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Primo giorno di vita

27 Agosto 2008

Primo giorno di vita

di

Settembre è alle porte. Migliaia di giovani creativi cominceranno a sciamare verso il loro futuro professionale, assediando le agenzie, i luoghi desiderati di lavoro, dove cominciare la propria temeraria avventura

Mercoledi 16 luglio

Eccomi qui, ho ventitré anni e tre mesi e non riesco a a pensare ad altro che ai miei baffi di sudore. Piccole gocce che si sono formate proprio sopra il labbro superiore. È piena estate, da qualche minuto ho concluso la discussione della tesi e ora aspetto, seduto sulle scale della scuola, che mi venga un’idea geniale per far partire la mia vita di giovane lavoratore nel mondo digitale. Ma l’unica cosa che mi viene in mente è una coca fredda. Fin’ora i miei genitori mi hanno tenuto sotto protezione come un testimone antimafia. Ora basta, ha detto mio padre, devi camminare con le tue gambe. Nel linguaggio atavico del babbo significa: cercati un lavoro.

Sono un giovane ambizioso, di belle speranze, pronto alla conquista. La mia dotazione attuale è formata da:

1. Il pezzo di carta. Mitizzato, agognato, sudato, desiderato. Ma non da me. Ora comunque c’è e va bene così. Tutti dicono: il web, il mondo digitale in generale è talmente nuovo che i diplomi non servono a niente. Basta avere un po’ di intraprendenza, il talento, un’idea. Bill Gates non è laureato, Mark Zuckerberg è diventato milionario con Facebook prima di laurearsi. E così Sergey Brin che grazie a Google è il 26 essere più ricco al mondo.

2. Un secondo pezzo di carta. Il curriculum. Ho chiesto a mezzo mondo come scriverlo e ho ottenuto circa 3,5 miliardi di risposte diverse. Così sono andato su Internet ho googlato “curriculum” e mi sono scaricato il primo della lista, ho cambiato i dati, il font e ci ho messo un po’ di colore. Interessi: nuoto, videogames, bere sangria guardando il tramonto sulla riva del mare. No, sangria meglio di no. Fine.

3. Una chiavetta, una flash drive o come diavolo si chiama da 2 giga con dentro il mio portfolio. Per chi non lo sapesse (mia madre, ad esempio) il portfolio è una specie di raccolta delle cose che sai fare. La religione del portfolio si divide in due chiese: la prima dice: metti tutto, più che puoi. Ne saltano fuori accozzaglie che sembrano la fiera di San Gennaro, musica compresa. La seconda: metti solo le cose fighe che sai fare veramente e che voi fare nella tua vita professionale. Risultato: una specie di monastero zen dove anche il solo respirare è considerato un peccato. Ho visto porfolios (forse è una parola latina, ma ho fatto l’Istituto tecnico e l’unico plurale che conosco in un altra lingua è quello inglese) che contenevano di tutto. Dai progetti per i loghi alle foto delle vacanze. E non UNA foto delle vacanze: decine. Credo che neanche Helmut Newton abbia così tante foto delle vacanze. Io ho fatto un po’ a mezzo infilandomi tra le due fedi come un cattolico che non mangia maiale. Avrei scelto volentieri quello più ridotto (non faccio foto delle vacanze io), ma il problema è che ancora non ho capito cosa voglio fare. E allora ho lasciato un po’ di porte aperte.

Ultima dotazione: un look da giovane. La scarpa giusta, l’abbigliamento giusto, il capello giusto. Sono il ritratto della giovane promessa, del futuro del… il nuovo che avanza.

Sì, lo so che ho appena detto “ultima dotazione” ma questa non ce l’ho effettivamente con me, sta su Internet. Ovvero “stanno” su Internet. Sono tutte le tracce che ho lasciato nell’ultimo anno nel quale mi sono dato da fare per adeguarmi. Prima di tutto il mio sito personale, che ho cambiato una quantità di volte, tanto che adesso sembra più un chiosco di bibite sul lungomare che la presentazione di una giovane promessa di qualunque cosa. C’è di tutto. Tutto in vetrina. Gli ho attaccato anche Google Analytics per vedere la fila della gente che lo veniva a vedere. Il grafico delle visite per ora sembra il ritratto delle amiche di mia sorella tredicenne, piuttosto piatto ma con qualche accenno di sporgenza. C’è uno che è venuto dal Giappone per visitare il mio chiosco. La gente non ha davvero niente da fare. Poi c’è MySpace, Facebook e anche LinkedIn. Questo l’ho fatto per ultimo perché ha lo stesso appeal della ventiquattr’ore di mio padre che fa l’informatore medico. Poi qualcosa su Deviantart, Delicious, Flickr e YouTube. Ho compilato una quantità di profili personali che ho cominciato a lavorare di copia e incolla. La password sempre la stessa e se qualcuno me la becca mi rovina. Gli user invece un disastro. Nome_cognome, nome.cognome, Marco1985, fino a decidere finalmente un nick una volta per tutte: Waitingformiself. Ok, lo so, è scritto sbagliato ma quando me lo hanno fatto notare era già troppo tardi. E quello non me lo porterà via nessuno.

Venerdi 18 luglio

Con tutta questa roba, che ci faccio? Cioè mi sembra una tale accozzaglia che solo a guardarla ci vorrebbe un intero pomeriggio. E invece tutti insistono che ai colloqui ti danno non più di trenta secondi. Punto. E che dico io in trenta secondi? Ho un cognome di nove lettere: il solo pronunciarlo porta via due secondi. Che dico io in ventotto secondi? E soprattutto, come si ottiene un colloquio? A casa mi attacco a Internet e mi googlo un po’ di agenzie: pubblicitarie, web, multimedia, anche tipografie. Meno male che quasi tutti hanno il link “contatti”. Sparo giù dall’account gmail un po’ di curriculums in attach. Poi mi viene in mente che magari è meglio scrivere due parole. Tipo: “buongiorno, cerco lavoro.”

Chiamo la segreteria della scuola e chiedo il numero di un professore, uno di quelli giusti, di quelli che ci puoi parlare. Lo chiamo. È talmente contento che mi fa su un pistolotto di mezz’ora sulla passione, la professione, il denaro, la rete. Manca solo “sii te stesso.” è il quadro è completo. Ma quando arriva il momento delle cose pratiche mi dice: “fammici pensare un momento e ti richiamo.” Non richiamerà mai. Del resto viaggia su una Fiesta del ’95, che ne può sapere lui del successo professionale? Potrei mettermi per conto mio. Free lance. Ho già disegnato un po’ di magliette e, con l’aiuto di un serigrafo, ne ho anche prodotte. E vendute. Una sola per la verità. L’ha comprata una mia ex che poi mi ha restituito bruciata per via di quella faccenda di Giulia. Google mi fa capire che metà della popolazione mondiale produce magliette o flyer per le discoteche. Un business affollato ma da qualche parte bisogna pure cominciare.

Lunedì 21 luglio

Ho deciso vado a New York. In estate su Expedia i voli costano come un rene al mercato nero. Posso andarci ad ottobre. Farò il giro delle agenzie. Come nei film mi piazzo davanti alla porta e aspetto. Poi quando il capo esce, faccio lo spavaldo: “Rimarrò qui finché lei non mi riceverà. Io sono l’uomo che fa per voi”. Ma come si dice “rimarrò” in inglese? I will qualche cosa. Telefono a Emma, un’amica di mamma. Lei è inglese e le chiedo di aiutarmi a scrivere la frase. In inglese non sono mai stato un capo. Forse dovrei utilizzare il tempo che manca al viaggio imparandolo. Cerco “corsi di inglese estivi” e per un misterioso complotto di links finisco sul trailer di Resident Evil. Mollo tutto e risolvo un paio di livelli. Il revolver Broken Butterfly è una bomba. Passo un paio di giorni a ripulire il portatile e a fare un po’ di ordine. Il mio inglese è sempre pessimo. Ho guardato Wimbledon. E gli Europei di calcio. Un po’ sono anche uscito. Risposte non ne ho avute. Neanche dalla tipa secca che ho incontrato l’altra sera.

Giovedì 24 luglio

Ho ottenuto un colloquio! Non ci speravo più. Credevo che questi delle agenzie facessero almeno un paio di mesi di vacanze. A giudicare dal sito l’agenzia non sembra neppure male e quello che conta di più è che è vicina a casa. Appuntamento a mezzogiorno. Ci metto quasi tutta la mattinata a decidere come vestirmi. Quando esco la mia camera sembra la scena di un attentato, però sento che ho fatto la scelta giusta. La prima impressione è importante. Mi sento fresco, pulito, ambizioso e piuttosto figo. Sull’autobus mi rendo conto che ho dimenticato a casa sia il curriculum che il portfolio. Torno indietro e ne approfitto per mangiare qualche cosa. Arrivo all’agenzia con un’ora e un quarto di ritardo. Sarà solo un po’ più difficile, ma sono sicuro… si innamoreranno di me.

Lunedì 28 luglio

Il colloquio è andato male. Il capo dell’agenzia ha parlato quasi sempre lui e io non ho fatto altro che annuire come un animaletto da compagnia. Mi ha fatto un po’ di domande alle quali non ho saputo rispondere che balbettando banalità. Ho detto anche qualche bugia che spero non mi becchino come quella sulla conoscenza dell’inglese e di Javascript. Ma tanto ho già deciso: io vado a New York. Quando mi ha chiesto cosa volevo fare da grande sono ammutolito. Speravo che me lo dicesse lui. Il colloquio è andato decisamente male ma il lavoro l’ho avuto lo stesso:)

Si, insomma prima uno stage non retribuito e poi si vedrà. Qualche mese ha detto. Non so quanti. Per adesso non avrò un mio ufficio e neanche una mia scrivania. Condividerò un tavolo con un altro ragazzo che è li in stage non retribuito da qualche mese. Non so quanti. Ha lo sguardo spento dietro le lenti spesse e non alza le mani dalla tastiera nemmeno quando tento si salutarlo. Lavora su un portatile e accanto a lui un piccolo Doraemon blu gli tiene compagnia. Io si, ce l’ho un portatile, rispondo. Lavorerò su quello. Comincio subito, domani, che tra una settimana se ne vanno tutti in ferie, meno io, lo stagista occhialuto e uno che mi è stato presentato come Senior Manager Technical Qualchecosa. Sembra uno importante. Sembriamo tutti importanti, qui.

Settembre è alle porte. Centinaia forse migliaia di giovani creativi cominceranno a sciamare vero il loro futuro professionale, assediando le agenzie, i luoghi desiderati di lavoro, mentre altri imbiancheranno uffici nuovi o anche solo stanzette in subaffitto dove cominciare la propria temeraria avventura. Alcuni di essi già lavoravano durante gli ultimi anni della scuola e ora, finalmente, potranno dedicarvisi a tempo pieno. È un momento denso ed esaltante, un periodo che quasi tutti ricorderanno tra qualche anno con nostalgia. Anche perché in qualunque modo si cominci non si è mai abbastanza preparati. Certo la formazione deve legarsi di più al mondo del lavoro, certo è necessario che scuole e università aprano le porte e perdano quell’aura di sacra intoccabilità accademica che, soprattutto in Italia, le contraddistingue. Ma per quanto ci si provi ad accorciare, addolcire, disinnescare, i primi momenti della vita professionale sono uno scontro nel quale, se va bene, si sbaglia tutto. Dunque a tutti i nuovi professionisti non resta che augurare un po’ di perseveranza, sopportazione alle brutte figure e pazienza. Tanto prima o poi si cresce.

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