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Media + Internet + politica = fallimento

09 Febbraio 2001

Media + Internet + politica = fallimento

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Confermato l'abuso di potere dei network nell'Election Day, mentre chiude i battenti Voter.com

“Come è ormai evidente, le operazioni inesatte di Voter News Service si sono dimostrate centrali negli errori delle elezioni 2000, e rimane cruciale condurre un approfondito esame del ruolo specifico ricoperto da Voter News Service”. Questo uno stralcio del comunicato diffuso nei giorni scorsi da CNN a proposito delle pesanti gaffe in cui sono incorsi pressochè tutti i maggiori network USA nel riportare i dati elettorali alla nella serata del sei novembre scorso. Un mea culpa tardivo, che ha fatto seguito alla recente diffusione di un rapporto indipendente su quegli eventi. E se ancora non bastasse, è delle ultime ore la notizia che vede la chiusura del sito Voter.com, con l’immediato licenziamento dei 45 dipendenti e nonostante milioni di visitatori. Evidentemente il matrimonio tra media, Internet e politica è ancora lungi dal dimostrarsi valido.

Tre quotati professionisti dell’informazione erano stati incaricati dalla stessa CNN di indagare meglio l’accaduto: Jim Risser, due volte vincitore del premio Pulitzer, Joan Konner, docente presso la Columbia Graduate School of Journalism, Ben Wattenberg, dell’American Enterprise Institute. Ebbene, il responso non lascia adito a dubbi. Nella fatidica notte elettorale, i grandi network hanno confuso il pubblico e interferito con il processo democratico, comportandosi in maniera che rivela un “abuso di potere.” Cos’era successo? Nel giro di poche ore, le testate giornalistiche avevano dichiarato vincitore in Florida prima Gore e poi Bush, salvo vedersi costrette a ritrattare tutto. Entrambe le posizioni, sottolinea il rapporto, venivano imposte al pubblico con “linguaggio insolitamente pesante”, tramite un sistema di analisi del voto e dei sondaggi definito “auto-distruttivo”. Le prestazioni professionali di CNN e degli altri circuiti mainstream si sono rivelate una vera e propria debacle.

L’indagine non manca di spiegare come un simile fallimento generale vada imputato alla massiccia competizione nell’arrivar primi a dichiarare il vincitore nonché nell’esagerata fiducia nelle proiezioni degli esperti e nei sondaggi. Ancor più folle il fatto che tutti i network si siano basati su un’unica fonte d’informazione, quel Voter News Service divenuto il capro espiatorio della situazione. Eppure quest’ultimo era stato creato proprio dalle medesime testate allo scopo di ridurre i costi e favorire il lavoro delle redazioni. Oggi invece si evidenzia come i tabulati dei votanti e le elaborazioni sui cosiddetti “exit poll” siano state zeppe di calcoli errati e proiezioni affrettate. La ricerca spiega infatti come fossero antiquate le tecnologie impiegate dai redattori di Voter News Service, mentre i network hanno commesso quantomeno la leggerezza di non verificare i dati passati loro.

Ovvio che il futuro di Voter News Network sia assai dubbio. Come si legge ancora sul sito di CNN, quest’ultima vi parteciperà ancora soltanto nel caso in cui la struttura subirà “modifiche sostanziali per assicurare che gli errori che hanno infestato l’informazione nella notte elettorale del 200 non abbiano più a ripetersi.” L’elenco delle condizioni di CNN riporta anche la necessità di verifiche incrociate dei dati tramite almeno una seconda fonte d’informazione, elemento che rimane comunque regola fondamentale dell’etica giornalistica. Dichiarando finanche che d’ora in poi gli “exit poll” non verranno più utilizzati per determinare le proiezioni finali in mancanza di un candidato in netto vantaggio.

Mentre CNN si cosparge il capo di cenere in attesa degli ulteriori sviluppi del caso, gli altri network hanno fatto orecchie da mercante. A parte qualche nota del Washington Post, poco altro è passato sulla pubblicazione del rapporto. Ciò grazie anche al fatto che notoriamente gli statunitensi hanno la memoria corta, soprattutto per le vicende socio-politiche, e che comunque bisogna “move on”, andare avanti col business del governo. Ha trovato invece qualche eco in ambito tradizionale la forzata chiusura di Voter.com. Come riporta il Boston Globe, si tratta della “fine di una delle iniziative più massicce alla ricerca di un’audience per il discorso pubblico online.” Non sono bastati investimenti iniziali pari a 22 milioni e neppure le punte di tre milioni di visitatori unici toccate al culmine della saga elettorale. In agosto la società vantava un massimo di 100 impiegati, licenziati gradatamente mentre si cercavano altre fonti di sostentamento. Erano però fallite ad ottobre le trattative con Interpublic Group per un investimento complessivo di 40 milioni di dollari, mentre rimanevano del tutto insufficienti le inserzioni. Rimasto vita finora solo per forza d’inerzia, Voter.com ha dovuto staccare la spina. E forse ha ragione Justin Dangel, ventiseienne ideatore e CEO di Voter.com: ”in politica la gente è assai più lenta di altri settori nell’adottare le nuove tecnologie.”

Al colmo della delusione, i politici e le “lobby” hanno rivelato scarsissimo interesse ad occupare spazi e/o inserire messaggi pubblicitari sul sito, il cui maggior sostegno arrivava dal mondo delle corporation anziché da gruppi d’opinione a supporto di specifiche campagne politiche. Al pari altri siti similari (vedi Grassroots.com e SpeakOut.com) s’infrange così la speranza di veder nascere comunità interattive su tali temi, inclusa l’opportunità di attivare canali di discussione tra cittadini e candidati. Qualcuno cerca tuttora di sopravvivere offrendo news d’attualità oppure specifici servizi online per organizzazioni politiche. Ma è chiaro che l’attenzione del pubblico USA su queste tematiche rimane limitata e comunque legata ad eventi particolari ed a cicli periodici, quali le elezioni presidenziali con annesso battage a tutto campo.

Delusioni a parte, chissà, forse andrà meglio la prossima volta?

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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