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Meditazioni sull’onda di Windows 98

11 Maggio 1998

Meditazioni sull’onda di Windows 98

di

Zen, gelato al limone e, ora che arriva l'estate, non so cosa scegliere.
  • Il computer non è più perfetto?
  • Software, patches, upgrades. Ovvero, l’abitudine all’imperfezione dimostrazione di umanità?
  • Pane al pane e vino al vino.
  • Chi ha ragione?
  • Cosa si può fare? Piccolo prontuario.

Il 25 giugno 1998, fatidica data dell’uscita ufficiale qui negli USA di Windows 98, dopo la piccola (ma sintomatica) debacle del CEO Bill Gates al Comdex Computer Show a Chicago la scorsa settimana, si pongono degli interrogativi a cui sarebbe bello, se non dare una risposta, almeno poter fare mente locale nel momento in cui ci troveremo anche noi ad affrontare la situazione – o il sistema operativo – coltello alla mano.

Il computer non è più perfetto?

Non lo è mai stato. Solo che con un utilizzo limitato delle risorse come poteva essere quello dei primi tempi (1984? Introduzione del personal computer a livello di massa sul mercato?), e l’entusiasmo – chi se ne accorgeva, o se ne preoccupava?

Ricordo che il mio Commodore 64, che usavo per fare contabilità in quegli anni bui, con 38K di RAM (leggete bene, 38K), aveva un problema nel calcolo del floating point per i decimali, e a volte se ne saltava fuori con una sfilza di 8 decimali uno in fila all’altro. Cose tipo: 300×20/60=100,90429081. Cosa si può fare? Io avevo risolto con la verifica di quanti numeri dopo la virgola venivano inviati alla stampante. Se erano troppi li tranciavo di netto. Ma il sistema era perlomeno balzano.

Pane al pane e vino al vino.

E poi, parlando di sistemi operativi, questo Win95, perchè non lo verificano bene prima di metterlo in commercio? Ma lo verificano, lo verificano. Il problema è un altro: si chiama “Marketing”.
Eh sì, il Marketing. La necessità di vendere, di uscire con un prodotto prima degli altri. Poi, semmai, si fa un “patch”, un rammendo. Una politica che anche le case più serie stanno seguendo. “Testing” effettuato sulle spalle dell’utente. Ma potrebbe essere differente? La velocità con cui le cose cambiano obbliga le software houses ad una lotta al coltello per restare in prima fila con i loro programmi per il PC. Per il Mac la situazione cambia. Il mercato è più piccolo, più consolidato, l’utente più fedele e più pigro.

Software, patches, upgrades. Ovvero, l’abitudine all’imperfezione dimostrazione di umanità?

L’uomo è un essere prevedibile. Il suo continuo desiderio di miglioramento lo distingue e lo qualifica come animale pensante. E alle volte, lo frega.
Case history: sistema operativo che funzionava, pochi problemi. Lo abbiamo usato tutti per un bel pezzo, gioie e dolori, ma lo conoscevamo bene.
Poi la decisione: upgrade! Il software nuovo, con la scatola blu speranza, le promesse soluzioni ai 35 e + problemi (che, detto per inciso, già avevamo imparato ad evitare) presenti nella versione antica, ed i promessi miglioramenti, con nuove funzioni (spesso superflue e non desiderate). E si spicca il balzo, talvolta all’indietro. “you gotta start me up!!…” Nuovi problemi, incompatibilità. Di chi è la colpa?

Chi ha ragione?

Tutti, purtroppo, perlomeno ognuno dal proprio punto di vista. E poi alla fine tutti ci guadagnano, chi più chi meno, da questa reato di imperfezione continuata. Le software houses si palleggiano un quantitativo di utenti, in continua crescita, mica da poco; un giro di soldi da capogiro: commento del NY Times di stamattina: “Le cifre degli utili rivelate ultimamente dalla Microsoft hanno stupito persino chi faceva le previsioni”. E nonostante la pirateria.

Noi utenti siamo sempre con le armi affilate, l’ultima versione di tutto, upgrades a basso costo, quasi un leasing sul costo di ricerca. Anzi, è proprio così: il software (e l’hardware pure, a mio parere) lo si paga poco alla volta, come fosse un affitto. Ogni upgrade una rata, un rapporto continuo con i ricercatori, i programmatori, a cui paghiamo tutti una fettina di stipendio.

Ma paghiamo pure saporitamente sobbarcandoci il compito di verificare i problemi di software incompleti. E questo non è completamente logico.

Cosa si può fare? Piccolo prontuario.

Adattarsi? Eh sì, dobbiamo alla fine adattarci a vivere e interagire nell’imperfezione. Con il nostro software nuovo di pacca che non funziona come dovrebbe. Oppure bisogna difendersi: ecco qui alcune idee, più o meno lecite.

Sempre e solo comprare un programma nella lingua in cui è stato fatto. Andando a fare la traduzione dei termini (a parte lo scempio che viene fatto della lingua inglese, e di quella italiana, pure) scappa sempre qualcosa, qualche jump ad una routine che “ed il programma tradotto si impalla, quello originale no. E poi delle volte i patch vengono fatti solo per il prodotto originale”.

Avere tanta, tanta pazienza, riconoscere nell’uomo e nella sua opera la possibilità di errore, e accettarla. In fondo come erano le cose quando i computers non c’erano? Si faceva tutto a mano, no? E allora!!!

Collaudare il software su versioni piratate o shareware. Quando ci si ritiene soddisfatti dei risultati, comprare, come premio per il produttore.

Comprare un programma quando già è uscita una release di correzione. E in più, di solito, il prezzo è più basso. Il boom della novità è già passato, gli sconti si stanno attivando.

Usare un software che funziona fino allo spasimo. E poi comprare la release precedente all’ultima. Si viene così a fare sempre i ripetenti, ma almeno ci si mette al riparo dalla fretta delle software houses di uscire con delle strafalcionate. E noi di comprarle. Gli utenti Mac fanno così, volenti o nolenti, altro dei motivi perchè il Mac funziona sempre e bene.

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