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Possiamo davvero fingere di non sapere?

21 Febbraio 2011

Possiamo davvero fingere di non sapere?

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Il Mediterraneo si sta infiammando molto più velocemente di quanto i canali informativi tradizionali e l'attenzione dell'opinione pubblica siano in grado di cogliere. Salvo cominciare a seguire ciò che sta accadendo in modi nuovi e con occhi nuovi

Possiamo fare finta di niente. Oppure pensare il nostro come un momento di grandi cambiamenti. Cambiamenti che abbiamo sotto gli occhi, quotidianamente, perché il nostro sguardo si è esteso e difficilmente potremo dire che non sapevamo. Perché la memoria del nostro sguardo, di ciò che osserviamo e che potremmo osservare è pubblica, ricercabile e sempre più permanente in rete. Si crea un evidente problema di messa a fuoco fra fonti ufficiali e amatoriali, fra i racconti degli Stati e le narrazioni delle persone, fra i resoconti fotografati dai media e quelli che hanno l’aspetto di una presa diretta sulla realtà e che crescono di secondo in secondo, specialmente quando la realtà si infiamma così velocemente. È così che il mio punto di vista sugli accadimenti in Libia risiede più su Twitter che altrove.

Informazioni sulla mappa

La velocità di quello che sta accadendo richiede di trovare una dose di informazioni tempestiva, a rischio che sia emotiva. E lo sguardo che mi aiuta a mettere a fuoco questa velocità è quello di Arasmus, che sta a Teheran e da lì opera con il suo cyberattivismo. Lui così definisce il suo microblogging: «Personal and independent thoughts on politics, art, technology, food and this thing called life». Da subito comincia a segnalare attraverso retweet, segnalazioni dal web, link a testate, il racconto di quello che sta accadendo in Libia. E organizza la sua conoscenza attorno a una mappa dinamica che ha il compito di «visualizzare la violenza contro la protesta pro-democratica in Libia».


View Mapping Violence Against Pro-Democracy Protests in Libya in a larger map

Così cliccando sulla figura geolocalizzata di un militare stilizzato attivo questa informazione:

February 18, 18:00hrs Local

A report that a Khamis battalion headed towards Qubah and started firing at demonstrators killing two, one of them 20 years old.

Diversi pesi

A cliccare i punti attivi nella mappa e scorrere la barra laterale con tutte le informazioni raccolte si perde il senso di fredda astrazione che c’è spesso dietro il racconto della violenza. Le cose che leggo provengono da voci diverse e con diverso peso: comunicati ufficiali del governo libico, reporter che raccontano, dimostranti che sono riusciti a portare online il loro sguardo, media che sintetizzano. L’organizzazione visualizzata dell’informazione attraverso la mappa si relaziona al senso dell’informazione stessa.

Ovviamente l’atteggiamento di cautela circa la costruzione del dato è una condizione che deve fungere da premessa:

This map has been created by compiling reports from trusted accounts on Twitter. Nonetheless, these reports are in general unconfirmed. This information should be considered in the context of there being absolutely no independent media in Libya at this time.

Dati e giornalismo

Ma il valore di quei dati raccontati sta proprio nella consapevolezza che in Libia, oggi, non ci sono media indipendenti che possono raccontarci cosa sta accadendo. E cancellare le informazioni sulle proteste e sulla repressione equivale a garantirsi una opacità del racconto utile a raffreddare l’opinione pubblica internazionale. È a partire da queste considerazioni che possiamo addentrarci nei territori di un data journalism che vede una centralità anche dei cittadini nel processo di costruzione/fruizione del dato raccontato. Come sostiene Mario Tedeschini Lalli:

Gli strumenti digitali offrono ora al giornalista – e, perché no, al cittadino – la possibilità di “osservare in proprio” l’intero insieme dei dati relativi a un argomento, per estrapolarne quelli ritenuti più importanti o significativi. Non approfittare di questa possibilità significherebbe rinunciare a uno strumento che consentirebbe ai giornalisti di fare la differenza nel “racconto” dei fatti e – in particolare – nel “racconto” del potere: non solo chi sa leggere (i dati) ha più potere di chi non sa leggerli (come chi “sa leggere” tout court ha più potere di chi non sa leggere), ma il fatto stesso che i dati di base siano nella disponibilità di qualcuno e non di qualcun altro accresce il “delta di potere” tra questi e quello — e di solito chi ne ha la disponibilità è, di solito, chi ha una qualche forma di autorità.

Delta di potere

La messa a disposizione dei dati, il racconto trasparente e organizzato su mappa degli eventi, serve anche a questo, a modificare la proprietà del delta di potere rendendo disponibili e accessibili quelle informazioni a un numero il più allargato possibile di persone. E di giornalisti. Perché qui non si tratta di cadere nella solita ingenuità di un dibattito del tipo new media vs. old media, oppure nella retorica dell’esaltazione delle nuove tecnologie, come Twitter, capace di fare le rivoluzioni (la rivoluzione la fanno le persone, ricordate?). E lo chiarisce bene proprio Arasmus quando dichiara l’intento del suo progetto: «Il mio obiettivo è quello di fornire uno strumento in modo che i media possano portare la pressione del mondo sulla #Libia, in modo da ridurre la perdita di vite umane e promuovere la democrazia laica».

Le parole twittate, raccolte, aggregate e organizzate possono così diventare la premessa per un racconto mediale capace di portare di fronte all’opinione pubblica la realtà che si è infiammata troppo velocemente perché il nostro occhio sappia coglierla. In una collaborazione tra giornalisti e cittadini più attivi, affinché anche coloro che si attivino meno non debbano dire noi non sapevamo.

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