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Oh, but I’m always crashing in the same car

28 Gennaio 2016

Oh, but I’m always crashing in the same car

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Uno dei vantaggi di accumulare qualche anno in più sulle spalle è poter assistere al susseguirsi delle mode senza scomporsi troppo.

Quel che vedo in questo periodo è una grande agitazione intorno a concetti come immutable server o verso tecnologie come i lightweight container e i database noSQL, per non parlare poi dei generatori di siti statici.

Nuove implementazioni hanno ripreso concetti che circolavano da decenni: FreeBSD, giusto per citare un esempio, supporta dalla versione 4 (anno 2000) le jail, ovvero lightweight container che offrono performance e isolamento così come fanno LXC e Docker. Che dire poi di MultiValue o Ibm IMS, database noSQL in giro da più di cinquant’anni? Date un’occhiata allo standard della gerarchia di directory Unix. Lo sapevate che la maggior parte delle directory (/usr, /etc, /opt) erano convenzionalmente read-only e quindi immutabili? Mi fa un po’ sorridere invece la newsletter di O’Reilly, che scrive:

Oggi i siti statici sono come i dischi in vinile: ritornano. Sebbene siano ridicolizzati da anni, soddisfano una esigenza vitale dei blogger e di chi desidera semplicemente diffondere informazione.

I siti statici in realtà sono stati la next big thing di un paio di anni fa per gli hipster/tech-savvy e non sono mai tramontati per chi deve fornire contenuti web a milioni di utenti.

I siti che fanno veramente tanto traffico sono sempre stati statici. Quelli del Corriere della Sera e del Sole 24 Ore, per proporre esempi a noi geograficamente vicini, sono sostanzialmente un collage di html statico prodotto da un CMS multicanale e gestito con i Server Site Include di Apache. Sui siti molto trafficati anche ciò che è apparentemente dinamico (come i blog WordPress) ha davanti tecnologie di caching come Varnish e/o Akamai, che memorizzano il contenuto generato dinamicamente e lo servono agli utenti staticizzato. Quindi di veramente dinamico rimane ben poco, pubblicità a parte; che spesso infatti rappresenta la componente più lenta ad arrivare in pagina.

Per i siti più piccoli – e immagino che O’Reilly si riferisca a questi – il successo di GitHub Pages e di strumenti come Middleman e jekyll è stato, a partire dalla fine del 2014, sempre più rilevante.

Il punto è semplice: per scrivere quattro post al mese o per realizzare il sito di una piccola azienda, a che serve avere un database e un linguaggio di sviluppo server side? A nulla. L’esperienza (devastante) di software come WordPress è stata di monito per molti che non hanno gli skill o le risorse per tenere aggiornato sistema operativo e CMS e si sono visti il sito bucato/defacciato infinite volte.

Gli utenti meno esperti per comunicare utilizzano i social network o comprano (giustamente) un CMS a servizio. Quelli invece che hanno un profilo più tecnico, sono pigri e magari scrivono cose interessanti e vogliono evitare lo Slashdot effect si gestiscono il sito/blog piazzandolo su un hosting statico (magari trendy come GitHub Pages) e mantenendolo con uno degli innumerevoli generatori a disposizione.

Nell’Information Technology, così come nella moda, ci sono trend e cicli che si ripetono, e per quanto si possano ricercare nuovi approcci molto spesso si riesuma anche inconsapevolmente un pantalone a zampa d’elefante o un approccio ai database vecchio di cinquant’anni. Come diceva David Bowie nella canzone che dà il titolo a questo post, Ho sempre guardato a sinistra e a destra. Oh, ma vado sempre a sbattere contro la stessa macchina.

L'autore

  • Andrea C. Granata
    Andrea C. Granata vanta oltre 25 anni di esperienza nel mondo dello sviluppo software. Ha fondato la sua prima startup nel 1996 e nel corso degli anni si è specializzato in soluzioni per l'editoria e il settore bancario. Nel 2015 è entrato a far parte di Banca Mediolanum come Head of DevOps, ruolo che oggi ricopre per LuminorGroup.

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