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Metti un Mac sul comodino

17 Gennaio 2002

Metti un Mac sul comodino

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Si chiama sempre iMac, ma è tutto nuovo e, se non ve ne foste ancora accorti, è il nuovo tecno-tormentone.

Uno Steve Jobs trasformato da “enfant prodige” a “papà del silicio”, con un taglio di capelli tattico che amplifica i segni della maturità, è l’icona tecnologica di questi giorni, intento a far ruotare una via di mezzo tra un’abat-jour e una lampada solare da viso.

L’iCEO dallo stipendio di un dollaro non ha dubbi: “È la cosa migliore che abbiamo mai fatto”.
Vorrebbe dirci che, dopo avere ucciso il floppy (il super-disk da Apple stessa introdotto), sta dando un forte spintone dal dirupo anche ai monitor CRT, quelli con i grossi tubi catodici, che pensa in via di estinzione. Scusatemi, ma non ci credo e non mi piace!

Comunque non è questo il punto. Ciò che conta è che sarà così per i tanti che del computer fanno un uso semplice, quelli a cui si rivolge il nuovo iMac. Ci risparmiamo la descrizione tecnica, anche perché sappiamo che ce n’è per tutti i gusti e che la qualità tecnologica è molto vicina alla perfezione per quei dati target di consumatori.

Quello su cui voglio soffermarmi, lasciando altre tastiere a dissetare la vostra sete di dettagli, è l’estetica di Cupertino. Non mi riferisco solo alla linea. Parlo proprio dell’estetica “dotta”, quella che ci insegna la qualità della relazione con gli oggetti e con noi stessi tramite i materiali e gli schemi di comportamento.

Sei milioni di iMac venduti in 3 anni hanno già compiuto una rivoluzione nella nostra estetica tecnologica e quindi nel modo di vedere le tecnologie e la convivenza con loro nella nostra vita. Il PC come lo intendevamo sta esalando a fatica gli ultimi respiri. Ancora si regalano ai bambini i PC dell’ipermercato e tutti i dispositivi di fascia economica sono fatti per quelli. Tuttavia sono pochi a camparci e pochi quelli che possono dirsi soddisfatti del risultato ottenuto. Inoltre gli oggetti di qualità, anche se costano più cari, risultano oggi meno proibitivi che in passato.

Le nuove generazioni di consumatori a cui si rivolge Jobs sono i geek della post-rivoluzione informatica. Disincantati e stanchi di questioni di superprocessori e di guerre fra sistemi operativi. Il nuovo corso di Apple, il company’s digital hub (una compagnia connettore di corpi estemporanei collegati con la massima flessibilità), si precisa sempre più nell’ossessione del semplice, della linearità essenziale e del monocromatismo con la prevalenza del bianco (il colore che ha cacciato l’arcobaleno dal simbolo della mela).

Più interessante dell’iMac è la galassia di questa nuova Apple, una griffe di pret-à-porter dal gadget al completo da grande occasione. Per questo non contano meno dell’iMac i software smart come iMovie 2, iDVD 2 e iTunes 2 (di quest’ultimo Apple ha distribuito otto milioni di copie): a questi si aggiunge il nuovo iPhoto che, proprio per la sua semplicità, è un ordigno in più dell’implacabile killer application suite. Il più ingenuo degli utilizzatori, ma anche l’esperto ormai stanco di passare la vita a trafficare con oggetti sempre più complessi e faticosi, non disdegnerà di prendere in mano iPhoto per accedere immediatamente alle istantanee della sua fotocamera digitale, per editarne direttamente le immagini, stamparle e archiviarle nel masterizzatore incluso nel post-computer.

Anche iPod, il lettore di MP3 in grado di funzionare da hard disk removibile, con le sue linee avanguardistiche si collega a questa concezione della vita con le tecnologie. Prova ne sia che, nonostante il costo elevato, ne siano stati venduti da novembre a oggi ben 125 mila esemplari e che rimanga ancora molto ricercato e poco rinvenibile.

Ancora più dell’iMac, personalmente punto sull’iBook che sta pressoché cannibalizzando il Titanium di fascia alta. Scendono i prezzi degli iBook e variano fra i 1300 euro e i 2000 euro (nel caso si voglia uno schermo di 14″ invece di 12″), mentre il modello di riferimento è quello con il combo CD-RW/DVD a circa 1700 euro.

Non capirò e non accetterò mai che un tale genio del mercato degli oggetti come Jobs pregiudichi il proprio trionfo per difendere strenuamente un retaggio ipertecnlogico pesante, brutto e indifferente – nell’ipotesi migliore – ai consumatori come OS X, concludendo la keynote di apertura di questo storico MacWorld di San Francisco a elogiare il suo sistema operativo di retroguardia (in un momento in cui i sistemi operativi dovrebbero rendersi invisibili). Nonostante OS X, Apple lascia un’ennesima pietra miliare nella storia delle tecnologie e del rapporto dell’uomo con queste: dopo questi iBook nessun notebook dovrebbe potere essere prodotto e venduto come si continua a fare oggi; dopo i nuovi iMac i desktop e i minitower ci sembreranno dei trattori in giro per le calli del nostro misurato quotidiano.

Dopo questa Apple, prospettata con precisione, lucidità, coerenza, creatività estrema, seppure ascetica e disciplinata, l’informatica dell’automazione, quella delle complicate e onnivore workstation, dovrebbe scomparire dalle nostre case per abitare solo più gli stabilimenti. Sono però almeno dieci anni che qualcuno – come il sottoscritto – lo annuncia e la separazione dalle vestigia del passato dei super-tecnici non si realizza: gli inventori del silicio non vogliono cedere le armi, se non trascinandosi nella disfatta con le proprie creature.

Après moi, le dèluge!

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