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Nuovo OpenOffice.org, punto di svolta

08 Ottobre 2003

Nuovo OpenOffice.org, punto di svolta

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L'alternativa libera e gratuita a Microsoft Office esce in una nuova versione snellita e ricca di funzioni utili che mancano alla concorrenza, come il formato PDF. Pur con qualche pecca, Openoffice.org è ora un rivale a pieno titolo, anche per chi usa Windows

Salva in PDF. Questa, in tre parole, la caratteristica che più di ogni altra distingue la nuova suite OpenOffice.org 1.1 dalla concorrenza. Quando spiegate a qualcuno cos’è OpenOffice.org, è facile partire dalle cose banali, come il fatto che è gratuito e liberamente scaricabile da Internet e distribuibile, che include un elaboratore di testi, un foglio di calcolo, un programma per presentazioni e uno di disegno proprio come Microsoft Office, che è disponibile anche in italiano e che gira sotto Windows (dalla 95 in su), Linux, Mac OS X, Solaris e FreeBSD. Ma è quando nominate la possibilità di salvare nel formato PDF di Adobe Acrobat con una singola cliccata che si illumineranno gli occhi del vostro interlocutore, se non ha vissuto in una caverna sino all’altro ieri.

Le ragioni di tanto interesse sono molteplici. La prima è che il formato PDF è uno dei più popolari per la distribuzione di documenti in Rete e non solo, grazie al fatto che è leggibile da chiunque, a prescindere dal sistema operativo, e non solo sui PC ma anche sui palmari, e che garantisce che ciò che vede il destinatario è esattamente quello che ha impaginato l’autore: cosa che nessun formato di word processor, men che meno l’onnipresente DOC di Word, è in grado di assicurare. Oltretutto il formato PDF non lascia tracce imbarazzanti dentro i file, come fa invece Word. Chiedete a Tony Blair, lui ne sa qualcosa.

La seconda è che il salvataggio in formato PDF è un’opzione altamente desiderabile, che però in Microsoft Office non c’è. Il prodotto Microsoft non offre neppure l’esportazione delle presentazioni e dei disegni in formato Macromedia Flash o il salvataggio dei documenti in formato AportisDoc (per Palm).

Per ottenere l’esportazione in PDF, con Microsoft Office occorre aggiungere software supplementare, come quello assai costoso di Adobe o quello economico ma sponsorizzato dalla pubblicità di PDF995. Idem per gli altri formati. Con Openoffice.org no: l’esportazione è già integrata, con un bel pulsantino su cui basta cliccare per generare un documento Acrobat perfetto, senza spese e senza petulanti réclame. È la prima volta che una suite open source non solo offre le stesse funzioni delle suite commerciali, ma le estende.

Di chi sono i miei dati?

Per capire come mai una comunità di sviluppatori indipendenti (sia pure coordinata da Sun) offre cose che neppure Microsoft fornisce ai propri clienti paganti occorre tener presente che la battaglia per il controllo del mercato del software non si combatte a colpi di programmi, ma sul terreno minato dei formati.

Pensateci. Quando scrivete un documento Word, per esempio, lo salvate in un formato che soltanto Word riesce a leggere correttamente: gli altri programmi che leggono il formato Word (compreso OpenOffice.org) lo fanno con approssimazione spesso notevole. A dire il vero, anche le varie versioni di Word non sempre riescono a scambiarsi documenti senza alterarne l’impaginazione, ma sorvoliamo. Il concetto fondamentale è che per leggere quel vostro documento dovrete usare sempre Word.

Come farete a leggerlo fra due, tre o vent’anni? Dovrete comperare il Word in circolazione a quell’epoca, che girerà soltanto sul Windows in vendita in quel momento. Se non lo fate, il vostro documento sarà praticamente perso, a meno che paghiate la licenza per il nuovo software. Questo fenomeno si chiama lock-in: obbligare il cliente a comperare le successive versioni di software affinché possa continuare a usare i propri documenti. La società di software diventa così intermediaria obbligata fra l’utente e i propri dati, che a questo punto non sono più veramente suoi.

Fatemi parlare con il proprietario

Il lock-in piace molto alle società di software, perché garantisce il loro futuro sotto forma di un flusso di denaro continuo, che il cliente è costretto a scucire per accedere ai propri dati. Uno dei metodi preferiti per imporre questo lock-in è appunto l’uso di un formato segreto o comunque sostanzialmente non documentato. Per esempio, la documentazione del formato Word esiste, ma non è legalmente utilizzabile per creare prodotti concorrenti, per cui è come se non esistesse.

Il lock-in è il motivo per cui, per esempio, Microsoft aveva annunciato l’uso del formato XML nella nuova versione di Office ma poi l’ha ristretto alle versioni riservate ai grandi clienti. Se avesse abbandonato il formato DOC in favore di un formato pubblicamente documentato, nulla avrebbe impedito alla concorrenza di creare un programma alternativo a Office in grado di leggerne e scriverne perfettamente i file. Sarebbe scomparso il principale motivo per cui gli utenti comprano Microsoft Office e i suoi aggiornamenti: non perché contiene funzioni mirabolanti, ma per poter leggere i documenti scritti da altri con Microsoft Office.

Apro una breve parentesi per chiarire la distinzione fra formato segreto e formato proprietario. Proprietario significa semplicemente che il formato è stato realizzato da una specifica società, che ne possiede i diritti di proprietà intellettuale (donde il termine). Non significa necessariamente che il formato sia segreto e utilizzabile soltanto dal suo proprietario: il formato PDF, per esempio, è proprietario, ma per scelta di Adobe chiunque lo può utilizzare gratuitamente per creare programmi compatibili, e non è segreto ma anzi è pubblicamente documentato. In altre parole, anche se molti seguaci superficiali del software libero la pensano diversamente, il fatto che un formato sia proprietario non è di per sé un male e non porta automaticamente alla temuta dipendenza da lock-in.

Conflitto di interessi

Microsoft Office non offre l’opzione integrata di salvare in formato PDF perché questo ridurrebbe il numero di documenti generati nei formati Microsoft, e quindi ridurrebbe l’incentivo primario ad acquistare Office. Questo ridurrebbe i guadagni della società di Bill Gates, per cui non si fa, anche se gli utenti ne trarrebbero enorme beneficio.

Questo episodio è una classica dimostrazione dell’inevitabile conflitto di interessi fra le societa di software (non solo Microsoft, sia chiaro) e i loro clienti: se una funzione è altamente desiderabile per il cliente ma mette a repentaglio i profitti della società, la funzione non viene implementata. Al massimo la implementano altre società sotto forma di plug-in.

Il software realizzato senza i vincoli del profitto, invece, non ha questi conflitti. Se gli utenti richiedono una funzione e non ci sono restrizioni tecniche o legali, la si implementa, punto e basta. Ecco perché OpenOffice.org e la versione cugina StarOffice di Sun offrono l’esportazione incorporata in PDF: la libertà di formato è un veicolo per incentivare la diffusione del prodotto (e per aumentare le vendite di Sun). Più in generale, l’impostazione open source e senza padroni di OpenOffice garantisce che non ci potranno mai essere scelte che danneggino gli utenti in favore di esigenze commerciali. OpenOffice non può essere ritirato dal mercato, lasciando orfani i propri utenti; StarOffice e Microsoft Office sì. Questa è una garanzia che nessuna società che produce software chiuso e proprietario può dare.

Teoria e pratica

Gran bei principi, almeno in teoria. Ma all’atto pratico, OpenOffice.org 1.1 funziona? Può davvero sostituire la suite a pagamento di Microsoft? Tempo addietro scrissi di no a proposito di una versione precedente del programma. Ora per la prima volta mi sento di poter dire di sì.

Certo OOo (come lo chiamano per brevità i suoi fan) non è la soluzione a tutti i mali del mondo, ma la sua versione 1.1 ha raggiunto un livello di prestazioni sufficiente a sostituire completamente le applicazioni più popolari della suite Microsoft (Word, Excel e PowerPoint). Mettiamola così: ormai ha lo stesso livello di magagne e idiosincrasie di Microsoft Office. Con la differenza che OOo è gratis e non ha restrizioni di installazione e quindi si può provare senza impegno, mentre il prodotto Microsoft si paga eccome.

Tramite le varie release candidate (versioni di prova intermedie), sto usando OOo 1.1 da qualche mese in tutti i miei computer, sotto Windows XP e sotto Linux, anche per progetti molto complessi: manuali, libri, contabilità. Non mi sono ancora del tutto assuefatto all’idea di poter iniziare un testo o uno spreadsheet sotto Windows e proseguirlo sotto Linux in modo esattamente uguale (specialmente con la comoda utility di importazione font di Linux Mandrake 9.1) e manipolarlo con la medesima interfaccia.

È questo il vantaggio principale di OOo: è multipiattaforma, e quindi consente di condividere i propri file con chiunque, a prescindere dal sistema operativo. Provate a farlo con la concorrenza, se ci riuscite. Il formato di file della versione 1.1 di OOo, fra l’altro, è lo stesso XML delle versioni precedenti, per cui l’upgrade non è obbligatorio: un rito al quale invece la suite Microsoft ci ha addestrati da tempo.

OOo rimane tuttavia un elefante rispetto al prodotto Microsoft. La sua ormai proverbiale lentezza di avvio rispetto all’alternativa di Redmond è migliorata leggermente, ma è tuttora una magagna che indispone molti utenti, avvezzi all’avvio fulmineo di Word e soci. Poco importa che Word “bari” sui tempi di avvio perché viene in realtà precaricato da Windows. Anche OpenOffice.org ha, sotto Windows, un’opzione analoga di precaricamento, ma non è comunque sufficiente a colmare il divario. L’unico rimedio è avviare OOo all’inizio della giornata di lavoro e lasciarlo aperto, sfruttando magari i lunghi secondi di avvio per meditare sui soldi risparmiati usando il software libero e gratuito.

L’installazione di OOo è ancora una delle più brutte e macchinose del Creato, sia pure leggermente snellita. Per esempio, i dizionari per il controllo ortografico vengono finalmente installati automaticamente, anziché richiedere una complessa procedura separata. Ma l’enigmatica richiesta di Java è la negazione totale della usability di cui Microsoft ha invece fatto tesoro in questi anni. È una lacuna ancora più fastidiosa se si considera che occorre leggersi le FAQ di OOo per scoprire che OpenOffice.org funziona benissimo anche senza Java, che gli serve soltanto per cose marginali. E allora perché non dirlo nelle schermate di installazione?

Mancano inoltre alcune funzioni non proprio secondarie. Per esempio, per motivi di lavoro trovo estremamente irritante non poter contare facilmente le parole contenute in un blocco di testo selezionato, ma mi rendo conto che magari a voi questa funzione non serve affatto.

Un’altra lacuna sgradevole è l’impossibilità di cercare in una o più directory quali documenti scritti con OOo contengono una certa parola. Siccome il formato di OOo è compresso (un comune ZIP), la ricerca integrata di Windows fallisce miseramente. Sotto Windows occorre ripiegare su soluzioni come O3find o Loook (entrambe freeware), mentre gli utenti Linux sanno meglio di me come usare grep.

Compatibilità, chimera costante

La compatibilità verso i formati Microsoft è notevolmente migliorata, ma non è e non sarà mai perfetta. Non lo è neppure quella fra versioni diverse di Microsoft Office, quindi figuratevi quanto potrà mai esserla quella di una suite che non ha accesso alla documentazione riservata dei formati di zio Bill.

È vero che OOo 1.1 legge e scrive i documenti Word, Excel e PowerPoint, oltre a una miriade di altri formati, e che la conversione è sufficientemente precisa per la maggior parte delle situazioni (incespica per esempio su aspetti non vitali come la grafica vettoriale e la numerazione delle righe), ma rimane sempre il dubbio di perdere qualcosa. Se manipoliamo il file Word o Excel di un cliente con OOo e si scombina la formattazione, rischiamo una figuraccia. Se la stessa cosa succede usando il prodotto Microsoft (e vi assicuro che succede), il cliente non può criticarci. È un rischio che molti non si sentiranno di correre.

Se la vostra idea è usare OOo per scambiare file editabili con il mondo Microsoft Office, insomma, andateci cauti. Ma capita spesso che basti scambiare file di sola lettura con il mondo Microsoft; in tal caso usate tranquillamente l’esportazione in PDF di OOo, che è a prova di bomba e ironicamente garantisce risultati più costanti e sicuri che lo scambio diretto di file scritti con la suite Microsoft. Questa è la vera forza della nuova funzione di esportazione in PDF: crea un canale affidabile di comunicazione con chi resta fedele a Microsoft Office. OpenOffice.org, insomma, esce dal proprio ghetto.

Il concetto fondamentale, in altre parole, è che adesso potete usare OpenOffice.org senza il timore di generare file che solo gli altri utenti OpenOffice.org possono leggere. Qualunque destinatario di un file OOo può scaricare gratuitamente e installare la suite; se non può o non vuole, potete mandargli un file PDF. Fra l’altro, tutte le scuole italiane ora hanno il diritto di installare gratuitamente StarOffice di Sun, che usa il medesimo formato di OOo. La base di utenti in grado di leggere file generati da OOo è quindi tutt’altro che ristretta.

Da provare, per non restare indietro

Oltretutto, sia pure tra mille difficoltà, anche la pubblica amministrazione italiana si sta muovendo verso formati aperti o perlomeno pubblicamente documentati. Come riferito da Interlex e Governo.it, il ministro Stanca intende emanare una direttiva che renda obbligatorio per la PA usare almeno un formato aperto, allo scopo di garantire l’accesso e la tutela del patrimonio informativo. Non è detto che il formato sarà quello di OpenOffice.org/StarOffice, anche se il PDF è un ottimo candidato, ma di certo non sarà quello di Microsoft, salvo svolte epocali nella politica del gigante di Redmond.

La tendenza è ormai chiara. Conviene pertanto provare cosa significa lavorare con i formati aperti e con prodotti che offrono quello che serve all’utente anziché quello che serve a tutelare la quota di mercato del produttore, per capirne i vantaggi e per prepararsi alle novità prossime venture. Suvvia, OOo è gratis e non morde. Di cosa avete paura?

L'autore

  • Paolo Attivissimo
    Paolo Attivissimo (non è uno pseudonimo) è nato nel 1963 a York, Inghilterra. Ha vissuto a lungo in Italia e ora oscilla per lavoro fra Italia, Lussemburgo e Inghilterra. E' autore di numerosi bestseller Apogeo e editor del sito www.attivissimo.net.

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