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Promesse e potenzialità dei sistemi aperti/collaborativi

12 Maggio 2005

Promesse e potenzialità dei sistemi aperti/collaborativi

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Il modello open source è l'ideale per diffondere conoscenza e risolvere problemi sociali, sostiene una ricerca inglese

Il successo di questi anni dell’open source ha ribadito l’efficacia del suo approccio organizzativo. Modello impostosi non soltanto a livello di software in senso stretto, ma anche in numerose altre discipline, dalla biologia alla giurisprudenza, dalla didattica alla cultura in generale. Ciò ha suscitato l’attenzione di media ed esperti, oltre che di un crescente numero di “addetti ai lavori” che si sta dando da fare nei vari campi. In altri termini: l’open source ha “irrevocabilmente modificato le fondamenta stesse del nostro mondo familiare basato sul concetto “conoscenza è proprietà”, spiega Steven Weber, professore di scienze politiche alla University of California di Berkeley, nel volume “The success of open source” apparso la scorsa estate per i tipi della Harvard University Press. Tesi ora ripresa e ampliata in un’indagine a tutto tondo realizzata da docenti ed esperti inglesi.

Riprendendo sinteticamente il background di quel volume, gli esperimenti attivati dalla comunità open source vanno inquadrando in forme e contesti nuovi i problemi più fondamentali della governance in quanto tale. Di conseguenza, quel modello può essere tranquillamente applicato ben al di là del campo informatico, anzi in realtà è proprio quanto sta accadendo da tempo in varie parti del globo. Ecco allora il progetto dell’Open Access Publishing, centrato sulla diffusione al grande pubblico di riviste scientifiche tradizionalmente ristrette ai ricercatori per via di costi esosi, progetto che vede in prima fila PLoS, la Public Library of Science, ente non-profit che dallo scorso autunno pubblica liberamente sul web (ma anche su carta) “PLoS Biology” e “PLoS Medicine”, entro l’anno affiancate da altri tre “open access journal”.

Altro esempio, sempre di matrice statunitense, sono i Proceedings of the National Academy of Sciences, dove gli stessi autori contribuiscono alle spese per rendere liberamente disponibili le loro ricerche sul sito dell’Istituzione e del PubMed Central, in contemporanea con l’uscita sui rispettivi journal cartacei. Mentre in ambito accademico, esistono vari “course-management systems” e “courseware tools” basati su software open source e realizzati direttamente per i fabbisogni di specifici istituti, tra cui spicca il Sakai Project, che vede coinvolti Indiana University, Massachusetts Institute of Technology, Stanford University e University of Michigan ad Ann Arbor.

Parecchi altri casi sono poi segnalati nell’appendice della pubblicazione inglese, recentemente apparsa nel catalogo online della Demos, sotto una licenza similare alle Creative Commons. Un contributo più che ottimo, dal taglio non solo ristretto al mondo accademico, per aiutarci a meglio comprendere il modo in cui l’open source può cambiare i tradizionali processi legati alla diffusione di cultura e conoscenza nell’era digitale. Wide Open: Open source methods and their future potential, questo il titolo del lavoro, chiarisce nuovamente come l’approccio collaborativo abbia prodotto finora risultati notevoli, tracciando brevi note storiche sul cammino di Linux e Wikipedia, e sull’ondata di innovazioni legate a internet. L’analisi dei vari progetti in atto (parecchi di ambito inglese) conduce poi al fulcro della tesi proposta: “il potenziale futuro di questi metodi è tale che presto diventeranno faccenda comune nelle nostre vie”. In pratica, diventerà impossibile pensare di risolvere i problemi sociali senza considerare le strategie aperte e cooperative imposte finora dall’open source.

Curato da un pool di qualificati ricercatori sotto l’egida di Geoff Mulgan, direttore della Young Foundation, lo studio spiega in dettaglio le modalità secondo cui simili principi e metodi operativi siano in grado di produrre conoscenze puntuali ed accurate, come pure servizi o prodotti migliori, rendendo il tutto disponibile in modo più semplice e diretto ad ampie fasce di popolazione. In aggiunta a quelli precedentemente segnalati, alcuni degli esempi qui citati spaziano un po’ ovunque: OpenStrategy, sistema per “liberare la saggezza collettiva” mirato al community planning; Friendster, noto network di amici degli amici; OhmyNews, servizio collaborativo di online news lanciato in Corea e ora anche in versione inglese, divenuto capostipite del giornalismo grassroots ripreso poi dai blog e da progetti come quello di Dan Gillmor (“We the media”). Fino ad includere esperienze quali l’affermata eBay o Freenet, rete per il peer-to-peer anonimo, e finanche la diffusione su scala sempre più larga delle cosiddette “licenze libere”, Creative Commons in testa.

Tutti esempi accomunati dalla caratteristica di essere sostanzialmente degli strumenti per l’evoluzione di qualcosa di utile. Anzi, forse la loro proprietà fondamentale è proprio quella di “ridare alla gente delle forme di potere che avevano o perso o mai avuto”, suggerisce la conclusione della ricerca. Non a caso questi metodi “trasformano cose quali la legge, i media e i processi di mutamento sociale in proprietà comuni, esplicitandone l’interazione sociale”,

Gli studiosi inglesi non mancano comunque di ammettere i limiti della sperimentazione in corso e, soprattutto, la necessità di impostare definizioni e contesti più precisi man mano che i risultati si faranno concreti, anziché continuare a riferirsi alle dinamiche del gran calderone dell’open source in senso lato. In definitiva, tuttavia, tali esperimenti fanno ben sperare rispetto alle ampie potenzialità di simili pratiche per il benessere generale del pianeta e dei suoi abitanti nel corso del XXI secolo. E non è certo poco.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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