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Mele di Ferragosto

27 Luglio 1998

Mele di Ferragosto

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Mentre le principali ditte non prevedono molto di più che le solite vacanze, a New York, dove si è tenuta l'ultima edizione del dell'East Coast, si promette che agosto sarà il mese più fruttuoso dell'anno.

Se per l’estate tutte le principali ditte non prevedono molto di più che le solite vacanze, a New York, dove si è tenuta l’ultima edizione del MacWorld dell’East Coast (che fino all’anno scorso si è stabilmente svolto a Boston, dove tornerà l’anno venturo), si promette che l’agosto sarà il mese più fruttuoso dell’anno.

È venuto a spiegarlo, smentendo la sua prevista assenza (si diceva che volesse stare vicino della moglie in gravidanza), lo stesso Jobs, a suo dire parafrasando la gerarchia dei bisogni dello psicologo Abraham Maslow per dimostrare che la sua Apple sta per avere la meglio nella “gerarchia dello scetticismo e del successo”. “Siete sopravvissuti” recitava il CEO, “e siete ancora nel business; questo è notevole. State ancora facendo profitti; questo è proprio grande. Il business è sotto controllo; questo è davvero meraviglioso. Avete una strategia di prodotto esplosiva e la portate avanti con puntualità. Avete anche conquistato un imprevisto numero di applicazioni. OK, dunque che cosa vi viene chiesto in ultimo per vincere lo scetticismo? Saper crescere”. La ricetta della crescita per Jobs e per tutto il MacWorld si sintetizza in un nome: iMac.

Come anticipavamo in un articolo di qualche mese fa, iMac rappresenta la nuova sfida di Apple non solo rispetto al mercato dei computers, e nello specifico del grande consumo, ma più in generale sull’interpretazione del tipo di utilizzo che si farà nel decennio a venire di queste tecnologie. “Di fatto i nostri prodotti sono talmente semplici da preparare e da usare da permetterci di competere ad un livello incredibile,” dice Jobs. “Queste cose, a partire dall’iMac, stanno consentendoci di crescere nel mercato dei grandi consumatori, di crescere nel mercato dell’educazione, di crescere in quello del design e dell’editoria. In Apple ci aspettiamo di assistere ad una significativa crescita nei prossimi sei mesi e saremo con voi per condividere questi eventi”.

Vola fino a New York Steve Jobs per parlare a Wall Street, i cui analisti, stupefatti dall’incessante crescita del titolo rispondono consigliando i propri investitori di non vendere ancora. Verosimilmente anche qui è l’iMac il protagonista di tanta attesa. Al MacWorld si sono visti i primi modelli che hanno fatto da soubrette della manifestazione, dimostrando che l’attenzione si sposta dalle macchine potenti verso gli oggetti “poveri”, piccoli, integrati. La nuova formula Apple sembra essere proprio questa, unita ad una notevole flessibilità e ad un forte credito per le tecnologie di rete, in nome delle quali si è addirittura sacrificato quel floppy disk che proprio sui primi Mac ebbe il suo battesimo (circa sei anni prima che sui PC) e che ora va definitivamente in pensione per lasciare il posto ai modem 56K integrati (sugli iMac) e agli Zip di Iomega (sulla fascia medio-alta).

Wall Street continua a credere a Apple anche perché recepisce l’attenzione manifestata dagli operatori informatici. Se Apple può vantare un potenziale di fidelizzazione della clientela pari o superiore a Sony, a Disney o a Nike, i rivenditori e gli sviluppatori che avevano smesso di crederci da diversi anni tornano oggi a manifestare interesse ed entusiasmo.
Se è vero che, dopo aver investito la scorsa primavera 150 milioni di dollari in titoli Apple, Microsoft oggi produce in un’apposita divisione software nativi per MacOS e distribuisce un Office 98 per Mac (scontato di $100 per gli acquirenti di iMac) e un Internet Explorer (in schiacciante maggioranza su questa piattaforma e con una nuova release allo start) che risultano per molti versi migliori delle analoghe versioni per PC, è altrettanto vero che sono molti gli sviluppatori arrivati o tornati a produrre per MacOS (177 programmi, fra novità e upgrades) sulla scorta della promessa di un System X che è, dopo iMac, la credenziale di maggior successo della casa di Cupertino. Molti sono i titoli dell’entertainment fra cui spiccano Tomb Raider che va ad affiancare Riven, Barbie from Mattel, l’Enciclopedia Britannica e Disney che ha stretto con Apple un accordo per supportare un neonato servizio online su abbonamento (costi di $40 per il forfait o a rate mensili di $6) per bambini, il Daily Blast On Line. Se poi il progetto Columbus dovesse rivelarsi attendibile, il rapporto con questi sviluppatori potrebbe rimettere in gioco gli attuali equilibri nel mercato dell’edutainment.

Una nuovissima attenzione entusiasta Apple la sta ricevendo dalla grande distribuzione, mai come prima travolta dalla richiesta di una macchina, sempre l’iMac, che vanta già migliaia di prenotazioni. Queste, unite al successo già riscontrato nella distribuzione on-line del server Apple Store, lasciano stimare a Cupertino la vendita di un milione di esemplari già nel primo mese. Dopo i clamorosi ordini inevasi visti nel recente passato a danno della sua distribuzione, che sono stati fra l’altro causa delle più gravi perdite di bilancio degli ultimi anni, il riconquistato credito dei rivenditori nei confronti di una Apple che ha impressionato per puntualità e per serietà dei componenti, offre molte ragioni per vincere lo scetticismo citato da Jobs. Per garantire questo risultato molte parti del processo sono state spostate nella casa madre e, anche se i progetti si sono fatti più ambiziosi, si è dimostrato con i famigerati “tosta-Pentium“, i nuovi computer con processore G3, di saper mettere a soqquadro il mercato con una qualità tecnologica cui fa da contrappunto l’abbattimento radicale dei costi, ottenuto con lo svuotamento delle macchine delle componenti non standard. Su questa strada della “rivoluzione calcolata” si inserisce la scelta di adottare lo standard USB che, nonostante fosse sostenuto da molti produttori di periferiche, non aveva ancora trovato il necessario consenso dagli assemblatori. Questa scelta coraggiosa ha fatto conquistare ad Apple nuovi e importanti alleati pronti a costruire macchine USB, fra cui quelle stampanti che erano un punto debole per la mela iridata, costretta a sostenere da sola un mercato difficile: fra i primi nomi Canon, Epson e HP.

Puntualità Apple l’ha dimostrata non solo nell’hardware, ma anche nel software, dove con pochi mesi di ritardo (rispetto agli anni dei concorrenti) sta per uscire la nuova release del sistema operativo, il MacOS 8.5, in codice Allegro. Si tratterà ancora di un restyling dell’OS 8, dove viene migliorata soprattutto l’interfaccia e velocizzato il supporto di rete (da sempre uno dei principali talloni di Achille del MacOS) e il salvataggio dei files. In particolare pare da mozzafiato la capacità di ricerca, in grado di restituire in pochi attimi, non solo i nomi dei files o le loro descrizioni, ma addirittura le stringhe di testo – in locale e in rete – e le risposte dei motori di ricerca da Internet, ottenute senza dover attivare nessun software aggiuntivo.
Internet è stata protagonista del MacWorld, in particolare per quanto riguarda il disegno dei siti, approfondendo gli spazi per tutte quelle nuove professionalità e competenze di confine che si stanno facendo strada nell’editoria on-line, altra grande promessa per Cupertino.
Se Macintosh non era più già da più di un lustro un sistema chiuso, la cosidetta “coo-mpetitività” con Microsoft l’ha resa ancora più aperta: non solo PC Exchange è in grado di leggere i nomi lunghi di Windows 95, ma con Microsoft non ci sarà più differenza fra i formati. L’orientamento di quest’ultima casa per sviluppare i prossimi Office non più in formato proprietario, ma in standard Internet (privilegiando XML) e il supporto che viene dato per sviluppare una robusta Java Virtual Machine per Mac trovano sul versante server un ottimo supporto ai client Mac da parte dei server NT e della promessa di un MacOS X server (l’ex-Rapsody) pronto per piattaforme Intel-compatibili.
Grande entusiasmo dunque per chi guarda alla Mela iridata negli Stati Uniti e per I – pochi – Forrest Gump dell’ultim’ora. Non altrettanti, sembra di dover dire, in Europa e in Italia pure, dove solo adesso si accenna a pallide campagne promozionali Think Different, e dove iMac neppure si sa come e quando arriverà. C’è da sperare che, se il successo dovesse continuare ad arridere oltre oceano, questo incentivi gli investimenti di Jobs & co. anche all’estero.

Uno sviluppatore Mac, con una implicita vena polemica verso l’evangelizzazione dei produttori si software capitanata nella Apple di Amelio da Guy Kawasaky, oggi precisa: “This is not religion, it’s business. Se Apple vende più computer, noi finiremo per vendere più giochi”.

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