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Pensieri pericolosi dentro la casa di vetro

01 Ottobre 2010

Pensieri pericolosi dentro la casa di vetro

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Usare avventatamente Facebook, ad esempio per sostenere che i disabili dovrebbero essere gettati dalla Rupe Tarpea, può costituire un suicidio sociale con effetti a lungo termine. Da un caso specifico, una riflessione sul potere e i rischi dei social network

Che brutta storia. Le avventate parole di un professore del Conservatorio di Milano hanno causato una grande risonanza in rete e sui media tradizionali. Con conseguenze pesanti, forse pesantissime, per parole troppo in libertà. In breve, la storia: la sera del 26 settembre parte su Facebook una discussione tra alcune persone. Anche per rispetto della privacy, ne cito solo due, indispensabili per la narrazione: Joanne Maria Pini, docente di armonia al Conservatorio di Milano, e Gianluca Nicoletti, conduttore radiofonico, giornalista, venditore di aspirapolvere e altro (Golem, poi diventato Melog su Radio 24). Nel corso di questa discussione il professore prende posizioni molto poco politically correct sui disabili, il loro inserimento nelle classi normali e le relative conseguenze negative sugli allievi “abili” (sul Corriere della Sera è ricostruito il contesto), suscitando reazioni forti negli interlocutori.

Comprensibile, visto che tra l’altro ha scritto: «Alla Rupe Tarpea bisognerebbe tornare…altro che balle…non c’è più ‘selezione naturale’…stiamo decadendo geneticamente» oppure «oggi una pseudoscienza autorefezenziame (sic) e senza bussole fa campare organismi che non lo (sic) dovrebbero». Senza sapere che in conversazione c’erano persone con figli disabili. E persone con valori umani alquanto differenti. Il testo della conversazione è stato salvato su di un un file di testo da Nicoletti, e reso disponibile sul suo sito. Scaricatelo, così al di là della sintesi potete farvi un’opinione personale basata sui fatti e non sulle mie parole.

L’opinione che scoppia in mano

Le conseguenze di quella che sembrava essere una conversazione limitata a Facebook sono state a dir poco devastanti. In qualche modo il Corriere della Sera è, come anticipato, venuto a conoscenza del fatto e, in un articolo corrosivo. ne ha dato ampia pubblicità. Quello che è uscito dalla Rete è approdato sui media mainstream e, scatenato da Corriere e altri media, online è ritornato, con una vampata di feroci polemiche, insulti, un’ampia ridiffusione del fatto su blog, siti, altri mezzi di informazione. Un esempio fra tutti: il post di Stefano Moriggi, che spiega anche il contesto. Al momento della scrittura di questo articolo, cercando su Google “Joanne Maria Pini + Tarpea” escono oltre 1.300 risultati. E per l’esimio professore, ciò non è per niente bello. Dal clamore sono scaturite conseguenze concrete, non solo di reputation: il ministro Gelmini ha deciso di inviare gli ispettori. Come riportano Libero e il Corriere, «il ministro dell’Istruzione ha infatti disposto un’ispezione ministeriale al Conservatorio per verificare se siano state pronunciate frasi o messi in atto comportamenti discriminatori nei confronti di ragazzi disabili all’interno della struttura».

Figuratevi la felicità di colleghi e superiori di vedersi piombare, di questi tempi, a scuola gli ispettori. E figuratevi la felicità degli alunni e sopratutto delle loro famiglie di scoprire tali opinioni e un tale polverone relativi alla scuola che hanno scelto.
Facile supporre che tutto questo pasticcio non abbia fatto piacere ai vertici del Conservatorio dove il professore insegna, dato che le sue dichiarazioni non sono del tutto private o relative a campi alieni al suo lavoro, ma hanno un chiaro impatto sull’immagine e allo svolgimento del suo compito all’interno della struttura, coinvolgendola nello scandalo. Facile supporre che lì qualcuno se la ricorderà a lungo. E intanto il presidente del Conservatorio, Arnoldo Mosca Mondadori, ci mette una pezza, si dissocia e dichiara alla stampa: «Non fa onore alla storia di questo istituto che lavora da sempre anche con i disabili, offre corsi per bimbi autistici, ha portato la musica nelle carceri e ora anche nei campi rom». Gli insulti in Rete si sono accumulati. Non si è mancato di far notare l’ignoranza storica del professore dato che la Rupe Tarpea era il luogo dove venivano gettati i traditori, più che i bimbi deformi.

Non sono mancate le frecciate sul fatto che la deriva eugenetica del professore pare contrastare fortemente con la sua dichiarazione di essere «intimamente buddista». In fondo, bazzeccole, quisquilie, pinzellacchere. La questione più drammatica per l’esimio professore è che, nel giro di una notte, si è costruito un marchio d’infamia che si porterà dietro a vita. È chiaro che non aveva idea delle conseguenze, probabilmente per inesperienza digitale (fatto evidente se cercate in rete le sue pagine personali o il suo Twitter). Ma il popolo della Rete non perdona: non solo sono state fatte mille discussioni col suo nome, è anche stata prontamente aggiornata la pagina del professore su Wikipedia, includendo il fattaccio.

Un involontario capolavoro di Seo

L’esplosione della ridiffusione del fatto, la virale indignazione ha riempito Google di contenuti. Che restano su in eterno. Ci vorrebbero migliaia di post e pagine positive per riuscire a far scivolare sotto lo zerbino del ranking le centinaia di pagine che scolpiscono nella pietra l’infamia sancita dalla Rete per il suo comportamento. Praticamente impossibile cancellarlo. Per anni e decenni, a meno di eventi catastrofici e imprevedibili, ogni volta che qualcuno digiterà – per motivi personali o professionali – in un motore di ricerca il nome del professore (ironia della sorte, docente di armonia!), ritornerà a galla il marchio del disonore. Una condanna senza condizionale, senza appello, senza prescrizione. Non voglio entrare nel merito della questione se il professor Pini se la meriti o no. Come padre di una figlia disabile sono parte in causa e il mio contributo a rendere nota l’orrenda faccenda l’ho dato. Non voglio entrare nel merito di temi irrisolti come il diritto d’espressione, la libertà di parola, il diritto ad opinioni difformi. Lascio a persone migliori di me trattare questi temi etici.

Voglio solo parlare di cose che capisco e condividere la mia riflessione su quanto sia pericolosa e spietata la Rete. Di quanto sia facile, tutto sommato, venire massacrati dal popolo della Rete, magari per un equivoco o una manipolazione. Nello specifico, ci ho pensato bene, prima di intervenire e scrivere questo articolo, e solo la lettura del verbatim di Nicoletti mi ha rassicurato di non stare diffamando un innocente. In modo tristemente preveggente proprio qualche settimana fa avevo parlato dei social media come una casa di vetro. In cui dobbiamo stare tremendamente in campana: i social network sono strumenti fantastici, con un potenziale di crescita sociale straordinario. Ma sono come la scoperta del fuoco: portentoso, ma da trattare con cautela non soltanto per non scottarsi, ma per non restarne inceneriti.

Nota: ho invitato sia il professore Jeanne Maria Pini che il Direttore del Conservatorio di Milano a dire la loro, per poter esporre il loro punto di vista, in una prospettiva deontologicamente e giornalisticamente corretta. Da entrambe le parti, ad oggi, un assoluto silenzio.

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