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Pay per content: e se si mettessero d’accordo?

29 Gennaio 2010

Pay per content: e se si mettessero d’accordo?

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Pensateci un attimo: tutti gli editori si mettono d'accordo improvvisamente per costringerci a pagare i contenuti online. Che cosa succederebbe? Immaginiamo uno scenario

Oggi si fa una fatica maledetta a far pagare il contenuto, perché la gente si ribella e va dal tuo concorrente che lo dà gratis. La crisi sembra proprio voler finire con molta calma, i budget pubblicitari vanno via dai media tradizionali. La comunicazione online costa meno di quella sui media tradizionali, quindi si tagliano i budget. E si fa fatica. Visto che giornali e riviste gridano al massacro, al rischio chiusura – e in effetti molte testate hanno chiuso – se fosse vero che la situazione è seria e bisogna avere coraggio… che cosa c’è di meglio di un bel “cartello“?

Ipotesi

Facciamo della fantascienza e immaginiamo che tutti e 5-6 i principali quotidiani di un paese si mettano d’accordo per introdurre contemporaneamente il pay per content. Supponiamo si facciano “togliere da Google”. E che si blindino al free anche agenzie di stampa e affini. Molta irritazione, levate di scudi ma poi? La nostra quotidiana dose di notizie da dove la prendiamo? Una mossa coordinata, un colpo di mano informativo. È nei loro diritti: se anche “information wants to be free“, un’azienda è padrona di non regalare il proprio prodotto al pubblico. Probabilmente sopravviverebbe la free press: pratica, ma non propro un capolavoro in termini quantitativi e qualitativi dell’informazione. Resterebbero probabilmente gratuiti i giornali fortemente ideologizzati, sostenuti da affiliati al movimento o da partiti. Non me lo vedo chi si è letto il Corrierone fino a ieri che, per non spendere, passa a leggere il Foglio del Tupamaro o L’eco dell’ascia bipenne.

Una mossa non certo senza rischi, quella del cartello: tutti da capire gli effetti sulla circolazione, quanto si cuberebbe di abbonamenti e vendite, tenendo anche conto che scenderebbe la raccolta pubblicitaria. Molti utenti lascerebbero il sito e non comprerebbero le notizie, riducendo il bacino del giornale e quindi le opportunità per gli inserzionisti. Pensare di svuotare internet per riportare vendite verso carta e tv sarebbe una mossa tremendamente antistorica, ma farebbe contenta tutta una serie di attori del mercato: in America gli editori si sono visti recapitare delle autorevoli raccomandazioni in questo senso dall’American Press Institute (ricordate? Ne avevamo parlato a giugno).

Non solo di citizen

New York Times e Wall Street Journal: abbiamo capito che strada hanno preso. Su piattaforme mobili come l’iPhone e in futuro il nuovo iPad, il pay per content è già una realtà. Novità sono probabilmente in arrivo anche al di sotto delle Alpi. È ora di iniziare a prepararsi almeno psicologicamente? Esistono alternative? Il citizen journalism è una gran bella cosa, ma temo sia sostanzialmente complementare alle fonti di informazioni “classiche” (e so che su questo rischio di attirarmi strali e polemiche: va bene, parliamone). Blog e iniziative dal basso, pure.

Ma guardando la situzione dal lato dell'”utente medio”, mi vien da dire che il ruolo di un giornale, on o offline che sia, è anche quello di raccogliere in modo orizzontale tutta una serie di notizie su tutta una serie di campi. Un lavoro complesso e costoso. Raccogliere le informazioni sul campo, di prima mano è impegnativo, poche testate in fondo hanno ancora gli inviati, uno stesso giornalista copre magari parecchie testate di parecchi paesi diversi. Dove non arriva il giornalista sul posto si ricorre alle agenzie di stampa che fanno il lavoro in outsourcing. Si raccoglie tutto, si impacchetta e si pubblica. Lavorando ventre a terra perché ci sono le chiusure, bisogna essere sul pezzo, dare la notizia prima degli altri.

Un modello del genere è proponibile in una logica free/volontaristica alla Wikipedia? Applicato giorno dopo giorno, per settimane, mesi, anni? Chiedendo un grande impegno, fatica, rapidità, qualità a un buon numero di persone. Retribuendola probabilmente poco o nulla, visto che la pubblicità, almeno per un certo tempo, non arriverebbe. Non me lo vedo, insomma, mettere su un giornale online, accollarsi costi seri, promettere alla gente che forse un giorno sarà pagata ma oggi no e comunque deve dare il massimo full time.

Alternative

L’alternativa è il raccogliere contributi di giornalisti virtuali vari ed eventuali. Un giorno io ho una notizia perché l’ho afferrata di prima mano. Domani si spera che la porti a casa un altro. Ma sarà interessante? Ci sarà qualità? Ci sarà – tema discusso alla nausea – affidabilità? Chi coordina? Chi controlla? A parte noi impallinati pronti a girare 10, 20 siti al giorno, a esaminare cento flussi Rss per farci un panorama stereoscopico della realtà, l’utente medio, abituato ai suoi bei quotidiani che oggi legge in Rete, come reagirà? Assisteremo a una nuova versione della pirateria? Dopo musica, film, tv, software, ci scaricheremo domani l’ultima edizione piratata de Il Giornale? (Non ridete: su torrent si trovano già i file del Fatto  Quotidiano).

Un bel cartello, una mossa in blocco verso il pay per content. Fino a ieri hai sbafato gratis al ristorante. Adesso paghi, oppure te ne vai a casa e vedi se tu e i tuoi amici riuscite a cucinare altrettanto bene. Io alle mie paranoie in fondo non ci credo. Ma se fossi un editore giuro che ci avrei guardato molto bene, dentro a questa idea.

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