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Monti e il nuovo presidio della scena pubblica

06 Dicembre 2011

Monti e il nuovo presidio della scena pubblica

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Silenzio quando non serve parlare, dire piuttosto che stare, non monopolio della scena. Un frame comunicativo tutto da studiare. A cominciare dalle prime reazioni su Twitter

Molti anni di berlusconismo hanno plasmato il nostro modo di percepire e vivere la politica italiana, facendoci spesso concentrare sulle forme, come se queste non fossero indissolubilmente connesse ai contenuti. Quando si dice(va) «Berlusconi è un grande comunicatore», ad esempio, ci concentriamo sulle capacità espressive ed emotive amplificate dai media – alcuni dei quali controllati direttamente dalla sua famiglia – confondendo la personalizzazione della politica con lo svuotamento dei contenuti politici a favore della superficie. Forse anche questa è un’eredità di un “berlusconismo” dal quale fatichiamo a uscire.

Silenzio

Per questo il principale strappo rispetto al passato che ci sembra di cogliere in queste prime settimane di un nuovo governo italiano è proprio sul piano della comunicazione, in quella strategia del silenzio che poco ha concesso ai media (e ai cittadini), nella scelta, pare dettata da Monti ai suoi ministri, di non monopolizzare il palinsesto televisivo con la presenza ad ogni tipo di programma di informazione politica o pseudo tale. A fronte di un continuo e pervasivo presidio della scena pubblica dove lo stare contava quasi più del dire, questa riservatezza è sembrata figlia del rigore tecnico, dove l’aggettivo tecnico sostantiva “una cosa diversa e distante da prima” che, quindi, non si inquina con le strategie precedenti. Solo che questo governo non ha detto che si rifiutava di usare la comunicazione solo che avrebbe parlato quando aveva delle cose da dire. La strategie non era “la consegna del silenzio”, ma quella della costruzione dell’attesa di un evento. Per questo la conferenza stampa di domenica 4 dicembre del governo presieduto da Mario Monti è stato un momento significativo nella svolta di linguaggio della politica italiana verso i media e nei confronti del pubblico/cittadino.

Provate ad osservare le reazioni a caldo delle audience connesse, quelle che si esprimono in rete durante la messa in onda di un evento e che creano un contrappunto collettivo e personale in pubblico. Su Twitter, ad esempio, la marcatura di novità e apprezzamento era abbastanza evidente. E so che sto personalizzando un luogo di pluralità di opinioni ma, misurando per gioco il sentiment rispetto agli hashtag #Monti e #Manovra durante il tempo della conferenza stampa, trovavamo un risultato positivo (oltre 80% contro un 20% neutro). Ma lo sforzo che si richiede a una cittadinanza politica matura è quello di non concentrarci sulla superficie e ricompattare forma e contenuto. E lo so che emotivamente ci lasciamo prendere da un modo di comunicare della politica che ci sembra nuovo o che ci sembra esserlo rispetto al passato, per distinzione, appunto. Ma vale la pena sottolineare che una lettura più strategica di quanto avvenuto sul piano comunicativo durante la conferenza stampa può aiutarci meglio a inquadrare noi stessi come interlocutori di questo modo di fare politica, perché alla fine di questo si tratta e non di “tecnica”.

Frame

Se dovessi riassumere in pochi punti la strategia comunicativa del governo Monti in conferenza stampa la tratteggerei come segue. Imporre il frame: il presidente del Consiglio comincia costruendo il frame in cui collocare tutto quanto sarebbe stato raccontato a proposito della manovra proposta e lo fa rivolgendosi direttamente agli italiani – «Vogliamo che gli italiani non si sentano più derisi» – e chiarendo che ci saranno sacrifici, ma costruendo un contesto di sintonia tra la sua immagine pubblica e quello che chiederà. Lo fa con la frase: «Ritengo che sia doveroso rinunciare al mio compenso come presidente del Consiglio e ministro dell’Economia». Noi sappiamo che si tratta di rinunciare a circa 12.000 euro al mese e che come Senatore a  vita gli resta uno stipendio di 25.000 euro al mese a cui aggiungere 35.000 euro di pensione, ma non è questo il punto: il suo gesto produce la cornice attraverso cui osserveremo tutto il resto, c’è il dividersi i sacrifici, l’equità, una retorica anti-casta eccetera.

Soundbites: è sempre il premier a fornire ai media e ai cittadini la frase chiave per comunicare quello di cui sta parlando: «Chiamatelo decreto salva Italia». I quotidiani del giorno dopo ne fanno il titolo principale, sia che ne parlino positivamente o in modo critico. Fa parte del modo in cui imporre il frame garantendosi un uso da parte dei media delle parole chiave che si vogliono strategicamente utilizzare. #salvaitalia è uno splendido hashtag e l’uso che ne viene fatto su Twitter mi sembra confermare l’adesione al frame.

Anti divismo

Differenza per contrasto: è evidente che la strategia comunicativa del governo, così schivo nelle anticipazioni – se non quelle strategiche per saggiare reazioni – e l’anti divismo dei ministri è particolarmente adatta a produrre un confronto per differenza rispetto a chi li ha preceduti. Solo questa scelta di sobrietà comunicativa – ripeto: come strategia precisa, come cifra stilistica – può consentire di introdurre la pesantezza di temi di riforma che non solo non possono essere trattati demagogicamente ma che richiedono sacrifici tali che per essere metabolizzati hanno necessità di essere collocati in un contesto emotivo particolare. Mario Calabresi sintetizza perfettamente su Twitter il clima: «#Monti grande serietà e nessuna battuta, incutono timore, sembra la commissione della maturità. Speriamo che l’Italia stavolta passi l’esame». Ma è lo stesso premier a giocare sulle differenze quando dice: «Non dirò mai  “L’Europa ce lo chiede”». Vi ricordate chi lo diceva, vero?. E ironicamente, sempre su, su twitter Nonleggerlo chiosa: «#Manovra #Monti: ho sovrapposto una conf. stampa a caso del Gov. Berlusconi a questa. In questo momento eravamo a “Mai pagato prostitute”».

Coralità: la “squadra” di governo si presenta come un team, con i ministri che si passano la parola e si correggono anche in pubblico con tranquillità e pochi protagonismi. Rispetto alla politica dei continui distinguo viene sottolineato il fatto che ogni ministro ha messo da parte il protezionismo circa le sue competenze per convergere rispetto alla dimensione corale. La molteplicità di voci produce una jam session capace di prevedere i singoli assoli come un arricchimento e non come uno spazio inevitabile da fornire ai singoli per la loro esposizione mediale.

Lacrime

Empatia: un momento di massima espressività emotiva lo abbiamo avuto quando il ministro del welfare Elsa Fornero, chiamata ad annunciare lo stop all’indicizzazione delle pensioni rispetto all’inflazione, si è commossa: è questa l’immagine simbolo del decreto salva Italia. Un costo anche psicologico che ha messo a dura prova, aveva cominciato a dire il ministro quando ha dovuto interrompersi per trattenere i singhiozzi, mostrando così la dimensione empatica in tutta la sua evidenza comunicativa. Prendiamo ancora l’umore su Twitter. Roberta Milano: «La commozione della #Fornero dopo intervento chiaro, rigoroso e duro. Finalmente, solo una Donna. Siamo così, è difficile spiegare». Livia Iacolare: «La commozione della #Fornero si chiama #umanità. Una cosa che la nostra politica non vedeva dal dopoguerra». 24job: «#monti #fornero le lacrime sono un valore per le donne non debolezza la giudicheremo non da questo ma dal suo operato».

#Fornero è stato un altro dei trending topics di queste giornate. E anche laddove ci fosse un tentativo di lettura critica su quanto avveniva la marcatura di novità  e il sense of wonder è sembrato prevalere. Barbara Sgarzi: «perché equiparare lacrime all’umanità? cosa c’entrano? non era empatia, era tensione, da controllare». Claudia Vago (@tigella): «Ma solo a me le lacrime della Fornero paiono ipocrite? O perlomeno non mi toccano: è un ministro, accidenti!». Roberta Milano: «@tigella è una persona. Trovo che la commozione la renda più vicina alle persone che un account twitter».

Praxis

Il giorno dopo resta la necessità di parlare dei contenuti. Il sentiment su Twitter è al 98% in zona grigia. Abbiamo apprezzato il cambio di passo, ma non cadiamo nella retorica della comunicazione di superficie: l’empatia, la coralità, questo tipo di emozioni riportate in politica sono servite per ottenere la nostra attenzione e costruire un coinvolgimento. Sta a noi passare dal senso di meraviglia per la novità ad una funzione critica dal basso, a partire dalle singole competenze. Se no rischiamo di richiuderci ancora una volta nel meccanismo in cui il berlusconismo ci ha adagiato, quello che ha scisso la forma dal contenuto, gestendoli come piani separati ed imponendo la dittatura della forma comunicativa. Dietro le parole dette da Monti e dai ministri ieri c’era molta praxis, sta a noi riapporpriarcene.

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