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New Economy a falsi miti

04 Aprile 2000

New Economy a falsi miti

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Non è tutto oro quel che riluce sotto i riflettori della Nuova Economia. E in molti ormai intonano un vecchio adagio: "Fateci vedere dove sono i soldi"

Di cosa ha bisogno la New Economy? A sentire la pletora di guru che ultimamente, a frotte sempre più numerose, si affollano sul palcoscenico digitale, solo di se stessa. Tuttalpiù, sono gli altri settori dell’economia, quelli contraddistinti dall’epiteto “Old”, ad avere bisogno di un supporto, di un aiuto, di un sostegno da parte del New che avanza.

Come spesso accade non ci si accorge che, con un po’ di semplice buonsenso si potrebbero partorire analisi più meditate, evitando di contrarre un disturbo sempre più diffuso in questi giorni di eccitazione collettiva intorno alle mirabolanti prospettiva della New Economy: l’eiaculazione precoce del pensiero.

La New e la Old Economy, infatti, sono destinate a vivere sempre in maggiore simbiosi e il Nuovo Mondo, quello fatto di computer, reti e bit, ogni giorno che passa è sempre più dipendente nei confronti dei vecchi buoni atomi.

Per rendersi conto di questa tendenza è sufficiente dare un’occhiata a una delle ultime ricerche di Intelliquest sui mezzi utilizzati dagli utenti di Internet per reperire siti Web. Nell’analoga ricerca del settembre 1999 (solo sei mesi fa), lo strumento principale per conoscere nuovi siti erano i motori di ricerca che, pur conservando questo ruolo, scendono dall’80 al 77%, ormai affiancati dal passaparola, che si attesta al 75%.

Ma le sorprese maggiori vengono dal fronte pubblicitario: mentre solo il 46% dei navigatori afferma di aver scoperto un sito tramite una pubblicità online, ben il 70% l’ha fatto tramite un messaggio tradizionale. Sei mesi fa la percentuale era del 63%. Stessa progressione per gli articoli di giornale che passano dal 60 al 66% e le brochure, lettere o altri supporti cartacei promozionali, che salgono dal 48 al 55%.

Facendo i conti si scopre che i sistemi tradizionali, quelli off line, vengono utilizzati sempre più per reperire siti Internet, registrando un incremento del 10%, mentre quelli on line accusano un tasso di “perdita di efficacia” del 25%.

Per analizzare in modo corretto questi dati è necessario, ovviamente, tenere conto delle massicce campagne pubblicitarie di siti Internet partite in questi ultimi mesi, anche in Italia, sui mezzi tradizionali. Ciò non toglie che l’idea di una New Economy in grado di sovvertire tutte le vecchie regole non ha nessun fondamento scientifico. Probabilmente se ne accorgeranno anche i più restii quando analizzeranno i primi crolli in borsa di Internet company in carenza di ossigeno. Vedere a questo proposito i tonfi di World Online alla borsa di Amsterdam e di Freeonline a quella di Londra.

I due fornitori di accesso gratuito sono ormai fuori mercato, i loro conti non godono di buona salute, le prospettive sono incerte e gli investitori stanno abbandonando la nave. Con buona probabilità, nel prossimo futuro dovremo abituarci a sentire nuovamente un tipico refrain della vecchia economia: “Fateci vedere dove sono i soldi”.

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