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«Poche donne in Rete, un falso problema»

24 Maggio 2007

«Poche donne in Rete, un falso problema»

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Si parla spesso della scarsa presenza femminile in Rete. Il 26 maggio a Bologna si terrà il FemCamp, un barcamp dedicato alla valorizzazione delle donne attraverso le tecnologie. Ne abbiamo parlato con Danah Boyd, brillante ricercatrice ed esperta di social network

Danah, le donne in Rete sono davvero poche o semplicemente hanno minore visibilità?

Nessuno mi crede quando cito un dato abbastanza sorprendente: c’è un netto calo del numero di donne che frequenta corsi universitari legati alla tecnologia, a partire dalla metà degli anni Novanta. Alcune significative eccezioni si rintracciano in paesi come Russia e Cina. Per quanto riguarda la presenza in Rete, e circoscrivendo il discorso agli Stati Uniti, non ritengo che ci siano poche donne in Rete, anzi direi che sono all’incirca la metà. I blog femminili sono però più spesso legati ad argomenti, come la cucina o la famiglia. C’è effettivamente una preponderanza maschile in settori come tecnologia e politica, settori – e non è un caso – dove il collegamento tra link è fortemente strutturato e si tende a linkarsi molto tra persone facenti parte di alcuni gruppi.

Ed è da imputare a una forma di pregiudizio nei confronti delle donne che parlano di tecnologia, ad esempio?

Una donna che scrive di argomenti considerati tradizionalmente maschili è magari più esposta, basti pensare a quello che è successo recentemente a Kathy Sierra (sviluppatrice di software e blogger molto conosciuta, nel marzo 2007 Sierra ha ricevuto minacce di violenza e morte, ndR). Tuttavia non ritengo che ci siano pregiudizi, non in modo generale e significativo. Il pregiudizio è culturale, può cambiare da paese a paese. Quindi non dico che non ci sia, ma non mi pare un fattore determinante.

Sembra un dato di fatto che le donne abbiano un pubblico meno vasto, però… Perchè le donne partecipano meno ad alcune dinamiche tipiche della Rete?

La cosa non mi sorprende. Di solito sono le donne stesse a non essere interessate ad avere un pubblico vasto, a non fare niente di particolare per averlo. Scrivono di quello che interessa loro e hanno molto più interesse a coltivare rapporti umani, oltre ad avere un differente senso di “creazione di comunità”. Mi spiego: chi trascorre molto tempo in Rete cerca di ricreare una comunità a cui sentirsi legato per buona parte del giorno. Le donne hanno una peculiare forma di socializzazione e di gestione dei legami personali. Tendono ad avere legami più forti, costituiscono reti di supporto, gruppi di persone che siano punto di riferimento e di confronto, magari di aiuto. Reti come queste nella vita quotidiana presuppongono la presenza fisica come componente fondamentale e, quindi, anche se “traslate” in Rete, portano inevitabilmente a creare e mantenere rapporti molto profondi con un numero più ristretto di persone.

La tua ricerca accademica si concentra sull’identità e le forme di socializzazione di giovani e giovanissimi legate ai social network. La presenza femminile cambia con il diminuire dell’età?

Per quanto riguarda gli adolescenti direi che le ragazze sono addirittura più dei ragazzi. Molti blog di adolescenti sono diari personali, certo. Bisogna pensare che spesso, nelle piccole città, i ragazzi non hanno spazi pubblici per esprimersi. È quindi piuttosto naturale che cerchino di esprimersi usando le nuove tecnologie, con le quali sono nati. È l’unico modo che hanno per farsi ascoltare. E per agire, in qualche modo.

Quindi per loro l’utilizzo dei social network si traduce effettivamente in partecipazione?

Generalmente la mobilitazione è possibile e progressivamente messa in atto. Al Personal Democracy Forum abbiamo avuto una bella testimonianza in tal senso da Farouk Olu Aregbe, un ragazzo che, da semplice sostenitore di Barack Obama, ha creato su Facebook un gruppo per sostenere il suo candidato, riunendo più di 320.000 giovani con oltre 5.000 argomenti di discussione sul forum correlato. Oltre alla possibilità di consultare diversi articoli, di firmare petizioni e di fare una donazione alla campagna di Obama, il gruppo dà la possibilità ai suoi membri di mettersi in contatto con altri sostenitori locali per partecipare in varie parti del paese a Walk for change, l’insieme di iniziative locali che i sostenitori di Obama organizzeranno il 9 giugno.

In Italia, a Bologna, il 26 maggio si tiene il FemCamp, un barcamp declinato tutto al femminile. Che effetti può avere un incontro di questo tipo?

Io posso parlare dell’esperienza di BlogHer, una conferenza “al femminile” che in luglio a Chicago giungerà alla sua terza edizione. È un tipo di evento che permette a tante donne di entrare in contatto e conoscersi in una scala ben più ampia rispetto a quella consueta. La conferenza ha creato un network di donne che non hanno tante cose in comune, se si considerano solo gli argomenti su cui scrivono; io mi sono ritrovata a leggere di persone che conducono una vita molto diversa dalla mia, nonché blog che parlano di argomenti di cui non scriverei mai. Di cucina, ad esempio: io non sarei proprio capace. Ho letto del FemCamp, mi sembra un’ottima idea. Non conosco l’Italia, non so se ci siano i pregiudizi culturali di cui parlavamo. Ma, a maggior ragione, la formula del barcamp mi pare molto adatta allo scopo di conoscenza e valorizzazione di esperienze al femminile.

Pensi che ci sia bisogno di incentivare l’utilizzo delle nuove tecnologie? Quale potrebbe essere il modo?

I motivi per cui le persone si avvicinano alla Rete sono sempre molto differenti e altamente personali, ad esempio per mantenere i contatti con familiari lontani oppure coltivare i propriinteressi. È difficile fare un discorso generale, bisogna lavorare sui casi specifici, specie considerando la diffidenza che molte persone (in particolare gli anziani), nutrono nei confronti delle di queste tecnologie. Nel caso dei ragazzi, invece, non vi è certamente resistenza: attraverso i social network, la socializzazione costante e la condivisione di interessi sta portando moltissimi giovani a interessarsi alla politica e a tematiche sociali, a organizzarsi e agire in prima persona. Non è un caso che ci sia un incredibile aumento di giovani che si offrono come volontari per le campagne elettorali dei candidati in vista delle primarie, ad esempio. Sì, il mio consiglio è cominciare dai giovani e puntare su di loro.

L'autore

  • Antonella Napolitano
    Antonella Napolitano si occupa di comunicazione, con una specializzazione sull'impatto della tecnologia sulla società. È Communication Manager per CILD (Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili).

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