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Push: futuro della comunicazione o una invenzione gonfiata?

03 Marzo 1998

Push: futuro della comunicazione o una invenzione gonfiata?

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A un anno dalla grande esplosione delle tecnologie push facciamo il punto sulla loro diffusione e sul loro effettivo impatto sul modo di comunicare utilizzando Internet come un medium alternativo.

L’anno del Push
Il 1997 doveva essere l’anno dell’esplosione del Push. L’edizione di dicembre 1996 di Internet World, la più grande manifestazione internazionale sul mondo di Internet, era stata caratterizzata da uno smisurato interesse per la tecnologia dell’information push che sembrava destinata a determinare un radicale cambiamento del volto della Rete delle reti. Il numero di marzo 1997 di Wired titolava a caratteri cubitali PUSH! invitando i lettori a dire addio ai vecchi browser, predicendo un nuovo radicale cambiamento nell’utilizzo della Rete come medium.

La tecnologia push si presentava in grado di risolvere felicemente il problema di informare tempestivamente i cittadini di Internet sugli aggiornamenti delle notizie disponibili, senza costringerli a quotidiane navigazioni sui siti preferiti. L’utente-navigatore veniva affiancato, e si futureggiava sostituito, dall’utente-spettatore, che dopo aver individuato i propri campi di interesse si sarebbe sintonizzato quando lo desiderava sui canali informativi creati automaticamente per lui e attraverso i quali le informazioni erano letteralmente spinte sulla scrivania del suo computer. Era forse arrivato il giorno in cui si poteva ottenere il tanto desiderato giornale personalizzato e in cui i browser diventavano pezzi d’antiquariato. Ma un anno dopo l’esplosione della push tecnology il Web con i suoi milioni o miliardi di pagine HTML è ancora vivo e vegeto, più vivo, animato e gettonato di sempre.

I pionieri del push sono stati aziende diventate oramai conosciutissime come PointCast, Marimba o Backweb che hanno diffuso gratuitamente i primi client, detti forse più propriamente tuner, per ricevere le informazioni mirate dalla Rete. Attirati dai forti investimenti di content provider come le grandi agenzie di informazione e dai crescenti investimenti pubblicitari sono arrivati anche i grandi produttori di browser, Microsoft e Netscape, che hanno trasferito anche in questo settore la loro grande disputa commerciale. Netscape ha infatti presentato il Navigator versione 4, ribattezzato per l’occasione Communicator, in grado di supportare tecnologie push, tra cui quella proposta dall’azienda di Mountain View, denominata Netcaster. La risposta di Bill Gates e di Microsoft non si è fatta attendere, si chiama Internet Explorer 4.0 e incorpora la tecnologia CDF per la definizione dei canali e l’Active Desktop in grado di ricevere informazioni a spinta in un contesto sempre più integrato con Windows 95, fra poco ricarrozzato in Windows 98.

Il push pro

Al di là della tecnologia, quello che è subito apparso chiaro a molti era che il push poteva permettere dei servizi in grado di offrire ottime potenzialità per suscitare interessi commerciali.
Il push, direbbero gli esperti di marketing, è un oggetto di comunicazione verticale in grado di tenere informati target molto mirati di utenti. E a questi è molto facile fornire informazioni, ma anche pubblicità, molto più mirate che con il buon vecchio WWW. In questo senso si spiegano l’enorme interesse e i forti investimenti che molte società specializzate in informazione o meno, hanno gettato nel settore. Nel settore push i confini fra informazione commerciale e non sono piuttosto sfumati, tanto che la tecnologia a spinta può interessare più i fornitori, sempre affamati di nuovi introiti economici, che gli utenti che rischiano di diventare spettatori passivi costretti a masticare tonnellate di informazioni. Come ha scritto Riccardo Staglianò in “Circo Internet” (edizioni Feltrinelli) “Il rovesciamento di paradigma piace ai pubblicitari, i grandi finanziatori del Web. Un argomento dei detrattori dell’efficacia delle inserzioni online era il seguente: “La principale ragione per cui il Web non è ancora un medium efficace è che la pubblicità su di esso non è intrusiva. Un lettore deve cercarla, volerla”. Adesso lo spot è servito a domicilio, come pedaggio per i contenuti che si ricevono. In fondo non c’è nulla di nuovo perché si ritorna al vecchio e consueto paradigma delle televisioni commerciali.

Un’altra interessante interpretazione del fenomeno viene da Esther Dyson, guru al femminile del mondo digitale, autrice del recente “Release 2.0” (edizioni Mondadori) che ha dichiarato “Più che push lo chiamerei pull automatizzato: rispetto a prima infatti sono gli utenti a definire, in dettaglio, ciò che gli verrà spedito. Probabilmente c’è il rischio che la gente si impigrisca e perda quella curiosità attiva così tipica dei navigatori sino ad oggi, ma dipende dagli utenti, è loro la scelta se accontentarsi o no”. Non siamo quindi ancora arrivati ai tanto attesi e sognati agenti intelligenti, ma forse a una loro prima semplificazione. Un’altra esperta di media, questa volta italiana, come Andreina Mandelli dell’Università Bocconi, difende il push sostenendo che “di fronte all’information overload era necessario che ci si cominciasse a difendere con dei filtri. Il rumore di fondo informativo, altrimenti, rischierebbe di non farci capire più niente: solo alcuni degli stimoli che ci vengono proposti valgono la pena di essere raccolti, facendoci attivare. Il consumatore riceve in sottofondo l’informazione personalizzata, ma mantiene sempre la possibilità di interrompere il flusso per attivarsi e prendere strade proprie”.

Il push contro

Ma come in tutti i casi della vita non è tutto oro quello che luccica. I primi problemi che si sono evidenziati sono strettamente tecnologici. Il push è uno strumento affamato di banda per poter trasmettere periodicamente a migliaia di utenti pacchetti di informazioni e di pubblicità. Ci sono stati appelli preoccupati per una diffusa cannibalizzazione della banda sempre più larga, ma anche sempre più occupata dalle comunicazioni push. Se si considera che la sola Pointcast ha dichiarato che sono stati scaricati milioni di esemplari del suo client e che molti di questi sono installati su altrettanti PC che periodicamente nella giornata ricevono informazioni spinte dai server dell’azienda creata dai fratelli Hasset, i conti sono presto fatti. Il problema è diventato ancora più grave in alcune reti locali collegate a Internet in cui la presenza di utenti push maniaci ha causato preoccupanti rallentamenti nella trasmissione di dati aziendali al loro interno.

D’altra parte il push è uno strumento che può, e deve, essere utilizzato prevalentemente attraverso connessioni dirette che non richiedano l’accesso in rete attraverso le mulattiere elettroniche dei modem a 28.8 k. E la situazione diventa ancora peggiore se si considera, per esempio in Italia, la situazione paradossale di molti provider che offrono ai singoli utenti velocità di tramissione irrisorie.

Il problema tecnologico è anche legato alla necessità degli utenti di disporre di personal aggiornati per essere in grado di gestire al meglio i client e le informazioni da loro gestite. Per utilizzare i client di Pointcast e Marimba per esempio, come per i nuovi browser tuttofare di Netscape e Microsoft, è indispensabile avere dei Wintel equipaggiati con dei Pentium veloci, con grosse quantità di RAM e hard disk capienti. Ma quanti utenti possono disporre di PC così aggiornati da poter gestire al meglio il push?

Sono proprio gli stessi utenti che dopo essersi inseriti in un circuito push e dopo una fase iniziale di entusiasmo iniziano a essere preoccupati dal continuo bombardamento di informazioni personalizzate che vengono scaricate dai vari canali informativi, sul video del loro computer. Questo entusiasmo di sovente è frenato anche dalle procedure di abbonamento ai predetti canali che spesso non sono propriamente user friendly, ma piuttosto complesse per i non addetti ai lavori.

Ma forse il problema più grave è psicologico e conoscitivo. Il problema è che comunque tutta l’informazione più o meno personalizzata che riceviamo attraverso il push resta comunque troppa per le nostre capacità e per il tempo diponibile per consultarla. L’information overload ci attanaglia senza via di scampo, perche non disponiamo di sufficente banda passante umana per poter consultare tutte le notizie che riceviamo.

Che non sia di nuovo il caso di ritornare al nostro caro browser web per cercare fra URL http e motori di ricerca quello che veramente ci serve per il nostro lavoro o per il nostro svago?

L'autore

  • Vittorio Pasteris
    Vittorio Pasteris è un giornalista italiano. Esperto di media, comunicazione, tecnologia e scienza, è stato organizzatore dei primi Barcamp italiani e collabora con il Festival del giornalismo di Perugia.

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