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Non dargli una canna, insegnagli a pescare

11 Luglio 2013

Non dargli una canna, insegnagli a pescare

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Il sistema operativo di un computer è un fondamento; le applicazioni, un complemento. Anche nel settore pubblico.

Ha creato scandalo la notizia del Comune di Milano che avrebbe acquistato cinquecento computer privi di applicazioni. E giù righe di inchiostro per sollevare l’annosa questione di come si spendano i soldi dei contribuenti.

Alcune testate hanno addirittura gridato ai 500 computer inutilizzabili (tra queste Repubblica.it), con una scelta comunicativa forse volutamente iperbolica, mirata ad attirare l’attenzione sulla notizia ma che rischia di far passare un messaggio fuorviante:

I nuovi computer acquistati dal Comune per la polizia locale sono in tutto 556. Palazzo Marino li ha già pagati tutti, la consegna è cominciata nei giorni scorsi. I soldi a disposizione del Comune non bastavano per acquistare anche il software, però, e così i computer sono di fatto solo contenitori di plastica vuoti.

Il rischio è infatti legittimare l’idea, profondamente sbagliata, che hardware e software siano componenti integrate e indissolubili. Ricordo di un amico informatico che faceva il commesso part-time presso uno store di computer e tecnologia ed era ossessionato da domande come ma questo computer ha Internet? oppure ma questo tablet ha Facebook?. Diceva che a volte se li sognava di notte e si svegliava tutto sudato.

Battute a parte, se da un lato questo è proprio l’approccio strategico di alcune aziende (tra cui principalmente quella della mela morsicata), dall’altro non bisogna dimenticare che, appunto, si tratta di strategia commerciale e non tanto di necessità tecnica, come invece vogliono farci credere. Il computer è una macchina neutrale, benché sempre più potente; ciò che si riesce a fargli fare dipende appunto dal software che gli si dà in pasto e, ovviamente, all’abilità di chi sta dietro la tastiera.

Sinceramente, a un fan del software libero e open source come me crea poco scandalo il fatto che alla polizia locale di Milano il Comune abbia dato in dotazione più di 500 macchine senza software applicativi. Anzi, ben vengano mosse come questa! Così almeno i destinatari di questi terminali nuovi di pacca saranno indotti a farsi qualche domanda sulla disponibilità online di software libero, gratuito e perfettamente funzionante, e a fare lavorare qualche neurone più del solito per mettersi su Internet a cercare la soluzione più adatta. Senza ovviamente tralasciare l’aspetto non secondario del risparmio economico in fatto di licenze.

Se qualche operatore della Pubblica Amministrazione tira fuori la classica obiezione ma tutti i nostri file sono salvati in formati proprietari che i software open source non gestiscono bene…, prima che io diventi verde e mi trasformi in Hulk, cerco di spiegare che innanzitutto non è vero (salvi casi particolari per usi specifici) e poi che esiste un altro concetto fondamentale, bellamente ignorato e bistrattato nonostante sia ormai stato acquisito dalla legge: lo standard aperto.

Il testo di questo articolo è sotto licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

L'autore

  • Simone Aliprandi
    Simone Aliprandi ha un dottorato di ricerca in Società dell’Informazione ed è un avvocato che si occupa di consulenza, ricerca e formazione nel campo del diritto d’autore e più in generale del diritto dell’ICT. È responsabile del progetto copyleft-italia.it, è membro del network Array e collabora come docente con alcuni istituti universitari; ha pubblicato articoli e libri sul mondo delle tecnologie open e della cultura libera, rilasciando tutte le sue opere con licenze di tipo copyleft.

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