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Montano proteste e controversie per i brevetti sul software

14 Aprile 2003

Montano proteste e controversie per i brevetti sul software

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Gli interessi della grande industria contro produttori indipendenti e piccoli sviluppatori: questa la chiave della bollente questione a livello mondiale

Rimane controversa la questione dei brevetti sul software, dall’Italia all’Europa agli USA. Come purtroppo già previsto, a fine marzo il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto legislativo che, in esecuzione della delega conferita con la legge 39/2002, recepisce nell’ordinamento italiano la direttiva 2001/29/CE, nota come EUCD (European Union Copyright Directive). Rimasti inascoltati, quindi, i rischi e i pericoli di tale direttiva, ampiamente illustrati da petizioni online e campagne d’informazione. Come specifica un comunicato stampa diffuso dall’Associazione Software Libero, è stata così sospesa l’annessa petizione online sottoscritta in queste settimane da millenovecentosettantaquattro tra persone e società – firme che, pur “lungi dall’avere un qualsivoglia valore legale, sono però l’espressione e la voce di quanti hanno ben chiaro di quali problemi il recepimento della direttiva avrebbe potuto portare.”

A questo punto le varie entità che si oppongono all’EUCD stanno vagliando “la pratica più efficace e il metodo migliore per agire”. Sembra probabile che il prossima iniziativa si concentrerà sulla scadenza del dicembre 2004, quando la Commissione europea presenterà al Parlamento europeo la prima relazione sugli effetti dell’EUCD, in particolare sulle conseguenze della tutela legale per le misure tecnologiche di protezione. Come spiega ancora il comunicato, “occorrerà sensibilizzare l’opinione pubblica e raccogliere materiale documentale sugli effetti perversi della normativa per convincere il Parlamento europeo o la Commissione a rivedere la direttiva. E questo lavoro non sarà svolto solo in Italia”. Ovvero: utenti e associazioni continueranno il tam-tam, soprattutto online, per combattere con tutti i mezzi questa legge.

Nella medesima direzione si muove intanto l’iniziativa pan-europea appena lanciata da FFII e Eurolinux per evitare che nei prossimi mesi l’Unione Europea proceda alla temuta ratifica. In particolare, sotto accusa è la cosiddetta “brevettabilità illimitata” che rispecchia quel modello statunitense tanto voluto dalle grandi corporation quanto contestato da esperti e operatori del settore. Si prevede infatti di dare dei brevetti anche per brevi porzioni di codice e addirittura per singole idee imprenditoriali, come già accade in USA, puntando così a favorire la grande industria e penalizzando i produttori indipendenti e i piccoli sviluppatori. Il tutto con più che probabili conseguenze nefaste sulla libertà di sviluppo e sull’innovazione. Si punta per ora a impostare una serie di emendamenti a quella direttiva sui quali far convergere il favore del maggior numero possibile di europarlamentari, onde bloccarne quantomeno le conseguenze più negative sull’impresa medio-piccola nonché sul variegato universo dell’open source e del software libero.

D’altronde in USA proprio queste due ultime realtà stanno dando filo da torcere a due organizzazioni, la Internet Engineering Task Force (IETF) e il World Wide Web Consortium (W3C), da tempo alle prese con analoghi problemi di brevetti per gli standard tecnologici relativi a internet e al web. Nelle scorse settimane, il W3C ha diffuso quella che dovrebbe essere la bozza definitiva della propria policy in tema, sostanzialmente tesa a creare “ambienti royalty-free” per lo sviluppo di standard sul web. Una questione su cui il consorzio dibatte da circa tre anni e che ora sembra aver raggiunto una sorta di compromesso tra le grandi aziende, che pretendono di essere pagate comunque per l’uso delle proprie tecnologie brevettate, e la folta schiera di soggetti che invece vogliono standard royalty-free. L’attuale bozza messa a punto dal Patent Policy Working Group rimane aperta per sei mesi ai commenti del pubblico, prevedendo di rilasciarne la versione definitiva entro maggio.

Premessa centrale è che le tecnologie brevettate possono essere incluse negli standard di sviluppo fin tanto che nella maggior parte dei casi restino royalty-free. Anche se non potevano mancare le dovute eccezioni, ovvero quando i relativi detentori reclamino comunque il pagamento di tariffe. In tali circostanze spetterà al Patent Advisory Group del W3C “investigare le modalità per affrontare ogni questione specifica.” In pratica si tratterà di trovare metodi per aggirare il brevetto oppure di rimuoverlo del tutto, o anche di includerlo comunque nello standard e consentire la pubblica revisione dei termini di licenza. Secondo Daniel Weitzner, chairman del Patent Policy Working Group, “ciò offrirà la flessibilità necessaria per affrontare quelle situazioni che non rientrano nella policy royalty-free e decidere cosa fare di volta in volta anziché trovarci in un vicolo cieco… redo comunque che vi ricorreremmo molto raramente.”

Meno chiara la posizione all’interno dell’IETF, nonostante il dibattito sviluppatosi anche qui da tempo. Nei giorni scorsi il gruppo di lavoro sulla proprietà intellettuale non ha fatto altro che ufficializzare la posizione già nota: non esiste il consenso generale per limitare l’uso di tecnologie coperte da brevetti all’interno degli standard dell’IETF. Come ha spiegato Steve Bellovin, responsabile di tale gruppo di lavoro nonché ricercatore presso AT&T, “in realtà esiste consenso sul fatto che al momento non sia il caso di stabilire alcuna nuova policy al riguardo.” Il gruppo mantiene così lo status quo, attenendosi cioè all’uso di tecnologie brevettate nei propri standard rilasciate sotto le cosiddette “licenze ragionevoli e non-discriminatorie”.

Pratica questa che ha specificamente suscitato pesanti critiche da parte degli operatori del settore, in particolare gli sviluppatori open source, i quali sostengono che la minaccia di dover pagare delle royalty per l’uso di uno standard lo rende inutile all’interno delle stesse licenze open source, le quali sono generalmente rilasciate gratis. A chiarire i termini della questione ci pensa Bruce Perens, noto programmatore-attivista che ha ricevuto una donazione anonima di 50.000 dollari annui proprio per combattere il ricorso a tali “licenze ragionevoli e non-discriminatorie” nelle organizzazioni che stabiliscono gli standard di internet. Spiega Perens: “occorre chiarire che rendere gratuito l’uso di un brevetto in uno standard non significa che i detentori rinuncino a tutte le relative royalty; i termini delle opzioni royalty-free stabiliti ad esempio dal W3C riguardano soltanto l’implementazione di quello specifico standard, non qualunque altro utilizzo, anche all’interno di uno stesso programma; ciò lascia ampio spazio a chi detiene il brevetto di far soldi.”

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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