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L’outsourcing fa bene o male all’economia USA?

27 Marzo 2004

L’outsourcing fa bene o male all’economia USA?

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Opinioni alterne nell'high-tech sulla bontà delle strategie aziendali in atto, mentre i licenziati si organizzano e si sollecitano interventi normativi

Se è vero l’economia va migliorando, dove sono i posti di lavoro? Questo il concetto di fondo che circola copiosamente sui media USA, tradizionali o meno. A febbraio il livello di disoccupazione è rimasto al 5,6 per cento, segnala il Ministero del Lavoro. E negli ultimi due mesi si sono aggiunte appena 118.000 nuove posizioni, al di sotto della quota prevista per mantenere l’attuale crescita economica. Molteplici le ramificazioni di un simile scenario: dalla campagna presidenziale in corso a budget aziendali tirati a minori spese da parte dei consumatori. L’impasse colpisce anche e soprattutto l’industria high-tech, e uno dei principali colpevoli, almeno secondo parecchie fonti, rimane l’outsourcing.

Ne sono convinte svariate entità fondate di recente proprio da persone drasticamente licenziate il cui lavoro viene ora eseguito altrove. È il caso della Information Technology Professionals Association of America, il cui obiettivo è combattere la perdita di occupazione a favore di aziende basate all’estero e l’assunzione di lavoratori stranieri. Lo scorso anno Scott Kirwin ha fondato in Delaware l’associazione perchè, dopo aver addestrato gli impiegati di una società indiana nella gestione del software per le operazioni dell’istituto bancario J.P. Morgan Chase, ha ricevuto la classica “pink slip”, l’avviso di licenziamento. Da allora la sua missione è divenuta quella di radunare e dar voce agli operatori dell’info-tech ritrovatisi in situazioni identiche. Si tratta di centinaia, migliaia di lavoratori specializzati che vanno organizzandosi in un movimento di base e formano alleanze con i sindacati e altre industrie a rischio, tipo quella tessile e automobilistica. “Credo che quanto sta accadendo sia decisamente sbagliato,” sostiene Kirwin, “e se posso salvare qualche posto di lavoro, vale senz’altro la pena di impegnarmi.”

Forti e chiari i messaggi sparati dal web (“Outsource Bush”), e su internet operano ormai un centinaio di organizzazioni analoghe sparse per il paese, molte delle quali lanciate, appunto, da singoli individui o piccoli gruppi ritrovatisi disoccupati in un batter d’occhio. In Connecticut, ad esempio, nel 2002 un team di programmatori ha fondato la Organization for the Rights of American Workers, dopo essere stati ‘sostituiti’ dagli stessi impiegati, negli USA con visti temporanei, a cui avevano fornito il training specializzato. L’outsourcing e il ricorso a lavoratori stranieri appaiono dunque elementi di un’unica strategia: “Portare l’occupazione all’estero è l’uovo d’oro che il Congresso regala a queste aziende”, nelle parole di Mike Emmons, programmatore della Florida che dopo 5 anni alla Siemens ha dovuto scegliere tra licenziamento in tronco o addestrare chi lo avrebbe sostituito, ovviamente a stipendi ridotti. Secondo questo fronte, l’outsourcing “crea americani senza lavoro, deficit nei budget statali, tasse maggiorate” — ergo, va bloccato a tutti i costi. Da qui, recenti dimostrazioni e volantinaggi all’ingresso di convegni sull’info-tech a Washington o alle riunioni degli azionisti di IBM. Come pure il sostegno al disegno di legge presentato dal senatore Chris Dodd per impedire che gli introiti delle tasse federali vengano usati per trasferire all’estero il lavoro degli impiegati governativi.

Del tutto opposto invece il parere di Marc Andreessen, ideatore oltre un decennio addietro del primo web browser Mosaic. Il quale si dice un entusiasta di questo ‘offshoring’ per un motivo assai semplice: “fondamentalmente riduce i costi delle merci e dei servizi per gli americani.” Ecco, in estrema sintesi, il pensiero di Andreessen, espresso in un’intervista apparsa qualche giorno fa sul quotidiano Atlanta Journal-Constitution: “Quando le nostre aziende ricorrono all’outsourcing, aumentano la propria competitività a livello mondiale, offrendo a prezzi ridotti il medesimo prodotto o servizio… E il processo dell’offshoring crea sia occupazione che nuovi mercati: guardiamo cosa sta accadendo oggi in India e in China, con la creazione incredibilmente rapida della di una classe media che naturalmente finirà per acquistare i prodotti di aziende americane.” Negative quindi, conclude Marc Andreessen, le possibili restrizioni normative su simili pratiche: “È la cosa più stupida e sciocca di cui abbia sentito parlare da anni.”

Restando in ambito tecnologico, tuttavia, le posizioni non sono certo così nette. Preoccupato si dichiara infatti John Steadman, presidente dell’Institute of Electrical and Electronics Engineers (IEEE): “Dobbiamo sviluppare una strategia nazionale coordinata per mantenere la leadership high-tech negli USA e promuovere l’occupazione interna. Ma è difficile rimanere tecnologicamente competitivi se continuiamo a mandare all’estero il lavoro dei nostri innovatori ai ritmi attuali.” Motivo per cui l’IEEE propone l’implementazione di alcune misure restrittive, tra cui la limitazione al territorio nazionale per i fondi federali d’investimento destinati a sviluppo e ricerca.

E proprio rispetto al livello educativo-professionale di studiosi e ricercatori made in USA arriva uno studio destinato a gettare altra benzina sul fuoco. I dati appena presentati dalla American Electronics Association, la maggiore associazione commerciale, addossano gran parte delle colpe per il rampante outsourcing al corrente sistema educativo — ben più che alle mire imprenditoriali di avere occupazione a bassi costi. “Le aziende sono anche alla ricerca di quei lavoratori high-tech specializzati che non riescono più a trovare in USA,” sostiene Matthew Kazmierczak, uno degli autori dell’indagine. Aggiungendo che sarebbe la mancanza di un forte background in matematica e scienza a causare per lo più questa caterva di perdite occupazionali. Senza dimenticare come, in buona sostanza, le cifre relative all’outsourcing siano esagerate rispetto alla realtà concreta: “I numeri in circolazione sono previsioni di quanto potrebbe accadere, non analisi dello stato di fatto,” conclude Kazmierczak.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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