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Privacy: bene da difendere o da distruggere?

04 Luglio 2005

Privacy: bene da difendere o da distruggere?

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Preoccupazioni diffuse dopo il rischio per la riservatezza dei 30.000 utenti di Autistici/Inventati e di altri server indipendenti

“Non una questione privata, una questione di privacy”: questo il titolo-slogan diffuso nei giorni scorsi dall’associazione telematica Autistici/Inventati per sintetizzare l’assurda vicenda in cui si è venuta a trovare. Stavolta a farne le spese sono stati i circa 30.000 utenti dell’omonimo server, da oltre un anno trasformati in potenziali “sorvegliati speciali” a loro insaputa. L’ennesimo episodio in perfetto stile Big Brother, a conferma della costante necessità di vigilare (e auto-organizzarsi) a tutela della privacy online. Un trend che, sulla scia di normative “anti-terroriste” e pressioni industriali, va ampliandosi ben oltre i confini italiani per penetrare sempre più fondo negli scenari statunitensi e mondiali. Il bello (si fa per dire) è che, complici nuovamente certi silenzi dei grandi media, ci si vorrebbe far credere che simili violazioni siano inevitabili e anzi necessarie, sia per la tanto sbandierata sicurezza generale che per il grande business.

“I servizi di crittografia offerti dal server di Autistici/Inventati, collocato presso la webfarm di Aruba, sono stati compromessi in data 15.06.04. Ne veniamo a conoscenza il giorno 21.06.05. Un anno dopo. La Polizia Postale, nell’ambito di un’indagine su una singola casella di posta (crocenera anarchica), ha potenzialmente potuto spiare per un anno le comunicazioni personali di tutti gli utenti del server autistici.org/inventati.org e realisticamente è quello che stanno ancora facendo”. Questo il succo della nota diffusa dall’Associazione all’indomani della spiacevole “scoperta”, dandosi poi da fare per riattivare i propri servizi su un altro server “pulito”, dopo averli posti in “condizioni di non sicurezza” per una decina di giorni.

Va ricordato che stiamo parlando di un’entità senza fini di lucro nata nel marzo 2001, la cui “gestione del server avviene su base volontaria e nessuno dei gestori ricava un soldo dal proprio impegno”. Obiettivo centrale di Autistici/Inventati rimane la fornitura di servizi di comunicazione elettronica non commerciali, riservando particolare protezione, appunto, alla riservatezza e alla libertà di espressione in Rete. Di pari passo allo sviluppo di “campagne sulla privacy, l’anonimato, l’utilizzo critico e consapevole degli strumenti informatici, sull’accesso ai saperi, sulla critica al controllo”. Un progetto che collega un’ampia gamma di realtà e individui a livello nazionale interessati in queste dinamiche sempre più cruciali per un equilibrato sviluppo dell’odierna società dell’informazione. Soggetti che si sono invece trovati (e si trovano?) potenzialmente sotto una sorveglianza tanto stretta quanto segreta. Motivo per cui, ancora una volta, la stessa Associazione si vede purtroppo costretta a invitare tutti “a utilizzare in prima persona, senza affidarsi ciecamente ad altri, strumenti di crittografia forte (gpg per esempio) tanto per la posta quanto per la salvaguardia dei dati sui propri dischi”.

Da parte sua Aruba ha replicato con un comunicato pubblico in cui respinge ogni addebito, sottolineando come si sia “limitato ad eseguire alla lettera il provvedimento notificatogli dalla Polizia Giudiziaria e le altre direttive da essa impartite” e di non essere in “alcun modo autorizzato ad informare il cliente dell’attività svolta dalla Polizia Giudiziaria senza incorrere a sua volta in responsabilità penali”. Al pari di altri carrier, dunque, anche i provider/hosting internet avrebbero le mani completamente legate, insiste la nota di Aruba: “Invero, ogni giorno l’Autorità Giudiziaria dispone decine e decine di intercettazioni telefoniche ma i gestori della telefonia coinvolti si guardano bene dal darne comunicazione ai clienti interessati”.

Eppure… è forse possibile dimenticare ad esempio, quell’operazione eclatante e indiscriminata (“Hardware 1”) che puntando a colpire una non meglio identificata banda di “pirati informatici” nel 1994 fece invece tabula rasa della nascente telematica amatoriale del nostro Paese? Oppure, notizia dell’ultima ora, ignorare un altro caso di manomissione dopo quello di Autistici/Inventati? Stavolta gli amministratori del server del Flug (Firenze Linux User Group) e del Progetto Winston Smith hanno riscontrato “prove di manipolazione non autorizzata dell’hardware”. Di nuovo, si tratta di servizi di Anonymous Remailer e comunque garanti della riservatezza delle comunicazioni elettroniche. Anzi, recentemente il Progetto Winston Smith era salito alla ribalta per i premi di Orwell consegnati a chi viola la privacy.

Nonostante gli anni trascorsi, gli errori giudiziari commessi e le complesse dinamiche innescate dalla rivoluzione digitale, ci si ostina tuttora a considerare come unica “arma di difesa” il braccio repressivo della legge. Con l’aggravante non da poco che nell’occhio del mirino paiono trovarsi situazioni indipendenti e pubblicamente note per la propria attività a difesa dei diritti civili dei cittadini elettronici. I quali, riprendendo la posizione del senatore verde Fiorello Cortiana, hanno comunque il diritto ad essere informati dei provvedimenti giudiziari in atto e la cui privacy non va calpestata da norme anti-terrorismo utilizzate non di rado in modo arbitrario.

Anche perché non sembra avere gran senso seguire a occhi bendati il trend repressivo in atto soprattutto negli Stati Uniti. Dove non ci contano le conseguenze negative, a livello individuale e collettivo, innescate da diffuse violazioni della privacy riguardo, ad esempio, abitudini d’acquisto, itinerari di viaggio o usi di Internet nelle biblioteche pubbliche. Fenomeni nefasti, pur se consentiti dalle attuali normative e sottovalutati da media e industria, ancor più se associati alle rampanti sparizioni di dati personali e di carte di credito, oppure ai furti d’identità generalizzati dovuti in gran parte alle “disattenzioni” della grande industria, come spiega l’ultima cover story di Newsweek Magazine.

Dall’Italia al resto del mondo, lo scenario appare dunque assai preoccupante, pur senza scivolare (ancora?) nella paranoia o in assurde conspiration theory. E sul quale si fa urgente aprire un dibattito a tutto tondo, coinvolgendo i molteplici soggetti sociali e smettendola di delegare certe “protezioni” unicamente alle operazioni repressive (e segrete). Appunto: la privacy è tutt’altro che una questione privata.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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