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Privacy sottocutanea

09 Novembre 2004

Privacy sottocutanea

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L'introduzione di chip identificativi sottocutanei apre la porta a scenari da film dell'orrore...

Avvertenza: se siete di quelli che si mettono pazientemente in coda al casello, evitando Viacard e Telepass in modo da conservare l’anonimato, è meglio che non proseguiate la lettura.

Se andate in giro indossando guanti per non lasciare impronte digitali, occhiali da saldatore per mantenere privata la vostra retina, tute da palombaro per evitare di lasciare in giro campioni di DNA, se vi state facendo crescere la barba perché temete che Gillette possa inserire chip RFID nei propri rasoi, attenti: la lettura di questo pezzo potrebbe provocarvi uno shock anafilattico.

Visto che siete testardi e continuate a leggere, vi sparo la notizia senza ulteriori preamboli.
Una azienda americana, la Applied Digital, ha ottenuto dalla Food and Drug Administration l’approvazione per la commercializzazione di un chip destinato alla memorizzazione dei dati medici degli individui.

Chip che non sarà però contenuto in device più o meno elettronici, bensì impiantato sottopelle nel corpo del paziente per poter essere interrogato da appositi lettori a distanza, grazie ad un sistema a radiofrequenza.

Il chip (disponibile peraltro già da qualche anno) misura 12 millimetri di lunghezza per 2 di diametro e può essere impiantato nel braccio o nella mano con un operazione semplicissima: ve lo iniettano con un siringone.

Il potenziale positivo del chip è assolutamente evidente: qualsiasi coccolone vi capiti, anche in condizioni di incoscienza, il personale medico potrà sempre accedere alla vostra cartella e scoprire precedenti, allergie, patologie, dietrologie.

Evitando così pericolosi errori nella terapia, perdite di tempo per testare gruppi sanguigni ed incompatibilità farmacologiche, identificarvi univocamente, tracciarvi e riacciuffarvi se state cercando di fuggire dall’ospedale o dalla clinica psichiatrica. O più seriamente rintracciarvi se soffrite di Alzheimer e vi smarrite.

Il potenziale negativo è, d’altra parte, di quelli che possono far venire i capelli bianchi: teoricamente, qualsiasi malintenzionato (in primis il vostro responsabile del personale, o la vostra futura moglie) potrebbe dotarsi di un apparatino e interrogare a distanza la vostra cartella clinica.

Hacker di dati sanitari potrebbero aggirarsi per le metropoli, armati di scanner sintonizzati sulla frequenza del chip (125 KHz); come oggi si infilano di soppiatto in reti wifi non protette, domani potrebbero infilarsi dentro il vostro chip e sapere che cosa vi siete beccati e magari anche quanto vi resta da vivere. Dovrebbero frequentarvi da vicino, però: la portata di trasmissione del chip, quando va bene, è di 10 centimetri…

Il chip è già al lavoro

Va bene, adesso che ho sbattuto il mostro in prima pagina ed ho piegato un po’ i fatti all’effetto, guardiamo alla cosa un più in prospettiva.

L’idea del chip non è nuova. Chi batte i marciapiedi delle Nuove Tecnologie da qualche anno, ricorderà sicuramente il battage che fece Wired su quello che fu definito come il primo vero cyborg, il professor Kevin Warwick – all’epoca capo del dipartimento di cibernetica dell’università di Reading: prima persona al mondo a impiantarsi un chip.

Ma anche il VeriChip in questione non è una novità. Sono parecchi anni che la Applied Digital ha sviluppato la tecnologia, il chip è già in vendita da tempo e sarebbe stato già inserito in migliaia di persone.

Le prime applicazioni del chip, in assenza dell’approvazione della FDA, sono state legate all’identificazione “sicura” del portatore o a temi di sicurezza.

In Messico sono stati impiantati, come in un dozzinale film poliziesco, più di 150 dipendenti dell’avvocatoria generale – in modo da consentire solo a loro l’accesso al sancta sanctorum dove sono fisicamente conservati dati e informazioni cruciali per la lotta al crimine organizzato.

Sempre in Messico (paese piuttosto problematico) l’azienda Solusat propone di impiantare il chip ai bambini per proteggerli da rapimenti, fenomeno molto frequente in quella nazione.

La soluzione appare però poco funzionale: essendo il chip passivo si tratterebbe di piazzare dei lettori fissi e nascosti all’interno di luoghi dove i pargoli potrebbero trovarsi a passare – come centri commerciali e stazioni: utile per beccare i pargoli che bigiano la scuola, ma inutile per individuare la posizione di bambini rapiti, a meno di assumere che i rapitori siano dei perfetti imbecilli.

Quel che è peggio, gira già la notizia che bande di criminali relativamente furbi abbiano iniziato ad esaminare i propri rapiti per individuare possibili chip nascosti e rimuoverli (brrr…).

La pistola intelligente

Un altra applicazione in avanzata fase di realizzazione è quella legata al tema delle armi da fuoco fedeli al proprietario.

Visto l’enorme problema legato all’uso criminale delle armi negli USA, paese in cui ci sono più armi che abitanti, da tempo si sta lavorando per rendere “intelligenti” questi oggetti, in modo che quantomeno non siano utilizzabili se non dal legittimo possessore.
Uno delle strade è quella di inserire nell’arma un circuito che richieda la prossimità del famoso chip (impiantato sottopelle o contenuto in un anello…); in modo che se vi sfilano la pistola almeno non vi possano sparare addosso con la medesima. Vorrà dire che se proprio vi devono riempire di buchi, la pistola se la dovranno portare da casa. Bella soddisfazione.

Anche qui corpose polemiche, specialmente da parte delle forze dell’ordine, che dovrebbero essere i primi destinatari di questa nuova generazione di rivoltelle; il progetto comunque continua, i prototipi esistono e l’interesse politico pare essere in crescita. Tanto che il New Jersey ha passato una legislazione che renderà automaticamente obbligatorio l’uso di questa tecnologia su tutte le armi da fuoco vendute… a partire da tre anni dopo che la tecnologia sia “disponibile sul mercato”. Con l’ovvio risultato che le pistole “pre chip” vedranno rapidamente salire il loro valore di mercato.

Dopo le guardie pensiamo ai ladri.
Ovvio pensare all’impianto in detenuti, in arrestati domiciliari, in diffidati. Per funzionare davvero, il chip dovrebbe però essere interfacciato con GPS e satellitare. Dando così corpo alle teorie cospirazional-dietrologiche che vedono Grandi Fratelli al lavoro per costruire un database mondiale di tutte le persone esistenti (nei paesi occidentali, andate un po’ a proporlo nelle campagne del Bangladesh) e di chipparle per poterle tracciare tutte quante, giorno e notte, via satellite.

Una buona idea in campo medico?

Nella sua versione iniziale il chip non contiene in realtà la vostra cartella clinica ma si limita a comunicare il vostro numero di serie.
Il personale medico, armato di questo codice potrebbe quindi accedere, con altri strumenti e altre reti (e altre complicazioni) ad un server remoto su cui sarebbe conservata la cartella medica corrispondente.

Ad essere cattivi si potrebbe pensare che in fondo si tratterebbe solo dell’evoluzione della pratica di tatuare sul braccio sinistro dei membri delle Waffen-SS l’indicazione del gruppo sanguigno, in modo che gli appartenenti di questo corpo d’elite potessero ricevere un’attenzione sanitaria “prioritaria”. Potremmo pure ricordare come molte ex SS si diedero un gran da fare, dopo la fine della guerra, per far sparire quell’imbarazzante contrassegno sanitario. Ma lasciamo stare. Pensiamo positivo.

Da un lato la cosa sarebbe interessante ed utile per persone che conducono attività rischiose, come poliziotti, addetti a servizi d’emergenza, militari; o per pazienti ad alto rischio, con patologie particolari oppure intolleranze a farmaci.

In ambito ospedaliero, poi, il chip potrebbe semplificare un sacco di processi – ed anche in Italia si sta riflettendo sul il potenziale beneficio di questa tecnologia, con una valutazione sull’opportunità del suo uso in corso all’Istituto Lazzaro Spallanzani di Roma.

Una pessima idea in campo personale?

Tutto dipende da cosa c’è dentro al chip e da quanto i nostri dati possano diventare di dominio pubblico – direttamente o indirettamente.

Chiaro che, come è capitato per qualsiasi device, si fa in fretta ad aumentare la RAM / ROM del device e tra un po’ nel chip sottopelle ci potremo immagazzinare non solo i dati personali, ma anche i numeri di telefono, il backup dell’agenda del PDA (o forse tutto il vero e proprio PDA) e le foto dei pupi in spiaggia a Cesenatico. Più roba ci sta, più è comodo mettercela e più è un guaio se la perdiamo o ce la scippano.

E se oggi il chip è solo passivo, cioè risponde solo se interrogato da un lettore esterno, un domani potrebbe essere sviluppata una versione attiva, che urla al mondo i fatti nostri.

Tra le molte applicazioni che si stanno immaginando per questa tecnologia letteralmente “embedded”, si sta lavorando sull’uso per garantire l’accesso a luoghi sicuri come centrali nucleari, installazioni segrete, sale dei server.

Il concetto di sicurezza e quello di controllo vanno a braccetto, di qui la possibilità di vedere il chip sottocutaneo sostituire il cartellino da timbrare, permettendo di monitorare quando entriamo e usciamo dal lavoro, misurare la lunghezza dei cappuccini ministeriali, verificare se accedete ad uffici in cui non avete nulla da fare, individuare con chi andate a pranzo in mensa, scoprire tresche extraconiugali-aziendali.

Potrebbe sostituire bancomat e carta di credito, riducendo (teoricamente) il rischio di furto delle carte o di furto della nostra identità. Potrebbe essere la chiave di accesso che ci permette di accedere ai file sul computer, di aprire le portiere della macchina, di sbloccare il portone di casa.

O, in maniera più estesa, potrebbe diventare la vostra vera e propria identità, sostituendo i documenti cartacei. Comodissimo, da un lato: finito il problema della carta d’identità che si sgualcisce nel portafoglio o del giovane erede che trasforma la nostra patente in un opera d’arte moderna.

Più banalmente potrebbe sostituire tutta una serie di dispositivi cartacei d’accesso, comunemente detti “tessere” Dall’abbonamento dei mezzi a quello della palestra, dalla fidelity card del supermercato a quella frequent flyer negli aeroporti.

Fantascienza? Realissima realtà, invece. È già dal mese di Marzo che al Baja Beach Club, uno dei locali più smart di Barcellona, il chip viene offerto ai clienti eccellenti, che si risparmiano così di umiliarsi esibendo documenti di identità, tessere o usando le banali carte di credito per saldare il conto. Gli impiantati sarebbero già una cinquantina: i VIP intervenuti alla serata di inaugurazione l’hanno avuto gratis, tutti gli altri devono sborsare la modica cifra di 125 euro per ottenere il chip, inserimento incluso (bontà loro, effettuato da parte di un medico e non di un buttafuori).
Forse non è un caso, ho riflettuto, che il proprietario del locale, Conrad Chase, stia partecipando come concorrente all’edizione spagnola del “Grande Fratello”…

È davvero una soluzione sicura?

Così come si profila allo stato attuale, direi proprio di no.
Ogni volta che si mettono dei dati su un server disponibile per la consultazione dall’esterno si apre potenzialmente una porta d’accesso ai malintenzionati.
Se poi la chiave dei nostri dati ce la portiamo dietro, temo che i rischi si moltiplichino.

Malfattori tecnologici potrebbero sniffare il codice, interrogando il chip senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Di qui a duplicare il chip, impiantarselo e rubare la nostra identità, il passo sarebbe da nani.

Malfattori meno tecnologici potrebbero semplicemente sottrarci fisicamente il chip. Già in troppi film si sono viste scene trash, in cui polpastrelli o globi oculari sottratti al portatore senza il suo consenso vengono usati per superare dispositivi di controllo biometrico.

Chiaro che si sta già assistendo ad una levata di scudi.
Alcuni provenienti da fonti degne di stima, altre originanti da fonti molto più surreali, come alcuni fondamentalisti religiosi che sostengono che il chip sia una delle incarnazioni del “segno della bestia“, di cui parla la Bibbia nel libro delle Rivelazioni.

Una modesta proposta

Dato che non mi piace passare per quello che (troppo facile) spara sulle idee degli altri senza proporre alternative, mi permetto di sottoporre tre possibili soluzioni al problema.

Il chip potrebbe non essere impiantato sottopelle ma contenuto in un piercing. Avrebbe il vantaggio di poter essere rimuovibile, quindi saremmo in grado di decidere quando indossarlo e quando no. Quando rischiare la nostra privacy e quando no (d’accordo, mi rendo conto che il parametro della facile rimovibilità limita un po’ il range di collocazioni possibili… diciamo un orecchino?)

Seconda soluzione: sviluppare una linea di gioielleria basata su leghe fortemente schermanti – in modo che indossando ad esempio un comodo bracciale da schiava (non meno di 2400 grammi di solido, affidabile permalloy, udotech o mumetal), siate in grado, quando desiderato, di interferire totalmente nelle comunicazione tra il chip e lettori non autorizzati.

Terza soluzione: ritornare alla vecchia moda di farci tatuare un codice a barre, contenente il nostro numero di identificazione. I paramedici non dovrebbero far altro che usare una bella pistola laser come quella dei supermercati, leggere il nostro codice EAN e tutto funzionerebbe esattamente come col chip (l’unico problema è che l’idea l’hanno già brevettata…).

Ma forse c’è una quarta soluzione possibile: lasciare stare. Ed iniziare a pensare seriamente che ci sono troppe soluzioni in cerca di problemi. Accettare che non devono essere le persone a fare le spese di una tecnologia affascinante per il potenziale ma totalmente irriguardosa dell’aspetto umano dei fruitori.

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