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P2P, retata dei miei stivali

04 Giugno 2003

P2P, retata dei miei stivali

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Tanto fumo, poco arrosto e molta irresponsabilità intorno alle clamorose notizie di inquisizioni di massa per chi scambia file sui circuiti peer-to-peer

Tutto comincia con un articolo di Repubblica.it che titola “Copyright, arriva la prima retata online” e parla di “un esercito di tremila utenti del Web” indagato “per violazione del diritto d’autore e ricettazione” per aver partecipato a circuiti di scambiopeer-to-peer. In poche ore, la Rete italiana è intasata di messaggi di panico degli utenti, perché l’articolo è talmente confuso e tecnicamente sconclusionato da dare a molti l’impressione che siano in atto perquisizioni casa per casa e che chiunque abbia mai usato un Napster o WinMx qualsiasi debba prepararsi a sentire il tintinnio delle manette.

Siccome giornalisti e informatica sono biologicamente incompatibili come calciatori e congiuntivo, le parole in libertà di Repubblica vengono riprese a pappagallo da molte altre testate, anche televisive, aumentando l’atmosfera da inquisizione. Nessuno che si soffermi a riflettere sul senso (o meglio, la mancanza di senso) di frasi come “IP dinamici, indirizzi il cui destinatario reale cambia domicilio elettronico ogni cinque minuti” o “account solo apparentemente italiani, dietro i quali si celano inafferrabili siti moldavi, lituani e di altri paesi dell’Europa orientale.”

Nessuno che si chieda che diavolo c’entrino questi fantomatici “account apparentemente italiani” e questi siti “inafferrabili” con il peer-to-peer, che per definizione è decentrato e quindi non si appoggia a siti specifici. Nessuno che abbia un attimo di esitazione nei confronti di chi scrive che Kazaa, Gnutella, Winmx, Morpheus sono “siti“. Sono programmi, per l’amor del cielo. Zero sul registro e dietro la lavagna.

Nessuno che si ponga qualche dubbio su quei “messaggi di posta elettronica – spesso criptati – che fornitori e clienti si scambiavano” e che sono stati “intercettati in modo massiccio”. Scusate, ma da quando in qua gli utenti peer-to-peer si mandano e-mail, oltretutto cifrate? E perché si parla di “fornitori e clienti“, quando un circuito P2P è, sempre per definizione, “paritetico”, ossia di reciproco scambio, senza distinzione fra chi offre e chi riceve? Come mai si parla di “siti che sono stati messi sotto sequestro”, quando in un circuito peer-to-peer non esistono siti centrali da sequestrare? Fa niente, “retata” è una bella parola da mettere in un titolo, fa tanto gangster e proibizionismo, per cui si soprassiede a dettagli secondari come la verifica di fatti.

Nessuno se lo chiede, s’intende, tra i giornalisti delle testate blasonate. Per fortuna in Rete non ci sono soltanto loro. Ci sono newsgroup ben frequentati da gente che sa quello che scrive e soprattutto fa quello che avrebbero dovuto fare i pennivendoli stipendiati: andare su Google, trovare il numero di telefono della Compagnia Pronto Impiego della Guardia di Finanza di Milano citata da Repubblica.it e chiedere chiarimenti. Che è quello che ho fatto anch’io, parlando con il capitano Mario Piccinni, comandante della Compagnia in questione.

Ne sarebbe emerso un quadro ben diverso: Piccinni mi ha chiarito che lungi dall’inseguire l’impossibile ambizione di snidare e denunciare i milioni di utenti italiani dei circuiti peer-to-peer, si tratta di un’operazione mirata a stroncare un caso in cui un gruppo specifico di utenti, facenti capo a uno o più siti italiani, produceva e vendeva CD contenenti ogni sorta di materiale piratato: musica, film e software, per un valore stimato in cento milioni di euro l’anno. La Finanza, sia ben chiaro, non sta andando a caccia del ragazzino che si scarica l’ultimo indecifrabile rap di Eminem (un delitto con castigo incorporato, a mio parere, ma i gusti son gusti).

L’unico legame con i circuiti di scambio è che i membri del gruppo (persone comuni, non criminali full-time, donde la definizione di “casalinghi”) attingevano a questi circuiti per procurarsi il materiale da smerciare. Tutto qui. Rilette in quest’ottica, molte delle frasi sconnesse dell’articolo hanno improvvisamente senso, e come ribadito esplicitamente dal capitano Piccinni, la “retata” non c’entra niente né con il file sharing, né con i newsgroup, né tanto meno col peer-to-peer.

Visto il panico suscitato in Rete dall’articolo di Repubblica, la Guardia di Finanza emetterà a breve un comunicato stampa per chiarire ulteriormente il concetto. Piccinni me ne ha anticipato telefonicamente alcuni dettagli, fra i quali spicca il fatto che l’indagine va avanti da settembre 2002, per cui è evidente che non è nata sulla base della nuova legge sul diritto d’autore, come invece affermato da Repubblica.it. I politici che si sono avventati sulla notizia per criticare la nuova legge hanno dunque parlato senza conoscere i fatti.

Sonni tranquilli. Ma non troppo

I milioni di utenti dei circuiti come Kazaa e WinMx possono dunque stare tranquilli: non è in atto alcuna persecuzione contro di loro. Non è il caso di precipitarsi nella camera dei figli e cancellare dal loro computer ogni file dall’aria vagamente musicale: una retata fra gli utenti è materialmente impraticabile, oltre che futile. Lo ammette persino la Guardia di Finanza in un altro articolo un po’ meno delirante di Repubblica.it: “..in teoria, possono rispondere penalmente tutti gli utenti che si scambiano una canzone scaricata da Internet” ma “in pratica, quelli che si scambiano musica online sono troppi. Alla fine sarà impossibile perseguirli”.

Naturalmente questo non toglie che scambiare file tutelati dal diritto d’autore senza il consenso dell’autore è illegale (forse non immorale, ma certamente illegale). Ma dichiarare semplicisticamente “Scaricare musica e film è un reato”, come ha titolato Repubblica, è disinformazione irresponsabile. Qualcuno, fra l’altro, ricorderà che nel 2000 la BSA si prese una condanna per pubblicità ingannevole per uno slogan molto simile (“copiare software è reato”) e altrettanto scorretto.

Amici giornalisti non informatici, cerchiamo di capirci una volta per tutte. Scaricare musica e film è un reato se, e soltanto se, l’autore (o chi ne detiene i diritti) non ha dato il proprio consenso. Ma ci sono autori che lo danno, e in tal caso non è reato. Per esempio: scaricare una canzone di Eros Ramazzotti senza il suo consenso è un reato. Scaricare il trailer di Matrix Reloaded no, perché gli autori hanno indicato esplicitamente che la sua distribuzione è libera. Per lo stesso motivo, scaricare Microsoft Windows da un circuito peer-to-peer è un reato; scaricare Linux no. È abbastanza chiaro, o serve un disegno esplicativo?

Per favore, la prossima volta pensate un attimo a quello che scrivete, prima di far venire inutilmente il coccolone a mezza Italia.

L'autore

  • Paolo Attivissimo
    Paolo Attivissimo (non è uno pseudonimo) è nato nel 1963 a York, Inghilterra. Ha vissuto a lungo in Italia e ora oscilla per lavoro fra Italia, Lussemburgo e Inghilterra. E' autore di numerosi bestseller Apogeo e editor del sito www.attivissimo.net.

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