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Oltre nativi e immigrati, nuovi profili digitali

24 Novembre 2010

Oltre nativi e immigrati, nuovi profili digitali

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A distanza di qualche anno, Mark Prensky supera la sua celebre contrapposizione propone nuove descrizioni per gli abitanti della rete

«L’essere giovani è una situazione transitoria e in un futuro prossimo saremo tutti dei nativi digitali», è l’osservazione del giovane esperto Nicola Greco in una breve intervista. «Il termine digital natives funzionerebbe se si intendessero tutti quei ragazzi che utilizzano internet in modo utile (non per forza in modo produttivo, ma sicuramente in modo costruttivo) e con un determinato tipo di competenze». Meglio, consiglia Greco, che i giovani sfruttino la loro condizione, valorizzando le loro idee e i loro progetti per farsi conoscere. Eppure nel tempo gli studiosi hanno sempre avuto la necessità di descrivere (e spiegare) l’ambiente che abitiamo secondo delle categorie che ci aiutano a interpretare la realtà. Le più diffuse – e attorno alle quali si sono costruiti diversi dibattiti negli ultimi anni – risalgono al 2001 e al saggio di Marc Prensky sui nativi digitali e gli immigrati digitali. La distinzione è di tipo generazionale: i nativi sono immersi nel digitale sin dalla nascita (per loro è la norma), mentre gli immigrati (per alcuni, gli “ibridi”) hanno dovuto adottare le tecnologie e adattarsi pian piano, in età avanzata. In altre parole, hanno imparato col tempo ad abitare la rete.

Contesti

Quella proposta da Prensky è una definizione rigida e piuttosto statica e non applicabile tout court, poiché non tiene conto di alcune variabili, come la cultura e l’educazione familiare, la distribuzione geografica e la possibilità di accesso alla banda larga (digital divide). In breve, del contesto in cui si cresce. E, non ultima, della curiosità. Per intenderci, ci possono essere settantenni che non hanno difficoltà a orientarsi nell’ambiente digitale e ragazzi dell’ultima generazione che, pur avendo da sempre gli strumenti a portata di mano, faticano a comprenderne l’utilizzo o sono meno “dentro” la cultura digitale di un – chiamiamolo – immigrato. Come sostiene Giovanni Boccia Artieri: «Che siano nativi digitali non significa che siano early adopter entusiasti delle possibilità di certa democratizzazione ed assoluta parità partecipativa». E poi, poco dopo, aggiunge: «possono essere nativi consapevoli o inconsapevoli idioti (abbastanza preparati) o solo figli dei loro tempi… vedremo». Luca Sofri, nella prefazione del libro “Nati con la rete”, introduce una seconda categoria di non nativi: i tardivi, ovvero «coloro che hanno cominciato a occupare e a occuparsi di internet solo da poco, di fatto, e soprattutto grazie alla nuova accessibilità e familiarità di alcuni suoi luoghi e prodotti».

L’arrivo di Facebook, per esempio, ha da una parte, avvicinato sempre più persone alla rete, ma dall’altra l’ha normalizzata: «i suoi nuovi abitanti, meno coraggiosi e attrezzati, vi ricostruiscono i modelli familiari». Il che può anche avere delle controindicazioni perché per i tardivi potrebbe tradursi in una sopravvalutazione della propria esperienza ed è importante imporsi un limite, impedendo che questo primo e facile accesso alla rete sia viziato dalle conoscenze passate. «Per alcuni di loro», sottolinea sempre Sofri, «questa ritardata emozionante scoperta si traduce rapidamente in elaborazioni, considerazioni, idee, e persino progetti imprenditoriali in ritardo di anni su quanto la rete ha già discusso e analizzato e creato prima».

Saggi digitali

In ogni caso, a distanza di qualche anno, Prensky, in un recente articolo, supera la vecchia contrapposizione di tipo anagrafico e introduce un nuovo profilo: quello del saggio digitale (digital wisdom) come risultato dell’interazione tra la mente umana e i nuovi strumenti che ha a disposizione. «Quello della saggezza digitale è un duplice concetto, poiché fa riferimento sia alla saggezza derivante dall’utilizzo del digitale per accedere all’abilità cognitiva al di là della nostra capacità innata, sia alla saggezza riferita all’utilizzo prudente della tecnologia per accrescere le nostre potenzialità», spiega lo studioso. Inoltre, osserva Prensky, c’è una differenza sostanziale tra il saggio digitale e chi è semplicemente più intelligente: quest’ultimo potrebbe essere molto bravo tecnicamente a usare o creare la tecnologia ma non per questo competente nel senso di essere in grado di mettere in pratica nuovi approcci per risolvere problemi o creare opportunità. Un esempio di saggezza digitale, continua l’autore, può essere quello dei giornalisti che usano tecnologie partecipative (i blog, per dirne una) per allargare le loro prospettive e quelle dell’audience. O anche quello di alcuni leader che utilizzano le tecnologie disponibili per entrare in contatto con i propri elettori durante votazioni, come del resto ha fatto Obama nel 2008 durante la campagna presidenziale.

Pier Cesare Rivoltella, docente di tecnologia dell’educazione, nell’interpretazione dell’articolo di Prensky, introduce altri profili: non solo quello di saggio digitale, ma anche quello dello «smanettone» (digital skillness) e dello «stupido digitale» (digital stupidity). Il primo «possiede le competenze tecniche già attribuite al nativo: rapido, esperto, dotato di grande dimestichezza rispetto ai diversi supporti», mentre il secondo è colui che fa usi impropri delle tecnologie o addirittura ne ha un vero e proprio rifiuto considerandole fonte di tutti i mali. «Non mi sembra vi sia molta differenza tra la saggezza di cui Prensky parla e l’obiettivo che da decenni la Media Literacy si propone: responsabilità, senso critico, consapevolezza nell’uso dei media sono da sempre “nel mirino” di un movimento vastissimo e con una tradizione enorme», aggiunge poi Rivoltella, «sicuramente la saggezza digitale corrisponde a quell’idea di competenza digitale cui la Comunità Europea pensa quando la indica all’interno del framework delle competenze di cittadinanza».

In fondo, conclude il professore, quello della saggezza digitale è un problema dell’educazione alla cittadinanza, e non solo ai media digitali. Un problema cui tutti noi dovremmo guardare con attenzione.

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