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Peer to peer e provider, la resa dei conti

16 Febbraio 2009

Peer to peer e provider, la resa dei conti

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Il ruolo dei mediatori di connessioni e di contenuti viene considerato sempre meno neutrale dalle leggi, alterando la struttura di internet così come l'abbiamo conosciuta finora. Una scelta che rischia di produrre effetti più pesanti di quelli che il legislatore auspica

«La strada è segnata: i provider vengono inquadrati come sceriffi della rete e i detentori di diritto d’autore faranno passare da loro il controllo sul peer to peer. Quanto a Pirate Bay, che vuoi che accada: presto o tardi, condanneranno i gestori». Parole di pessimismo, ma è difficile non ascoltarle visto che vengono da Andrea Monti. Monti è un avvocato tra i massimi esperti in Italia di diritto in internet ed è fondatore di Alcei. La sua analisi è condivisibile a partire da una manciata di notizie che si sta affollando in questo burrascoso inizio 2009.

Provider danesi hanno oscurato The Pirate Bay con filtri a livello di Dns: Tele2 è stato costretto da un tribunale a farlo, mentre altri vi si sono adeguati in via preventiva (leggi: per evitare guai). Il 16 febbraio comincia in Svezia il mega processo a The Pirate Bay. In Italia imperversa la polemica sul pacchetto sicurezza, dove pure i provider vengono investiti di un ruolo di filtro di contenuti scomodi, colpevoli di apologia di reato (e chissà se anche The Pirate Bay non possa essere ficcato a forza in questa categoria). Un concetto simile è contenuto in una proposta di legge subito ritirata.

Che cosa hanno in comune The Pirate Bay e i provider? Sono mediatori tra gli utenti e i contenuti. Ebbene, sembra destino che il ruolo dei mediatori venga considerato sempre meno neutrale dalle leggi. Il concetto di mediatore neutro è alla base della realtà di internet come lo conosciamo ed è proprio per questo motivo che The Pirate Bay finora è riuscita a farla franca, anche se è un mediatore meno neutro rispetto un motore di ricerca generalista come Google. Il vento sta per cambiare, però. Aggiungiamo pure, su questa stessa linea (la responsabilità dei mediatori), un altro fatto: il processo cominciato a Milano, contro YouTube, per violazione del diritto d’autore di Mediaset.

The Pirate Bay sembra insomma la prima linea destinata a cadere, del fronte di coloro che difendono la neutralità dei mediatori. Ma molte altre figure potrebbero subire la stessa sorte: già adesso si sta imponendo, in Italia e non solo, il principio secondo cui i provider sono obbligati a oscurare un sito, su ordine di un giudice delle indagini preliminari (prima ancora del processo, quindi). Obbligati significa appunto che se non lo fanno rischiano sanzioni, un po’ come se fossero complici dei gestori dei siti che violano questa o quell’altra legge: i ruoli degli uni e degli altri vengono schiacciati sullo stesso piano.

The Pirate Bay è stato oscurato in Italia proprio in questo modo. È vero, è stato dissequestrato, «ma quello che molti non hanno capito è che non è finita qui. Il processo va avanti, in Italia. E comunque Pirate Bay è ancora a rischio di oscuramento immediato», dice Monti. «Lo dimostra il fatto che la giurisprudenza, subito dopo, ha preso di nuovo la direzione di caricare di responsabilità i provider». Il Tribunale di Milano ha respinto – ancora una volta alcuni giorni fa – il ricorso dei provider, che non volevano essere obbligati a filtrare siti esteri di sigarette. Il giudice ha detto a chiare lettere che sono obbligati a oscurare i siti». È noto che il ruolo di neutralità dei provider è tutelato dalla normativa comunitaria, come ricordato di recente per la vicenda Siae. Ma a quanto pare l’obbligo a filtrare, su preciso ordine di un giudice, non è stata vista in contraddizione con questa tutela.

Si noti che, ad oggi, la normativa difende ancora i provider in un senso: non sono responsabili a priori di quanto circola; non sono obbligati cioè a filtrare contenuti prima di un preciso ordine e, prima di questo, non ne pagano le conseguenze. È per questo motivo che The Pirate Bay, oscurato in Italia, era ancora raggiungibile su indirizzi Ip alternativi, sorti in un secondo momento proprio per aggirare il provvedimento. I provider non erano obbligati a bloccare indirizzi Ip oltre a quelli indicati nell’ordine del giudice. E a questo diritto si sono aggrappati con le unghie e con i denti: non hanno nessun interesse a dare il via a filtri a tappeto. Primo, perché sarebbe costoso per loro. Secondo, perché passerebbe il principio secondo cui sono responsabili anche di cose di cui non hanno ricevuto notizia ufficiale (cioè da un giudice) e quindi rischierebbero sanzioni a ogni pie’ sospinto.

Risultato: per evitare sanzioni, bloccherebbero tutto ciò che anche lontanamente può portare guai e internet diverrebbe un posto molto diverso. È il motivo per cui il Child Online Protection Act è stato dichiarato incostituzionale negli Stati Uniti. Le polemiche medianiche e la battaglia di provider e utenti finora hanno rallentato questo processo, ma fino a quando potranno riuscirci ancora? Se non si diffonde subito la coscienza del problema presso il grande pubblico, meglio non farsi illusioni.

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