevitabile per la rete che, maturando, renda sempre più protette le leadership. È presto però per dirlo. Nello specifico, molto dipenderà dall’effettivo livello di apertura e di accessibilità economica di questi accordi con gli operatori.

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