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Musica: pirateria dilagante, ma boom di vendite

17 Settembre 2003

Musica: pirateria dilagante, ma boom di vendite

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Le case discografiche insistono che il calo degli utili è dovuto alla pirateria dei circuiti P2P e fanno causa agli utenti, ragazzine dodicenni comprese. Eppure le vendite regolari di singoli sono raddoppiate

Fra cause e controcause, lo stravagante carrozzone dell’industria del disco va avanti. Da un lato abbiamo la RIAA, l’associazione delle principali case discografiche statunitensi, che porta in tribunale un eterogeneo drappello di 261 utenti di circuiti P2P, compresa Brianna LaHara, una dodicenne, alla quale chiede ben duemila dollari di risarcimento per aver scambiato canzoni tramite Kazaa (alla quale mamma LaHara, fra l’altro, pagava un canone, credendo pertanto di essere in regola).

Dall’altro abbiamo una consumatrice francese che vince una causa contro la EMI perché il CD anticopia che ha acquistato è illeggibile nella sua Clio: il prodotto è considerato letteralmente “difettoso”. E in Brasile, un altro consumatore riceve addirittura un risarcimento per un CD altrettanto difettoso.

Azioni come quelle della RIAA sono ovviamente impopolari: suvvia, è difficile procurarsi clienti soddisfatti rifilando loro prodotti difettosi e facendo loro causa anche se sono minorenni (e chiedendo addirittura diciassettemila dollari di danni se sono studenti). Per contro, le copie pirata dei CD, facilmente reperibili ad ogni angolo di strada, funzionano benissimo, anzi meglio dell’originale, e costano pure meno.

In aggiunta, la differenza di prezzo fra una colonna sonora su CD e il DVD del film corrispondente è irrisoria: tanto vale comperare il DVD. Infine, la SIAE incassa una lauta percentuale su ogni CD vergine venduto, anche se viene usato per masterizzarvi le proprie foto di famiglia o per fare un backup del proprio software. In queste condizioni, indovinate a chi vanno le simpatie dei consumatori.

Siamo in crisi: le vendite sono raddoppiate

I discografici cercano di riconquistarsi queste simpatie snocciolando cifre impressionanti per dimostrare quanto siano alle strette a causa della pirateria via Internet. Secondo il comunicato della RIAA riguardante i primi sei mesi del 2003, la distribuzione musicale negli USA è calata complessivamente del 15,8% in termini di quantità e del 12% in dollari. Cifre da crisi terminale, soprattutto considerato che fanno seguito a un calo del 7% nel 2003.

Ma le cifre più interessanti sono quelle che il comunicato stampa non cita. La tabella completa, infatti, rivela che c’è una categoria di supporto musicale in espansione vertiginosa: il singolo su CD. In un solo anno, dal 2002 al 2003, quindi pienamente in epoca di peer-to-peer dilagante, le vendite USA di singoli sono aumentate del 162,4% come quantità e del 173,5% come ricavi.

Meno spettacolari, ma comunque notevolissimi, sono i risultati per i DVD video, che godono di aumenti quantitativi del 19,4% e di ricavi incrementati del 26,2%.

Sono cifre davvero strane, che sarebbero difficili da digerire se non fossero di fonte RIAA, perché smentiscono il teorema secondo il quale la crisi dell’industria discografica è dovuta ai circuiti di scambio via Internet. Infatti chi frequenta i circuiti P2P lo fa per scaricare le singole canzoni (raramente si prende la briga di scaricare un intero album) e i film o videoclip, quindi è proprio il mercato dei singoli su CD che dovrebbe aver subito il peggior tracollo, seguito da quello dei DVD video. Invece questi due mercati sono in pieno boom. Attendiamo spiegazioni a questa contraddizione.

Una possibile spiegazione è che il consumatore si è accorto che un album contiene solitamente una canzone bella e due o tre decenti, e quindi trova più conveniente comprare il singolo. Il successo del servizio online iTunes di Apple, che in soli quattro mesi ha venduto legalmente dieci milioni di brani musicali a 99 centesimi di dollaro l’uno, sembra confermare quest’ipotesi. E considerata la modica differenza media di prezzo fra il CD audio e il DVD video, lo stesso consumatore preferisce acquistare se possibile il DVD video, che per un modico sovrapprezzo gli permette di ascoltare e vedere il suo artista preferito.

Universal ribassa i CD? Siamo seri

Questa differenza esigua di prezzo fra DVD e CD è un’altra stranezza che il consumatore trova difficile da accettare. Dopotutto, produrre due ore di immagini e musica (un film, per esempio) dovrebbe costare infinitamente di più che produrre un’oretta di musica e basta. La ragione di questo controsenso è sepolta nei meandri delle cause antitrust statunitensi. Scavando nella cronaca degli anni passati e nel sito della Federal Trade Commission, infatti, emerge che le case discografiche si sono rese colpevoli più volte di un’azione di cartello per tenere artificiosamente alti i prezzi dei CD.

Nel 2000, la FTC ha dichiarato chiaro e tondo che “i consumatori statunitensi hanno probabilmente pagato fino a 480 milioni di dollari più del dovuto per i CD e gli altri prodotti musicali a causa della politica [delle case discografiche] nel corso degli ultimi tre anni.”

In sintesi, nei primi anni Novanta molti nuovi punti di vendita di musica (ad esempio i grandi negozi di elettronica di consumo) iniziarono a vendere CD a prezzi più bassi per crearsi una clientela, e i rivenditori musicali tradizionali li seguirono a ruota, portando il prezzo dei CD più gettonati a circa dieci dollari. Ma le case discografiche imposero ai rivenditori dei contratti di vendita che vietavano questi ribassi. La FTC le condannò per questo comportamento a risarcire 67,4 milioni di dollari in contanti e offrirne altri 75,7 sotto forma di CD. Stranamente, non vi è traccia di questo episodio imbarazzante nelle suadenti parole della RIAA.

Dispiace notare, inoltre, che la lezione non è stata ancora ben assimilata dai discografici: sono infatti finiti recentemente di nuovo sotto il torchio della FTC per un analogo cartello riguardante i Tre Tenori a luglio di quest’anno.

Con questi precedenti, l’annuncio di Universal di voler ribassare i prezzi dei CD non sembra più tanto un baldanzoso gesto di marketing “aggressivo”, come lo chiama la casa discografica, quanto una resa di fronte ad un’autorità superiore.

Se le cose stanno così, chi è il vero pirata?

L'autore

  • Paolo Attivissimo
    Paolo Attivissimo (non è uno pseudonimo) è nato nel 1963 a York, Inghilterra. Ha vissuto a lungo in Italia e ora oscilla per lavoro fra Italia, Lussemburgo e Inghilterra. E' autore di numerosi bestseller Apogeo e editor del sito www.attivissimo.net.

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