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Luci e ombre nel futuro dei new media in USA

26 Luglio 2002

Luci e ombre nel futuro dei new media in USA

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Più lettori ma bilanci alterni per le testate di news online, mentre gli utenti sembrano farsi più sofisticati ed esigenti.

Wall Street continua a fare le bizze. Lo stesso dicasi per i grandi nomi dell’high-tech e del digitale. Il supergruppo AOL Time Warner, già teatro di confusi balletti per le poltrone dirigenziali, è ora alle prese con i sospetti per pratiche contabili poco corrette. Ma come accaduto per la recente saga WorldCom, anche qui il fatto desta poca sorpresa, anzi: dopo qualche titolo preoccupato, quasi nessuna testata si degna più di seguire la faccenda. Le quali testate sono sempre alle prese con crisi varie, stavolta sulla base dei bilanci dei due maggiori gruppi di quotidiani che si confermano alquanto alterni. Com’è noto, tali cadute vanno imputate per lo più al netto calo delle inserzioni pubblicitarie (soprattutto online), settore in cui c’è però chi nota qualche segnale positivo o comunque meno allarmante. Incoraggianti anche gli ultimi dati di Nielsen/NetRatings: nel mese di giugno la metà dei 20 siti web d’informazione più visitati sono stati quelli dei quotidiani. Ma sono soprattutto gli utenti a portare vento fresco, almeno rispetto alla qualità richiesta ai new media.

Gli ultimi rilevamenti riferiti al contesto statunitense confermano la classifica dei siti di news maggiormente visitati: CNN.com, MSNBC.com, Yahoo! News, NYTimes.com, ABCNews.com. Fin qui nulla di nuovo, sostanzialmente. Scendendo più in basso, però si notano altri piazzamenti di settore: al sesto posto troviamo il gruppo Gannett (oltre 90 quotidiani locali) seguito da washingtonpost.com, poi NYPost.com undicesimo, latimes.com tredicesimo, gruppo Belo quattordicesimo, SFGate sedicesimo, USAToday.com diciasettesimo, ChicagoTribune.com diciannovesimo, suntimes.com (di Chicago) ventesimo.

L’indagine, basata su un campione di oltre 60.000 utenti che si collegavano a internet sia da casa che dal lavoro, sembra quindi confermare la crescita d’interesse per le news online. Trend ribadito da altro recente sondaggio, condotto stavolta da comScore MediaMetrix. Negli ultimi sei mesi il ricorso alle testate web ha superato di gran lunga la crescita dell’uso generalizzato di internet in sette dei dieci maggiori mercati USA. nell’area di Chicago, ad esempio, i lettori del Sun-Times online sono cresciuti del 38 per cento, mentre l’accesso a internet è salito di appena il tre per cento. Identica percentuale per New York City, a fronte di un più 23 per cento nelle visite al sito del New York Daily News.

Alcuni segnali in salita, dunque, che devono però fare i conti con gli alterni bilanci trimestrali, presentati recentemente dai maggiori gruppi editoriali. Meglio di tutti è andato Gannett Co., editore di USA Today e altre 93 testate locali, con oltre incassi netti al di sopra dei 300 milioni di dollari, ovvero più 1,13 dollari ad azione. Quota in perfetta sintonia con le previsioni degli analisti di Wall Street, e superiore ai 233 milioni raggiunti del medesimo periodo del 2001. Secondo Douglas McCorkindale, CEO del gruppo, il bilancio va visto ancor più in senso positivo poiché “arriva nel pieno calo delle inserzioni pubblicitarie.” Ambito in cui le perdite di Gannett Co. appaiono relativamente contenute: meno quattro per cento a livello nazionale, meno nove per cento per il solo USA Today. Da notare invece l’incremento delle entrate dalle TV locali (più sette per cento), con un “solido” aumento degli introiti pubblicitari nel campo degli autoveicoli e addirittura in ambito politico.

Di tutt’altro segno i dati riportati dal New York Times. Perdite secche pari al 70 per cento rispetto a un anno addietro, anche se allora erano state vendute un paio di riviste di golf appartenenti al gruppo. Quest’ultimo, che include il Boston Globe e vari quotidiani locali, ha registrato incassi netti vicini agli 80 milioni dollari, mentre nel secondo trimestre 2001 aveva toccato quota 265 milioni. Vista comunque la caduta libera delle inserzioni, ciò rispecchia sostanzialmente le previsioni degli analisti. Anzi, i dirigenti del gruppo prevedono crescite di 34-38 cent ad azione per i prossimi trimestri, pubblicità permettendo ovviamente. Ambito che stavolta ha causato una diminuzione di oltre il due per cento delle entrate complessive, pur se gli incassi dovuti alla circolazione giornaliera sono cresciuti del 12,7 per cento.

A quest’alterno scenario vanno aggiunte le continue frustrazioni dei media alla ricerca di profitti su internet. Non solo o non tanto perchè affette da strategie fin troppo tradizionali, vedi il caso AOL Time Warner, quanto piuttosto perchè il new medium si va rivelando troppo sofisticato da addomesticare al pari di riviste e soprattutto TV. Checchè ne dicano i boss di Hollywood e le loro feroci campagne a tutela del copyright, la gente continua a usare internet per comunicare, non tanto per scambiarsi film o consumare passivamente. La posta elettronica rimane di gran lunga la funzione più utilizzata, mentre crescono le varie forme di file-sharing e P-2-P. Secondo un dato di Pew Research Center, oltre 30 milioni di statunitensi hanno scambiato dei file musicali digitali, indipendentemente dalle restrizioni sui diritti d’autore. E circa il 60 per cento di quanti già dispongono della banda larga hanno organizzato propri siti web, partecipato in forum di discussione, condiviso fotografie o altri file via internet. (Non pochi tra costoro hanno anche “prestato” la stessa banda larga ai vicini di casa, causando le immediate ire, condite da secche minacce legali, da parte dei grandi provider). Come valutare tutto ciò? Ecco l’opinione di Henry Jenkins, professore sui media al Massachusetts Institute of Technology: “È proprio il passaggio da una posizione passiva ad un comportamento più attivo da parte dell’utenza a rappresentare il maggior impatto raggiunto dai new media.”

Chissà, forse è vero quanto profetizzava qualcuno: se gli investitori abbandonano internet, toccherà agli utenti risollevarne le sorti.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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