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Per il diritto alla comunicazione digitale

13 Luglio 1998

Per il diritto alla comunicazione digitale

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Ora che il server di Isole Nella Rete è di nuovo online e il caso si sgonfia nel solito pasticciaccio all'italiana, occorre insistere per chiarire e affermare i diritti del "nuovo soggetto" politico-telematico.

Dalla mattina di lunedì 6 luglio, è di nuovo attivo l’URL http://www.ecn.org, sito Web dell’associazione non-profit Isole Nella Rete (INR). Dopo oltre una settimana di silenzio online, si è positivamente conclusa la fase iniziale del primo caso italiano di chiusura di un intero server imposta dalle autorità. Motivo: prevenire la diffamazione continuata a mezzo Web, o meglio tramite un messaggio inviato in una mailing list ospitata dal server di INR e da qui trasferita automaticamente sulle relative pagine Web. Com’è noto, si trattava di un messaggio che, in solidarietà con la lotta del popolo curdo, invitava a boicottare l’agenzia di viaggi milanese Turban Italia Srl che avrebbe avuto forti legami finanziari con l’ex primo ministro turco Tansu Ciller, indicato come mandante della repressione in Kurdistan. Al di là del contenuto medesimo (peraltro già distribuito come volantino e diffuso da emittenti locali), un classico esempio della tanto discussa “responsabilità oggettiva” del provider.

Responsabilità che oramai in diverse aule di giustizia statunitensi si è ritenuto non doversi applicare. Il caso finora più noto, arrivato sulle prime pagine dei quotidiani e dei telegiornali, ha riguardato poco tempo addietro il reporter “rosa” Matt Drudge, accusato di diffamazione nei confronti del capo ufficio-stampa della Casa Bianca. Reato comunque non ascrivibile al maggior provider USA, America Online, che ospitava il Drudge Report, hanno deciso i giudici. Nelle scorse settimane, inoltre, il medesimo approccio è stato confermato una volta per tutte dalla Corte Suprema di Washington in un altro caso di diffamazione che vedeva coinvolto ancora AOL per fatti avvenuti tre anni or sono a margine della bomba di Oklahoma City.

Nonostante il villaggio globale, però, la giurisprudenza procede ancora a tastoni e all’interno dei propri confini nazionali, per quanto ciò possa apparire anacronistico. Evidentemente tali precedenti poco o nulla contano dall’altra parte dell’oceano, pur trattandosi del medesimo medium e delle medesime circostanze. Quel che è peggio, bisogna pure subire la tipica approssimazione locale sul funzionamento della comunicazione interattiva e di Internet (nonostante, anche qui, le informazioni corrette bene o male girino anche in Italia). “Come fare a bloccare o cancellare una pagina Web?,” pare abbia chiesto ai tecnici il Procuratore della Repubblica di Vicenza dopo aver visto naufragare il suo improvviso sequestro, non convalidato dal GIP entro le 72 ore di legge.

Se, come sembra, ci troviamo quindi davanti all’ennesima operazione di sbadataggine nei confronti di tecnologie e ambiti “nuovi,” ciò nondimeno va sottolineato come tali interventi vadano a ledere un diritto ormai fondamentale per parecchie decine di milioni di persone nel mondo: il diritto alla comunicazione digitale. Come ricorda giustamente il comunicato emesso da INR per annunciare l’avvenuta riattivazione: “L’ordine di sequestro dell’intero server ha comportato il blocco di un servizio utilizzato da migliaia di utenti italiani e di ogni parte del mondo, tra l’altro del tutto estranei alla vicenda che ha portato a ipotizzare il reato di diffamazione, e che si sono visti improvvisamente privati di un mezzo di comunicazione indispensabile.”

Sorge così spontanea la domanda: sarebbe accaduto lo stesso se il server in questione fosse stato quello di un grosso provider italiano, tipo Telecom Italia Network o Italia Online? Certo, si dirà, costoro controllano tutto, ma proprio tutto, quel che passa sulle loro liste di discussione e sui siti Web. Lo stesso, e anche più, vanta America Online, eppure più di una volta si è trovata nel mirino degli investigatori per il reato di diffamazione (ben altra cosa rispetto a pedofilia o truffa, si badi bene) consumato a sua insaputa in qualche angolo del proprio sistema. Pur avendo milioni da investire in personale addetto o super-tecnologia, la natura e i ritmi stessi del medium telematico non consentono il ferreo controllo di ogni singolo bit trasmesso o in transito. Senza contare che eccessivi filtri umani o tecnici impediscono enormemente la libera circolazione delle idee, obiettivo ultimo della comunicazione via Internet. E neppure ragionevole appare la richiesta di stabilire una sorta di “direttore responsabile” per ogni provider e fornitore di servizi telematici — pena, di nuovo, la caduta dell’essenza stessa di tale comunicazione. Come dimostrano le più recenti esperienze statunitensi, il provider va assimilato alla libreria o alla compagnia telefonica, non alla testata giornalistica o all’editore.

Appare quindi ragionevole considerare il rapido rientro del sequestro di INR come un atto dovuto, innanzitutto per non creare un precedente (negativo) sia nell’ambito dei provider grandi e piccoli sia nella snervante attesa del gran de boom del commercio elettronico anche in Italia. Il business non conosce frontiere, come ben sappiamo, la giustizia, ancora si, purtroppo.

Perché è ovvio che non è il caso di pensarci su due volte prima d’intervenire duramente, se il “reato” avviene all’interno di un’associazione non-profit e dichiaratamente politica, antagonista, come INR. Poco importa se i membri della Lega Italiana per la Lotta all’AIDS, che si servono di INR per le proprie attività telematiche, non abbiano potuto usare la email per comunicare con il resto del mondo proprio a ridosso della conferenza mondiale sull’AIDS di Ginevra. Ancor meno essenziale la tutela del diritto a comunicare per le centinaia di iscritti alla mailing list, dove erano (e sono) all’ordine del giorno questioni scottanti per tutto il mondo informatico contemporaneo, privacy, encriptazione, anonimato. Per non parlare neppure dell’inutile e inopportuno silenzio imposto alle oltre 300 mailbox elettroniche degli utenti di INR (120 di associazioni varie), molte delle quali utilizzate quotidianamente per attività professionali e sociali di vario tipo.

Ovvero: Al pari di ogni diritto umano e civile, dal suffragio univerale all’aborto, anche il diritto alla comunicazione digitale va conquistato e difeso sul campo, online e offline.

Muovendosi in tale direzione, la pronta e ampia replica del popolo online al sequestro del server di ecn.org è riuscita a far si che la notizia apparisse a tinte forti sulla stampa nazionale e perfino sul Washington Post di domenica 5 luglio — oltre che naturalmente in molti siti Internet, in ogni parte e lingua del mondo. Il tutto con una valenza propositiva e originale ben sottolineata nello stesso comunicato di INR: “La mobilitazione di questi giorni ha messo in evidenza un soggetto nuovo che si appresta a presentarsi sulla ribalta per dire che le forme economiche, sociali e politiche della modernità, le leggi che oggi regolano la vita delle persone, non valgono più”

Insieme alla vigilanza (pare che prima o poi si terrà comunque il processo a carico dei responsabili di INR per “diffamazione”), è però vitale rilanciare e insistere, per non ritrovarsi fra qualche tempo punto e daccapo. Per non incappare in qualcosa di simile ad altre situazioni assurde, come quel “Fidobust” del maggio-giugno ’94 che, inseguendo un pugno di “pirati” del software, finì col decimare la cultura e la pratica delle BBS nel nostro paese — e di cui pare esser rimasta poca o nulla memoria storica. Un evento eclatante e unico al mondo per ampiezza (oltre 100 le BBS perquisite in tutta Italia, sequestrati PC e modem, cassette audio e segreterie telefoniche), seguito da tutta una serie di episodi repressivi “minori”, per quanto di questi tempi “minore” possa ritenersi l’imprudente chiusura di un qualsivoglia canale di comunicazione individuale e collettiva.

Ora il rude e immotivato intervento contro INR, maldestro come e perfino più degli altri vista la sempre maggiore penetrazione di Internet a ogni livello della società, charisce che è davvero giunta l’ora per tutti i cittadini elettronici di sporcarsi le mani per garantire e garantirci il diritto alla comunicazione digitale. Non tanto perché vengano emanate leggi ad hoc a sua tutela o a difesa della “irresponsabilità oggettiva” dei provider — i libri già traboccano di leggi e leggine per tutti i gusti. E neppure soltanto per dare e ricevere solidarietà e assistenza, mirror e risorse varie — tutta roba utilissima e gravida di sano spontaneismo ma decisamente non sufficiente per garantire un roseo futuro ai cyber-rights.

Piuttosto, uscir fuori e sporcarci le mani con l’obiettivo a media e lunga scadenza di creare una serie di strumenti operativi di vasto respiro e portata (tra cui l’anonymous remailer italiano e un grosso HackIt99 a Milano, ribadisce INR) in grado di offrire spazi, risorse e servizi per tutti i protagonisti del “soggetto nuovo” in ascesa. Tra questi, soprattutto una struttura agile e decentrata, un’agenzia informativa, culturale, di assistenza legale in grado di prevenire e muoversi trasversalmente — dalla cultura alla politica, dalla strada alle corti di giustizia, con ovvie e vaste attività online.

Non basta più lo spontaneismo inter-attivo nè l’underground a tutti i costi, pena l’auto- ghettizzazione, per quanto creativa possa essere.
Occorre attivare un network fluido e auto-organizzato, capace di strette relazioni a livello internazionale, dedicato squisitamente all’affermazione e alla tutela del diritto alla comunicazine digitale, qui e ora.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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