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Microsoft nuovamente alla sbarra: come finirà il processone antitrust?

23 Febbraio 2001

Microsoft nuovamente alla sbarra: come finirà il processone antitrust?

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Se il giudice Jackson vuole strafare, Gates & co. puntano a guadagnar tempo...

Dopo lunghi mesi di silenzio, torna in tribunale il processo Microsoft. Dalle prime avvisaglie stavolta il vento sembra soffiare a favore del gigante informatico. L’altro giorno i sette giudici della corte d’appello di Washington, DC, hanno denunciato la condotta del giudice distrettuale Thomas Penfield Jackson, la cui sentenza di fine ’99 per il frazionamento in due tronconi di Microsoft è stata bloccata dall’appello inoltrato da quest’ultima. Il comportamento pubblico di Jackson sarebbe stato tutt’altro che irreprensibile, per via della sua avventata abitudine ad incontrare i giornalisti in privato ed a lasciarsi andare a dichiarazioni poco corrette. Mentre ciò è soltanto l’avvio di un’ulteriore, aspra battaglia legale, due volumi di recente uscita sostengono che Gates & co. hanno perso il processo antitrust per “aver voluto difendere troppo e troppo spesso”. E sul tutto non vanno dimenticati certi velati appoggi a Microsoft – o quantomeno di policy non-interventiste – della nuova amministrazione Bush.

Martedì 27 febbraio si sono concluse le due giornata dedicate agli argomenti orali delle parti, e ora i giudici della corte d’appello vaglieranno attentamente la questione prima di emettere una nuova sentenza entro alcuni mesi. Previsioni? Qualche esperto giura su un repentino dietro-front giudiziario contro il Dipartimento di Giustizia che aveva invece vinto nel procedimento di primo grado. Ciò sulla base di esplicite condanne da parte dei giudici d’appello nei confronti dell’ormai famoso collega Jackson. Non a caso tra i suoi critici più veementi troviamo Harry Edwards, responsabile del pool della stessa corte d’appello, il quale ha affermato che il comportamento di Jackson è stato tutt’altro che “benigno” e si è chiesto se questo non abbia esplicitamente violato “il proprio giuramento etico.” In sua assenza, lo ha difeso il rappresentante del Dipartimento di Giustizia gettando rapidamente acqua sul fuoco ma stando bene attento a non enfatizzare la vicenda. In pratica, se è vero che qualche commento di Jackson possa considerarsi “inappropriato,” ciò non costituisce motivo per ribaltarne la sentenza. Invece i legali di Microsoft hanno puntato tutto sul ricusamento di Jackson, definendolo “un’ignorante in tema di tecnologia, un ciarlatano dei media”.

Altri osservatori sottolineano comunque che, pur se nessuno dei sette giudici d’appello ha difeso il comportamento pubblico del collega, non è affatto chiaro quale sarà la loro risposta all’evidente disappunto. Potrebbero cioè imporre il rifacimento di un nuovo processo, o anche soltanto di una sua parte. Oppure decidere che nonostante tutto la situazione non è sufficiente per rinviare il dibattimento in aula, dando così ragione alle posizioni governative. Se ne saprà di più tra qualche mese. Nel frattempo, gli acerrimi nemici del colosso di Redmond (in primis Sun) incitano il Governo a tener duro e a non insabbiarsi in pericolosi compromessi, mentre qualche editorialista (è il caso di ZDNet) spiega nuovamente come la frantumazione in più tronconi di Microsoft risulterebbe evento negativo per l’intero settore e l’economia statunitense in ribasso, nonché impopolare presso la stragrande maggioranza dei consumatori. Da notare inoltre le ripercussioni del cambio al vertice della presidenza USA.

L’amministrazione Clinton aveva fatto del caso un’icona high-tech di grossa portata, il maggior processo antitrust alla sbarra dopo l’infinita (e fallita) saga giudiziaria contro IBM chiusa nel 1982. Qualcuno ne aveva giustamente paragonato l’importanza al procedimento che portò alla rottura di Standard Oil nel 1911. Chiusa l’era Clinton, il suo fresco successore sembra volersi limitare a guardare dalla finestra, giocando volutamente un ruolo di basso profilo. E notoriamente l’atteggiamento di Bush è pro-business, in netto appoggio di quella corporation culture che va imponendosi perfino nei corridoi della Casa Bianca. Una corporation culture che è stata da sempre cavallo di battaglia di Gates, motore propulsore del successo globale di Microsoft. Con annesse conseguenze meno rosee, visto che sarebbe proprio tale cultura (e l’annessa dose di arroganza) alla base delle antipatie conquistate nonché della sconfitta giudiziaria registrata finora. Lo sostiene tra l’altro, con l’ovvia dovizia di particolari, “Pride Before the Fall”, volume fresco di stampa curato da John Heilemann. Il quale non manca di riportare una ricca serie di citazioni, ritratti ed aneddoti dei protagonisti della tenzone giudiziaria a sostegno della propria tesi secondo cui l’intera vicenda avrebbe rivelato “la storia segreta dell’industria del software”. Inclusi certi comportamenti dei rivali di Microsoft, con la costante pressione dell’industria high-tech nel lanciare alla grande il processo antitrust pur senza però “voler mai lasciare impronte”.

D’altra parte, ribatte Ken Auletta nell’altro libro “World War 3.0”, la missione dei legali di Gates è sempre parsa quella di confutare a testa bassa ogni seppur minima posizione della controparte governativa. E di averlo fatto con tanta veemenza, appunto, da provocare effetti imprevisti. Ciò anche a causa della decisa presa di posizione del giudice Jackson, figura chiave nel lavoro di Auletta. Quest’ultimo ha avuto perfino accesso agli appunti stilati dal medesimo Jackson nel corso delle sedute in aula, oltre che ad oltre 10 ore di intime conversazioni. Pur se a condizione di pubblicarne i resoconti soltanto a sentenza avvenuta, come d’altronde il giudice ha richiesto a tutti i giornalisti con cui in questi mesi ha avuto spesso a che fare.

Comunque sia, l’impressione generale è che, al di là dei “crimini” commessi da Microsoft, appaia impossibile imporre una punizione adeguata. La divisione in due tronconi sembra fuori contesto e, quel che è peggio, potrebbe finire col creare due enormi monopoli al posto di uno. Oppure no?

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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