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Musica libera, caos e creatività

01 Luglio 2002

Musica libera, caos e creatività

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L'adozione di un modello di distribuzione libera della musica analogo al free software può portare a un incremento complessivo ed esponenziale della creatività umana. Come? Grazie al caos!

Quando si parla di distribuzione della musica su Internet per prima cosa si mettono in campo gli avvocati. Le vicende che hanno coinvolto artisti, major, siti Internet e sistemi peer-to-peer hanno quasi sempre portato a considerazioni pessimistiche sullo stato attuale del mercato musicale online.
Da un lato la legge sulla tutela del diritto d’autore proibisce la libera circolazione della musica attraverso sistemi come Morpheus o Kazaa, cercando di tutelare i diritti di coloro che hanno investito tempo e creatività per realizzare un opera di valore. Dall’altro lato, tutti i meccanismi fin qui sperimentati per “vendere” musica su Internet, e quindi generare un guadagno per i soggetti coinvolti nella creazione dell’opera, non hanno portato a grandi risultati. In particolare non hanno portato risultati apprezzabili per i musicisti: al netto di tutti i costi di realizzazione dei sistemi di distribuzione sicura della musica, delle attività di lancio, dei costi fissi, un mercato molto piccolo non è in grado di generare utili apprezzabili per i titolari dei diritti. Ecco allora che alcuni musicisti presenti su Pressplay o su MusicNet (i due maggiori sistemi di distribuzione online “autorizzati” dalle major) hanno chiesto la rimozione da Internet della loro musica.

Questo, ovviamente, fa buon gioco ai sostenitori del movimento “copyleft”, ovvero della libera circolazione delle opere dell’ingegno, secondo una filosofia nata a opera di Richard Stallman, fondatore della Free Software Foundation, e raccontata nel volume Open Sources – Voci dalla rivoluzione open source, pubblicato da Apogeo. L’idea del “copyleft”, tradotto in italiano con “permesso d’autore” in contrasto con il diritto d’autore, è quella di mantenere una tutela della paternità dell’opera, autorizzando nel contempo la sua libera circolazione. L’applicazione di questa filosofia al mondo del software porta, secondo Eric Raymond, ad alcuni vantaggi innegabili: la circolazione libera di un programma (e soprattutto del suo codice sorgente) consente a tutti di studiarlo e intervenire su di esso per migliorarlo. Viene così coinvolta un’intera comunità (la comunità di hacker) nel processo di miglioramento di un software ottenendo quindi un risultato indubbiamente migliore di quello che potrebbe produrre un gruppo di ricerca ristretto e chiuso. I modelli di sviluppo che si confrontano sono la cattedrale e il bazaar, secondo la geniale analisi di Raymond.

La domanda ora è questa: può tale filosofia portare vantaggi anche in ambiti diversi dal software? Il mondo della musica è molto diverso, non si può parlare di un funzionamento migliore o peggiore di un brano musicale così come si fa per un programma. Non ha senso parlare di debug e nemmeno di utilità di un’opera musicale. Sembrerebbe quindi che, al di là delle convinzioni filosofiche sulla libertà di circolazione delle opere musicali, il modello aperto non posso comunque portare a vantaggi effettivi. Lo stesso Raymond mette in guardia dall’applicazione del metodo open source ad ambiti diversi dal software: in un articolo apparso su New Scientist, Graham Lawton riporta l’idea che solo quando il modello open source avrà vinto la sua battaglia si potrà applicarlo anche al mondo dei libri e della musica.

Di avviso diverso è invece Ram Samudrala, ricercatore di genetica computazionale alla University of Washington, Seattle e musicista per passione. Sostenitore della Free Music Philosophy, Samudrala si fa promotore di una tesi molto interessante. Il mondo della musica è ovviamente creativo. Ciascun attore, musicisti in primo luogo, ma anche gli ascoltatori, partecipa del processo creativo, attingendo ispirazione dal mondo circostante. Se il mondo attorno pone delle limitazioni molto forti (per esempio sulla possibilità di riutilizzare idee di altri) la stesso processo creativo ne risulta fortemente indebolito. Proviamo invece a ipotizzare un mondo in cui la musica circoli con una politica di copyleft, ovvero possa essere liberamente copiata, distribuita e modificata (e quindi presa a ispirazione per la creazione di nuove opere). Come afferma lo stesso Samudrala in un articolo intitolato The future of music, in tale sistema, “i singoli agenti (artisti, ascoltatori, distributori) non sono vincolati da regole poste dall’alto: in parole povere sono liberi. Si tratta di libertà diverse e non necessariamente esplicite, inclusa la libertà da interessi commerciali e la libertà di modifica e di miglioramento, seduti sulle spalle dei giganti. Tutte queste libertà diverse consentono a un’opera di evolvere seguendo una traiettoria esponenziale non deterministica, ovvero caotica. Il risultato è una quantità immensa di creatività […]”.

In altre parole, quando analizziamo il mondo della musica (e della sua distribuzione) abbiamo a che fare con un sistema complesso sottoposto a una serie di vincoli (generati dal copyright). Lo stesso sistema liberato da tali vincoli in una filosofia copyleft potrebbe evolvere verso configurazioni e stati assolutamente imprevedibili. Il significato puramente scientifico di questa affermazione è che il sistema nel suo complesso diventerebbe molto più creativo, in quanto non deterministico. Ogni agente del sistema contribuirebbe all’evoluzione complessiva, ma non sarebbe più unico responsabile della nascita di un’opera. Questa, piuttosto, vivrebbe di vita propria, evolvendosi all’interno del sistema verso direzioni imprevedibili (si parla in questo caso di “emergenza”, si veda per maggiori informazioni il volume Esseri collettivi, di Gianfranco Minati, Apogeo). Per avere un’idea di che cosa si intende con l’espressione “vivere di vita propria” si pensi all’evoluzione di una lingua, come l’Italiano. Nessuno è proprietario della lingua italiana, perché tutti hanno dato il loro piccolo contributo alla sua evoluzione, che prosegue attraverso il tempo contemporaneamente ma anche indipendentemente dalle opere della letteratura italiana.

Questa evoluzione porta a forti implicazioni sulle questioni riguardanti la creatività e la proprietà intellettuale, dando al modello del bazaar di Raymond una nuova prospettiva nel mondo esterno al software. In quest’ottica, la cattedrale è rappresentata dalle major, mentre il bazaar sono i Free Music Archives (FMA). La cattedrale ha una politica prescrittiva rispetto al mercato, e la attua attraverso pubblicità e passaggi in radio. Il processo che un’opera deve seguire per arrivare sul mercato è estremamente burocratico: deve sostanzialmente essere approvata dalle major come conforme alle regole economiche che tale modello impone dall’alto. Si tratta di un sistema “top-down”, contrapposto al modello “bottom-up” del bazaar, dove le regole nascono dal basso.

Ora, secondo i principi evoluzionistici in un ambiente che muta velocemente (come può essere Internet) i sistemi bottom-up hanno maggiore possibilità di sopravvivenza in quanto hanno capacità adattive migliori e più veloci dei sistemi top-down. La decentralizzazione e l’eliminazione di vincoli portano infatti il sistema a mutare più rapidamente. In conclusione: il bazaar vince contro la cattedrale la lotta per la sopravvivenza in un processo di selezione darwiniana.

L'autore

  • Alberto Mari
    Alberto Mari lavora col Web dal 1998. La passione per le tecnologie e una cultura umanistica l'hanno portato a occuparsi di editoria digitale e ebook.

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